Nei momenti lucidi, l'imperatore ha riconosciuto la debolezza del regime violento e convenuto, che chi opprime le idee lavora alla propria perdita. Effettivamente il suo governo si risolveva in una lotta incessante contro ogni movimento di libertà dello spirito. Alcuni dotti specialisti devono alla spedizione di Egitto un acquisto di tesori alla loro scienza. Laplace poté scoprire sotto l'impero le leggi della meccanica celeste. Le scienze esatte ebbero incremento dal politecnico, creato dalla rivoluzione, che mercé i grandi matematici derivò proprio dal trono la propria importanza. Ma gli storici, il cui bisogno immediato è la libertà e la cui prima condizione è la fortezza del carattere, sono diseredati; a loro deve bastare, che l'imperatore permetta a Lediard la traduzione della storia di Marlborough. L'arte rifugge dagli stati manovali. Gli edifizi eretti dall'imperatore, massicci, pretensiosi, ma senza grazia e nobiltà, ricordano le costruzioni del cadente impero romano. Perfino sotto l'imbronciata signoria di Cromwell poté fiorire un Milton: invece a capo della poesia dell'impero è l'eroe della chiarezza corretta, della nuda prosa, Fontanes. Ciò che forse, come fa la schietta poesia, attira l'anima in un lontano albeggiamento, ogni cosa profonda, infervorante, anelante, scade in vaga ideologia nell'espressione assegnata di quest'arte cortigiana, tutta regole ed etichetta. Mentre in Germania la giovine poesia romantica arrischia i suoi voli ardimentosi, nell'impero francese vige soltanto quella tradizionale soggezione letteraria, che si fa devotamente misurare dall'accademia la lunghezza delle composizioni, e ammira doverosamente l'orribile seccaggine di Boileau. Perciò madama di Staël vive in esilio, e lo stesso Chateaubriand all'ultimo non può più respirare l'aria del dispotismo, mentre i poeti di corte fanno a gara coi senatori e coi consiglieri di Stato a chi riesce meglio a ruere in servitium, a chi con più banali piaggiamenti sa dire, che è tempo di éterniser l'ère de la gloire. Un solo artista, veramente significativo, impregna la propria opera con lo spirito del primo impero: qualche cosa della pretensiosa gloria della grande armata echeggia nell'armonia sonora di Spontini, rullante come tamburi.
Come il consiglio di stato è il centro organico dell'amministrazione, l'università è dell'istruzione. Non si poteva fondare nessuna scuola dell'impero senza l'approvazione del corpo universitario: di là vengono tutti gl'insegnanti dei licei. Lo stesso programma in ogni liceo, gli stessi libri in ogni biblioteca, la stessa uniforme per gli allievi: a proposito della quale, Napoleone III in modo assai toccante spiegò, che naturalmente solo così i ragazzi più poveri potevano non sentirsi umiliati dal loro modesto vestito. L'istruzione elementare è affatto trascurata: la scuola obbligatoria, che nemmeno la selvaggia energia della Convenzione era riuscita a tirare avanti, non è condotta in porto; e il compito principale dell'insegnamento religioso nelle scuole popolari si restringe a questo, d'inculcare l'ubbidienza all'imperatore come all'immagine di Dio sulla terra. Presso che soffocata la stampa da una compressione, che solo in altri tempi era stata sorpassata, sotto il regno del terrore; ogni associazione di più di venti persone fatta dipendere dal beneplacito della polizia; soppressa la libertà personale da quella legge feroce, che permetteva all'autorità l'arresto arbitrario in nome del bene pubblico senza allegazione di altri motivi; l'ampio impero vigilato da migliaia di spie segrete fino là, sulle Alpi, sulle strade deserte del San Bernardo. Anche nel commercio la famosa eguaglianza finì col rivelarsi come eguaglianza di sopraffazione a tutti, perché il sistema continentale condotto sempre più rigidamente rovinò dalle radici la libertà del traffico.
Il carattere del bonapartismo si manifesta forse nel modo più chiaro nei suoi rapporti con la Chiesa. Quantunque Napoleone non si sia mai sottratto interamente ai lontani riverberi della sua educazione cattolica, pure è certo che nel suo contegno verso Roma gli diedero sempre il tono le considerazioni politiche. Il tedesco Federico tra gravi dubbi e lotte spirituali inclinava a libero pensatore, il côrso per calcolo politico propendeva a papista. Una morale senza religione è una giustizia senza tribunale, disse il suo fido Portalis; ma già il primo console nel 1801 aveva parlato anche più netto al clero milanese: «la Chiesa cattolica è la sola, che possa consolidare le basi di un governo». In cotesto senso, come mezzo di asservimento degli spiriti, Bonaparte risollevò il cattolicismo a Chiesa dominante: ognuno però vede, quanto una siffatta chiesa collimi con la mente dell'assolutismo burocratico. Giacché, come un tempo la Chiesa cattolica aveva ricalcato la propria gerarchia sull'ordinamento amministrativo e politico dell'impero bizantino, così essa medesima era divenuta più tardi un modello per lo stato officioso dei re francesi. Più sorprendente ancora è l'affinità del cattolicismo con l'idea della monarchia universale. Nessuno fra quanti nei tempi moderni si sono sforzati di dominare l'Europa, ha potuto fare a meno dell'intesa con Roma.
Sotto il Direttorio circa otto milioni di cattolici erano spontaneamente rientrati nel grembo dell'antica Chiesa; tanto la separazione della Chiesa dallo stato contraddiceva alla tradizione dell'onnipotenza statale. L'ordinamento sommamente aristocratico dell'antica Chiesa gallicana era cresciuto insieme con l'antico regime troppo strettamente, perché l'usurpatore potesse rifarla a nuovo ai propri fini. Tanto meno l'assolutismo poteva convocare un vero concilio nazionale o tollerare nella Chiesa un sistema rappresentativo. Bonaparte dichiarò: «il popolo abbia una religione, e questa religione sia nelle mani del governo»; per questo fondò una Chiesa di stato, di cui il papa e il monarca si dividono il dominio in parti uguali. A mano a mano le nuove diocesi e tutti gli uffici ecclesiastici furono assegnati alle recenti nomine; il clero fu stipendiato dallo stato senza alcun diritto o ragione sui beni ecclesiastici depredati; posti i seminari sotto la sorveglianza dello stato; il matrimonio ridotto un contratto civile; eppure, ciò non ostante, l'autorità del papa sul clero era anche più forte che non fosse stata ai tempi di San Luigi: perché il tutto costituiva una rigida burocrazia ecclesiastica. Arcivescovi, vescovi e parrochi si tenevano stretti gli uni con gli altri e col rispettivo gregge, né più né meno come prefetti, sotto-prefetti e sindaci se l'intendevano tra loro e con le popolazioni da loro amministrate. La legge presta volentieri il braccio al fanatismo dei teologi, vieta «ogni accusa diretta o indiretta a una chiesa riconosciuta», val quanto dire, ogni seria disputa religiosa; e il clero riconoscente di Lione dichiara: «noi glorifichiamo in Vostra Maestà la stessa Provvidenza!». Anche quando più tardi, infido ai suoi propri disegni, manomise con brutale violenza la curia e borbottava stizzito ai prelati irremovibili: «la vostra coscienza è una matta»; anche allora l'imperatore non smarrì la consapevolezza, che aveva bisogno della chiesa, e che l'unité catholique era una colonna del suo dominio universale. Al tempo delle beghe col papa minacciò d'intendersela coi protestanti; ma nei giorni di comunella aveva assicurato: «io credo a tutto ciò che crede il mio parroco». Frivola fede la sua, senza radici nel cuore; ma smascherò il suo dispotismo affidante su Roma come ausiliaria alla servitù, quando, bandito a Sant'Elena, predisse che l'Inghilterra sarebbe ridiventata cattolica e la Francia sarebbe ridiventata religiosa.
Chi non vuol chiudere gli occhi deve riconoscere, che in un tale stato, in cui la minima faccenda pubblica attende l'impulso dall'alto, un corpo parlamentare non poteva non rimaner sospeso in aria dondoloni. Secondo i concetti di Napoleone, lo scopo di tutte le rappresentanze popolari era quello di chicaner le pouvoir; e per lo stato concepito da lui, egli diceva senz'altro la verità. Il tribunato e il corpo legislativo non consistevano in niente di meglio che in una pesante superfetazione, in una concessione affatto contraddittoria con le idee della Rivoluzione. Era un tratto da maestro, quello con cui il primo console aveva messo a profitto la mania di eguaglianza della nazione per cavarne l'unificazione dei corpi parlamentari. I possidenti tremavano davanti alle elezioni generali dirette, e nessuno avrebbe voluto sopportare un censo. Perciò il popolo sovrano elegge una volta per tutte una lista di candidati, dalla quale il senato nomina i tribuni e i deputati. Ma il pensiero dispotico ha un altro colpo da maestro, quando separa la consultazione dalla deliberazione: il tribunato discute, il corpo legislativo decide. Il colpo ferisce il nervo della vita parlamentare. La rappresentanza popolare, per confessione del suo presidente, osserva che il suo cómpito più importante è quello di «scoprire i benefizi del governo e notificarne i meriti». Nessuno può meravigliarsi, se l'imperatore a suo capriccio caccia via l'opposizione, e prima riduce il tribunato a metà dei membri, poi lo sopprime addirittura. Il potere legislativo va in fumo davanti al potere esecutivo, e gli schiavi tripudiano: «la creazione è compiuta, principia la vita».
Il despota, di ritorno dall'Elba, annunziò, che finora contro sua volontà, costretto dall'inimicizia dell'Inghilterra, aveva dovuto aggiornare il governo di libertà per condurre a compimento la confederazione degli stati europei; e concesse alla nazione quell'atto addizionale, che appagò tutti i desiderii del liberalismo in moda e limitò per giunta la giurisdizione militare. Il celebre teorico del liberalismo, Beniamino Constant, profferse pieno di fiducia la sua assistenza al despota convertito; l'organo dei costituzionali, il Censore di Dunoyer, proclamò giubilando, che con l'elezione della rappresentanza popolare, con la libertà di stampa, col diritto di petizione il reggimento di libertà era stabilito; e in seguito tutti i rappresentanti del liberalismo francese, da Thiers a Ollivier, hanno concordemente assicurato, che mai prima di allora la libertà era stata conosciuta con maggior pienezza. Solo che a chi osserva spregiudicatamente, tali panegirici dimostrano quanto poca consistenza hanno in Francia i concetti giuridici elementari dello stato di libertà. Una vera rappresentanza popolare accanto all'eletto da milioni di voti, accanto all'idolo dell'esercito, il cui sovrano disprezzo degli uomini si era tanto più acuito, dopo che già due volte tutta intera la capricciosa nazione lo aveva abbandonato; accanto al governo dispotico dell'assolutismo militare, che sotto i Borboni, come nei cento giorni, continuava a vigere immutato del pari che sotto il consolato; un assurdo siffatto non prometteva una lunga durata. Dato pure che la campagna del 1815 fosse andata bene all'imperatore, la Francia non avrebbe tardato a sperimentare ciò che i furbi capirono subito, quando Napoleone tornò dall'Elba: che, cioè, agli occhi di un tale uomo un sovrano costituzionale era stato e rimaneva un cochon d'engrais.
Non ostante la finitezza del suo meccanismo burocratico, l'impero non ha mai rinnegato la propria essenza di potere illegittimo, tirannico. Purtroppo anche questo è un tratto caratteristico della tradizione francese. Durante i lunghi secoli in cui la corona dominava solo su pochi funzionari assolutamente devoti e affermava il proprio potere con la violazione continua delle leggi, con le leggi eccezionali e con gli arresti arbitrari, il senso della legalità, per altro non troppo forte dei francesi, era devastato dalle fondamenta. La nazione fece l'animo alla credenza, che Chateaubriand esprime ingenuamente: «i mezzi di un governo sono di continuo incommensurabili». La Rivoluzione, quindi, aveva combattuto l'antico regime con le sue stesse armi. Il tribunale di sangue della Convenzione e le corti speciali di Richelieu sono figli di uno stesso spirito. Quando lo stato accentrato ricevé finalmente da Bonaparte gli organi legittimi indispensabili, a cotesto enorme potere statale fu, nello stesso tempo, aperta la via alla tentazione quasi sovrumana di abusarne; e, col fatto, nessun sistema politico in Francia fino a oggi, nemmeno la monarchia di luglio, ha governato senza leggi eccezionali. Bonaparte ereditò dal Direttorio un terribile armamentario di leggi di urgenza, sullo stato d'assedio, contro la stampa, e via dicendo. Il suo governo trascorse tra guerre continue; all'usurpatore mancava il senso della sicurezza sul trono; la sua natura soldatesca propendeva all'imperiosità e alla violenza. Tanto meno inclinava a lasciarsi cader di mano l'arme a due tagli delle leggi eccezionali; egli per l'appunto, per cui l'indeterminatezza del potere aveva il valore di supremo principio di governo. Il senato, cieco strumento dell'imperatore, «decise sopra tutto, che nella costituzione non vi sieno eventualità previste»; e questo principio costituisce la pietra angolare del sistema napoleonico. «Una costituzione è l'opera del tempo; bisogna lasciare aperta la via più estesa possibile al miglioramento», aggiunge esplicitamente lo zio; e il nipote, che ha scaltramente accettato cotesto gioiello del bonapartismo nella costituzione che egli stesso ha fatta, ammira l'uomo di stato, che è anche navigato uomo di mondo, il quale non volle regolare tutta la materia in anticipazione, alla maniera dei dottrinari.
Per conseguenza la volontà del despota non trovò nemmeno una sola limitazione nei regolamenti di servizio del suo personale burocratico. In forza delle vecchie e delle nuove leggi di pubblica sicurezza, poteva inviare di botto i suoi nemici sulle coste malariche della Guiana; sospendere di botto il giurì in 14 dipartimenti, o incorporare a uno a uno in un reggimento di artiglieria gli alunni di un seminario a lui ostili; far pronunziare di botto da un tribunale militare una sentenza capitale o rinviare a giudizio i giurati di Anversa, perché il loro verdetto non aveva corrisposto al desiderio dell'imperatore. Nel 1810 apre altre otto prigioni di stato «per coloro che non si possono rinviare a giudizio, ma che nemmeno possono tenersi in libertà». E che la torre di Vincennes sotto l'impero celasse raccapriccianti misteri come soltanto la Bastiglia sotto Luigi XV, ce lo dicono sommariamente gli scritti postumi di Tocqueville, che ne dà una descrizione sinistra su ragguagli di testimoni oculari. Lo spirito dell'arbitrio finisce con l'insinuarsi in tutti i rami della vita pubblica. L'imperatore viola di continuo le sue proprie leggi: vieta il commercio con l'Inghilterra e accorda a particolari favoriti la concessione di contravvenire al divieto. Sotto il bonapartismo l'eguaglianza svela il suo vero aspetto: nessuno in Francia gode un privilegio, salvo che per grazia dell'imperatore. Questa incertezza di tutti i rapporti sociali era il peggiore di tutti i mali del tempo. Nessuno si sentiva contento di un oggi tollerabile, perché ognuno tremava pel domani incerto. L'imperatore finisce come il console aveva principiato: durante la guerra del 1814, come allora dopo il 18 brumaio, Napoleone manda nelle provincie commissari con poteri illimitati. La serpe si morde la coda, il dispotismo ha descritto il suo cerchio sciagurato.
Al postutto, facilmente si spiega il perché madama di Staël chiamasse l'imperatore il Robespierre à cheval, e il nostro Schlosser, per contro, non avesse mai saputo contenere l'entusiasmo per l'eroe democratico, mentre altri liberali lo maledicono come il nemico mortale della libertà, il restauratore dell'antica tirannide; e il nipote lo deifica come l'esecutore testamentario della Rivoluzione, il quale col pugno possente ne ha scosso via i frutti bugi e condotto con cura a maturità i promettenti. Nessuna di coteste affermazioni è stata rovesciata interamente, nessuna dice interamente la verità. Ciò che irriflessivamente si presume di significare con la frase fatta «le idee del 1789», in effetto era un torbido caos di idee dispotiche e liberali, che si escludevano a vicenda. Napoleone con tatto meraviglioso ha condotto a compimento degli sforzi della Rivoluzione tutta la parte che serviva al dispotismo livellatore, e ha soffocato tutta l'altra che giovava alla libertà. Tale è il senso vero del vanaglorioso aforismo, messo in testa alla costituzione consolare: «la Rivoluzione è ricondotta ai principii con cui cominciò: essa è finita».
L'onnipotenza dello stato, l'assoluta unità e l'accentramento, l'eguaglianza di tutti i francesi, il fondamento del potere statale sulla volontà del popolo sovrano, tutte queste sono «idee dell'89» che annullano la libertà. Napoleone le ha effettuate e, insieme, ha riconosciuto la nuova vita economica prodotta dalla rivoluzione e ne ha raccolto i frutti benefici. In tali termini è davvero figlio della Rivoluzione, e noi intendiamo il perché gl'irriducibili dottrinari della nostra emigrazione democratica si compiacciono di vituperare le condizioni sociali, pure tanto più prospere, della propria patria, e di levare al cielo «la bella eguaglianza» del bonapartismo. La giustizia, l'esercito, le finanze, la circolazione monetaria, l'intera amministrazione hanno ottenuto da Bonaparte la forma, che ha sfidato finora ogni vicenda della storia. Rispetto a questa parte della vita dello stato, che è la più importante per le popolazioni, nessuna delle più recenti rivoluzioni ha apportato mutamenti sostanziali. Tutte coteste hanno toccato soltanto la cima dello stato. L'uomo comune in ogni cambiamento di sistema ha visto solo una vicenda di signoria e una variazione dell'incidenza tributaria; giacché sotto tutti i sistemi piovono parimente dalle prefetture innumerevoli decreti principianti col sovrano «Noi, prefetto», che regolano con onniscienza e onnipotenza ogni più grande e ogni più piccolo affare dell'amministrazione locale. E siccome governanti e governati non possono esser mai della stessa opinione sulla durata del governo, e manca affatto, intermedia tra loro, una classe che partecipi volontariamente e onorariamente all'amministrazione, consegue, che sotto una tale tutela il popolo vivace e mobile si lascia andare a continue e sempre nuove agitazioni. Ciò non ostante, la maggioranza dei francesi riguarda sempre con orgoglio il proprio ordinamento burocratico militare; e tanto più Napoleone è considerato una gloria nazionale. Egli, al contrario, distrasse la libertà e sicurezza personale, la libertà del commercio e della vita spirituale, la partecipazione del popolo alla legislazione e all'amministrazione. Fino a questo segno fu nemico della Rivoluzione e nemico del proprio popolo, che abbonda anche troppo di genialità e di senso del bello, e che ha troppo spesso combattuto magnanimamente contro la tirannide, perché potesse trovare nel deserto spirituale del dispotismo un acquietamento durevole.