Roma era salita in virtù della disciplina e della maschiezza del suo popolo; andò a fascio quando l'antico spirito romano sparì. Si pensi alla malattia inveterata della società romana, a quella lotta del capitale col lavoro libero la quale aveva quasi distrutto il ceto medio, ai latifondi e ai branchi di schiavi maltrattati, alla crudeltà di questo popolo, che si ricreava ai rantoli dei gladiatori agonizzanti, alla boria denarosa goffamente primitiva della nobiltà, che nelle opere dei suoi filosofi di moda leggeva soddisfatta che solo la ricchezza è morale e onesta; in fine alla nausea profonda di sazietà con cui quel mondo riguardava ormai la stessa opera propria; e si converrà che cotesta Roma, non ostante alcune somiglianze esteriori, non può affatto venir confrontata con la Parigi del secolo decimottavo; e che i francesi conservavano una riserva di forza nazionale e di orgoglio nazionale, che doveva poi svilupparsi gagliardamente durante la Rivoluzione. A Roma si aggiunga inoltre un esercito, che fin dai tempi di Mario sdrucciolava verso la forma di un corpo di mercenari, ammaestrati alla maniera dei gladiatori, strumento docile del comandante supremo, bramoso di un ordinamento monarchico, condotto da una sanguinosa esperienza all'assoluta persuasione, che nelle contese dei partiti decide la spada.
La repubblica era moralmente ed economicamente un'impossibilità. Solo un potere monarchico era in grado di farla finita con la guerra sociale tra povero e ricco, tra servo e padrone, e stabilire una pace tollerabile; e la monarchia doveva essere assoluta. Si sa, che l'antichità non era al caso di liberarsi interamente dal concetto gretto dello stato-città e intendere il senso profondo delle forme rappresentative. Anche i soci, il cui particolare interesse avrebbe dovuto stimolarli al desiderio della costituzione rappresentativa, anche gl'italici, al tempo che il toro sabellico insorse contro la lupa romana nella più spaventevole di tutte le guerre civili, rimasero abbarbicati allo stato-città: l'Italia, lega di città italiche, avrebbe dovuto dominare in luogo di Roma nel modo stesso come Roma dominava. Purtroppo una democrazia degna era inconcepibile negli stati-città fin da quando gl'italici conseguirono la cittadinanza, e la gentaglia delle città campagnuole affluiva alle assemblee sovrane della città dominante. Tale essendo la situazione, non rimaneva che l'assolutismo: il popolo sovrano, come suona la teoria dei giuristi cesarei, ha trasmesso per mezzo della lex regia il suo potere all'imperatore. Noi moderni rimaniamo atterriti davanti a cotesta strapotenza senza limiti, tanto più che non ereditaria, nelle mani di un sol uomo, e siamo in dubbio se onorarla col nome di regalità. Il regime imperiale è la costituzione di una società profondamente corrotta, morente: per giunta l'opera di Cesare fu sconciata dai successori, deformata, contro l'intenzione del fondatore, in uno stato militare. Ciò non ostante, la dominazione degl'imperatori costituisce la sola conclusione concepibile, necessaria, dello sviluppo politico del mondo antico. Non appena l'empire svelò la sua vera essenza, la parte viva della nazione, la classe media, gli si levò contro: Cesare invece aveva combattuto un'aristocrazia decrepita, che portava nel cuore la morte. Nell'impero di Napoleone fermentavano e operavano in segreto le idee costituzionali; la gente illuminata guardava con rossore e con ammirazione la libertà dei popoli anglosassoni. Nella Roma imperiale il fuoco delle idee repubblicane volse lentamente in cenere; nessuno sguardo invido ai popoli forestieri turbò la pace dello stato asservito: Roma era la terra, i barbari non contavano.
Napoleone si servì dei partiti repubblicani come aiuto a salire; e odiava i legittimisti come i peggiori nemici della propria dominazione. Cesare era un vero democratico, amava il popolo e avrebbe sdegnato il dileggio napoleonico contro la «canaglia». Sotto la tirannide di Silla ebbe a soffrire per le sue convinzioni democratiche, e il suo odio contro gli aristocratici comprendeva non solo i propri nemici, ma anche i nemici del popolo. Egli legò il proprio potere alla più popolare delle magistrature, al tribunato, e quando da monarca si sollevò, come si addice al genio, sull'unilateralità dei partiti, pure attuò tutti i principii sani del programma democratico. Rispettò la libertà per quanto era possibile; ed è notevole la sua condotta verso i municipi, ai quali serbò la libera elezione delle proprie magistrature. La rivoluzione sociale fu compiuta da lui con prudenza: la distribuzione delle terre, l'abolizione dei requisiti del censo, la colonizzazione oltremarina, la nuova legge sui debiti assicurante la libertà del debitore, tutti questi sono prodotti di una legislazione squisitamente democratica. Napoleone appare inferiore anche sotto questo riguardo. Accettò e ordinò i risultati della rivoluzione sociale già compiuta fino a quello che è il più importante: rifiutò alle classi medie pacifiche la posizione politica, che in una società ispirata ai principii della libera concorrenza le spettava assolutamente.
Il mondo sa le macchie attaccate al nome di Cesare. Egli camminò nel fango di una macchinazione iniqua di partito e per molto tempo esercitò il brutto mestiere del cospiratore. Dei lamenti e degli oltraggi che tengono dietro a ogni strappo alla legge, nessuno gliene fu risparmiato. Egli fu costretto ad avere familiarità con avventurieri abbietti, a tollerare a Tapso e a Munda la ferocia sanguinaria dei suoi mercenari. Dové mandare impuniti i misfatti dei compagni e non sdegnare le goffe menzogne dell'usurpatore, affinché il colpo di stato fosse legittimato e i partiti si riconciliassero. Attirò sul suo capo la maledizione del poeta e di tutti gl'idealisti, come l'imprecazione di Catullo: timete Galliae, hunc time, Britannia: l'impero che il duce della democrazia fondò, fu semplicemente un dispotismo, fu semplicemente il giaciglio di un popolo infermo. Un terribile guiderdone attendeva la vita dell'uomo che, deificato dal popolo fintanto che fu cospiratore, trovò poi poco amore quando coprì di benefizi il mondo in sua balìa. Ma come Shakespeare picchiettò il suo Cesare con uno spruzzo di piccole debolezze, affinché la grandezza dell'eroe spiccasse più luminosa, così lo storico, quanto più scrupolosamente aduna i punti oscuri della vita di Cesare, tanto più soverchiante vede complessionarsi la figura del primo uomo di stato dell'antichità. Mai più tante cose grandi sono state create pel bene di uno stato nel breve giro di cinque anni; e quali disegni, come l'idea della codificazione del diritto, lasciò Cesare incompiuti!
Cesare supera non solo per la fecondità ma anche per la moralità della sua politica l'eroe moderno. Questo conserva e accresce come un capitale a frutto l'ansietà generale dei piccoli borghesi, e getta Parigi nella vertigine dei piaceri per farle scordare la libertà. Quello sdegna di mettere a profitto le più indegne passioni, schiaccia e riduce al silenzio gli anarchici, e per mezzo delle rigide leggi matrimoniali si oppone con tutte le forze all'invadente depravazione morale, per quel tanto che le leggi possono impedire la corruttela dei costumi. Nullis polluitur casta domus stupris! canta Orazio con gratitudine ad Augusto; e in codesta grossa iperbole è però involta la verità, che la morale sotto i primi imperatori era in condizioni meno orrende che al tempo di Catilina. Alleghiamo in fine quello che è il contrapposto più sorprendente nella politica dei due dominatori: Cesare era un uomo di stato, Napoleone un soldato. Sopra abbiamo illustrato il carattere prevalentemente militare della politica napoleonica; aggiungiamo ora un altro tratto singolarmente istruttivo: il giudizio sprezzante di Napoleone sulla guerra dell'indipendenza americana. Proprio in questo si tradisce l'unilateralità del tecnico militare. L'imperatore non comprende, che per l'appunto nell'elasticità della difensiva di Washington, in quella catena di meschini scontri di avamposti e di laboriose discussioni nel Congresso, la sostanza specifica della guerra si rivela come la forma violenta della politica, e che Washington va annoverato tra i grandi condottieri per l'appunto per cotesto, che non era puramente un generale. Cesare conduceva la guerra nello stesso senso dell'americano, salvo che con un genio più fertile. Quando a quarant'anni mutò la toga col manto di porpora, pel primo capitano del tempo la guerra non era stata mai altro che un mezzo: non appena raggiunto lo scopo politico, le armi posarono.
Se è pericoloso commisurare tra loro le gesta di Cesare e di Napoleone, ogni confronto dei due uomini nel loro essere umano cade diritto nel ridicolo. Di Cesare è stato riferito, che ripeteva volentieri i versi di Euripide:
εἴπερ γάρ αδικεῖν χρὴ, τυραννίδος πέρι χάλλιστον ἀδικεῖν· τἄλλα δ'εὐσεβεῖν χρεών
(Se è necessario operare contro giustizia, è bello operare contro giustizia per ragion di regno; in tutto il resto è necessaria la giustizia e la pietà). E visse fedele alla massima. Si assunse la colpa enorme; ma non l'avrebbe evitata nessuno, che si fosse proposto di fondare il trono, e di restaurare il mondo nelle sue ragioni. Però davanti alla figura di Cesare uomo ci sorprende sempre come un'emozione nuova lo stupore, che solo in un'epoca simile fu possibile una così pura grandezza. Quel sovrano nato, per quanto erri e pecchi fintanto che vive tra i piccoli uomini come un loro pari, giunto poi sul trono, dispiega tutta quanta la nobiltà della sua natura regale; proprio l'opposto di Napoleone, a cui il godimento del potere infatua il cervello e spinge fuori alla luce quanto aveva di brutto nell'anima. Sopra tutto ci entusiasma il vedere con quanta pienezza e sicurezza Cesare è radicato al suo popolo. Egli spiega la resistenza dei Germani al suo esercito osservando francamente, che «tutti gli uomini per natura aspirano alla libertà e odiano la servitù». L'imparzialità pagana di tali parole dimostra quanto era romano chi le scrisse. Il figlio di un tal popolo sovente a noi moderni si rivela inumano. Solo che a noi non piace udire proprio dalla bocca di Napoleone I il biasimo alla condanna di Uxellodunum e allo scempio degli Usipeti; perché, duro coi barbari alla maniera romana, Cesare ha usato coi compatrioti la bontà di un animo elevato, quale Napoleone non l'ha mostrata pei francesi.
Volle essere chiamato il clemente, non già il fortunato, come Silla, o il grande, come Pompeo; e solamente all'interezza armonica della sua personalità, che non permette un risalto prevalente a nessun tratto particolare, bisogna ascrivere il fatto, che la storia gli ha ricusato quel nome. A lui toccò di conquistare mercé l'opera di lunghe guerre il potere, che all'imperatore dei francesi cadde in grembo con un brusco atto di violenza; ma, più umano di questo, ai nemici e agli amici infedeli usò grazia fino all'imprudenza, e fece la fortuna dei compagni, generoso fino alla prodigalità. Affabile, giusto, magnanimo, la sua eccellente natura non mostra nulla dell'astio vendicativo napoleonico, nulla della volgare prosunzione e dell'iracondia rumorosa del côrso. Cesare era nobile quanto si addice a un sovrano. La fine di Pompeo gli strappò le lacrime; tenne altamente in onore la memoria del suo terribile nemico Silla. E se pure gli avvenne di cadere nell'esecrazione dell'usurpazione e della menzogna, nondimeno il Bellum gallicum ci ammaestra quanto fosse estraneo il mentire al carattere dell'uomo. Questo libro, che è uno scritto illustrativo ordinato ad una espressa azione politica, è nella sostanza una limpida fonte storica incomparabilmente più veritiera dei bollettini, e perfino di quelle annotazioni, che Napoleone non destinava a uno scopo politico immediato. La forza di Cesare stravizzò in tutti i piaceri di un tempo che non conosceva limite al godimento; ma il suo cuore rimase abbastanza ricco per consacrare alla madre, alla figlia, alla moglie la tenerezza semplice di un sentimento, che cerchiamo invano nell'anima di Napoleone. Era fatalista come tutti gli eroi; ma la sua irremovibile fiducia in una scorta divina ha assai poco di comune con l'insolente burbanza di Napoleone, che ripicchia con tracotanza sulla «sua stella». E come sono ricche e multiformi le sollecitudini ideali di Cesare! Da pretto romano, non era molto sensibile al mondo estetico e prediligeva la grammatica e le scienze esatte; ciò non ostante, egli promosse alacremente tutte le branche della cultura. Apprezzò la libertà delle lettere, fu il primo a disporre la pubblicazione degli atti del senato, scrisse egli stesso di tanto in tanto sulle questioni del giorno; e infine l'autore dei Commentari poté adornarsi il capo di quella corona di autore classico, che al prosaico côrso rimase irraggiungibile.
In sostanza, del famoso parallelo di Cesare e Napoleone non resta altro, se non che l'uno e l'altro furono grandi uomini ed eroi, l'uno e l'altro usurpatori e nemici dell'aristocrazia, e così di seguito, secondo le banali proposizioni che noi lasciamo ai ragazzi. In poche parole: di quanto l'Europa moderna supera il mondo cadente dell'antichità in forza di gioventù, in moralità, in ricchezza e cultura, di tanto appetto a Napoleone Cesare è più grande. È un gioco arrischiato evocare l'ombra di Cesare; pericoloso per la gloria del primo Bonaparte, più pericoloso per gli epigoni.