PARTE SECONDA
LE VECCHIE E NUOVE CLASSI ABBIENTI
Le vecchie e nuove classi abbienti. [Scritto a Kiel nel 1867.]
I.
In un'amena vigna del mio paese sorge una casina, dove un tempo Schiller, come si dice, avrebbe composto il Don Carlos. Ogni anno un centinaio di forestieri devoti contemplano il buco triangolare nel pavimento, che sarebbe servito da cestino al poeta. Un giorno, tra esaltanti discorsi di consacrazione, furono piantati davanti al portone una quercia di Schiller e un tiglio di Schiller, fu posto all'uscio un album di Schiller, e fu murata sulla facciata una lapide a Schiller. Alla bella celebrazione assistevano solo alcuni iniziati con vari sentimenti. Essi sapevano, che la casina era stata fabbricata circa un paio di decenni dopo la morte del poeta; pure tacevano; e queste linee non implicano minimamente l'intenzione di turbare la pia persuasione dei credenti. Certamente la più parte dei nostri lettori, in occorrenze consimili, hanno verificato con quale forza il famoso principio della formazione dei miti opera anche tra i lumi del secolo decimonono, e anche tra le persone colte. Questo vecchio lieto ricordo ci risovviene involontariamente, ora che cerchiamo d'illustrare uno dei casi di mitificazione moderna più ricchi di effetti duraturi.
La più recente storia della Francia si svolge in buona parte tra le file del quarto stato. Caduto il primo impero, il bonapartismo sopravvive negli animi e principalmente nella fantasia delle folle popolari francesi. Se noi più indoviniamo che comprendiamo i segreti dell'anima dei bassi ceti della nostra propria nazione, tanto più rimaniamo completamente sospesi davanti all'enigma come mai un esecrato macellatore è potuto a mano a mano apparire amabile a una nazione straniera, come mai un duro tiranno sembrarle un dio. In questo caso sono in atto le forze elementari dell'istinto popolare; e noi ci contentiamo di poche postille, e pel resto ci richiamiamo all'antichissima esperienza, che solo ai sacerdoti e ai condottieri accade di diventare, nel vero senso, eroi nazionali. Solo all'eroe della fede e all'eroe della spada è sancito quel supremo favore popolare, che entusiasma i milioni di uomini e schiude la bocca alla leggenda. Su tale argomento la limitatezza, l'incertezza di ogni conoscenza storica si parano dinanzi all'animo in modo scoraggiante. Non solo il giudizio sulla ragione e sul torto delle lotte passate è preso, come s'intende facilmente, nel vortice di una eterna trasformazione; ma anche la questione su quali dei fatti avvenuti meritano l'attenzione e sono degni di essere ricordati, è risoluta dai posteri in modo ben diverso che dai contemporanei. Come una pubblica biblioteca, se vuol rispondere interamente allo scopo, deve contenere a un dipresso tutto ciò che si stampa, perché nessun contemporaneo è in grado di presagire se le fantasticherie oziose di uno sciocco cuculiato appariranno alla posterità utili ed istruttive rispetto a un sistema d'idee ancora sconosciuto, così anche la storia dovrebbe tramandarci tutto ciò che avviene nella vita di un popolo. Disgraziatamente, noi sappiamo soltanto ciò che gli scrittori contemporanei hanno ritenuto memorabile; e oggi noi daremmo via molto volentieri la conoscenza di tante defunte discussioni parlamentari laboriosamente dibattute, se sapessimo con più sicurezza ciò che le nonne filando alla rocca raccontavano del grande imperatore ai nipotini, ciò che i contadini delle provincie hanno lamentato del ministro borghese di Luigi Filippo.
Dobbiamo illustrare il modo come si venne formando la leggenda napoleonica mercé il tranquillo e incosciente lavoro della fantasia nazionale, e come in pari tempo la cosciente attività dei napoleonidi preparò la restaurazione dell'impero. Considereremo, inoltre, come e perché l'ordinamento amministrativo di Napoleone si affermò come la parte più viva e vitale della costituzione dello stato francese, e domanderemo, in fine, perché la nazione non trovò alcuna tranquillità nel sistema costituzionale. L'esperimento parlamentare dei francesi non merita punto l'indifferenza, che generalmente dimostrano a esso in Germania. Anzi alcune di quelle forze politiche, che anche presso noi tedeschi operano renitenti allo stato parlamentare, appaiono in questo caso con una chiarezza e una precisione, con un'evidenza tipica, come mai altrove. Un ordinamento burocratico, più rigido e dispotico del tedesco, si oppone direttamente alle idee rivoluzionarie, che in Francia si svolgono con energia anche maggiore che da noi. Proprietari e proletari, contadini e operai della città lottano apertamente in Francia pei rispettivi interessi di classe, nel medesimo tempo in cui in Germania questi potenti contrasti sociali seguivano il loro corso quasi inconsapevolmente l'uno accanto all'altro. Mentre da noi la lotta per l'unità della nazione predominava su tutte le contese di parte, e il timore ispirato dalle idee nazionali spingeva i partiti ultramontani e feudali ad allearsi con le piccole corone, in Francia già da secoli il problema dell'unità nazionale era stato risoluto felicemente: i partiti sono tratti a svelare la loro intima natura nelle congiunture più semplici e più grandi; e si avanzano come nemici della monarchia.
Anche se il risultato di queste considerazioni non approda ad altro che a riuscire molto scoraggiante, noi però riproviamo la superbia di tanti politici inglesi e, purtroppo, anche tedeschi, i quali, per via delle lotte parlamentari senza costrutto, negano addirittura ai francesi l'attitudine alla libertà politica. Una volta che al cristianesimo è riuscito di trionfare di tante proclività naturali tutt'altro che cristiane dei popoli d'Europa, non abbandoniamo dunque la speranza, che un progresso veramente più adeguato della civiltà, ossia l'ordinata partecipazione dei governati al governo dello stato, sarà per realizzarsi dovunque sul nostro continente, anche se le forme di questa libertà porteranno, per la salute del mondo, un'impronta nazionale molto diversa. Forse che quella timida piccola borghesia tedesca affatto disabituata alla vita pubblica, a cui Stein donò l'ordinamento civico, aveva più preparazione dei francesi di oggi all'autonomia amministrativa? Eppure in cotesti distretti prosperò la vitale e sana municipalità, che noi stimiamo come la parte sicura e salda della libertà popolare tedesca. Con che fuoco e con quanto buon diritto noi patrioti tedeschi siamo andati in collera, quando anche tre anni fa gli stranieri, allungando un dito magico sul nostro sminuzzolamento di cinque secoli, profetarono l'eternità degli staterelli tedeschi!
No, la questione della libertà non è una questione di razze. Noi crediamo fermamente, che a nessuno dei grandi popoli civili la conseguenza di un'antica colpa renda così difficile la via a una libertà razionale, come ai francesi. La storia non è pei sanguinari: allo stesso modo come spande munificamente anche sulle generazioni lontane la benedizione dei fatti magnanimi, così pure prova sui figli i peccati dei padri, dimenticando molto a rilento, e con una rigidezza inesorabile, che la piana bonomia non sospetta nemmeno. Chi non ha visto che a Königgrätz il gran Federico si trovava in mezzo ai suoi Prussiani, chi non comprende che il vecchio peccato mortale della confederazione del Reno ha castigato sé stesso per sessanta anni nel popolo della nostra Germania meridionale, ebbene, non ha occhi per discernere la dipendenza profonda delle cose storiche. Principalmente la Francia può dirne qualcosa dell'immortalità della colpa storica. Mirabeau è una figura che percuote così tragicamente, appunto perché nulla sua vita si specchia il destino del suo popolo: come l'ombra della scapigliata giovinezza si allungò tra Mirabeau e la corona e gl'impedì di prendere la posizione giusta al momento giusto, così anche la nazione compì solo a mezzo la sua prima rivoluzione, perché portava sulle spalle il peso di un passato colpevole, perché sotto l'oppressione dell'antico regime le semplici virtù del cittadino le erano svanite. Similmente oggi. Nessuno statista pensante dubita, che le condizioni fisiologiche assai sconfortanti della popolazione francese, la sua poca fecondità, il numero eccessivo di deboli e di storpi, se non derivano da una causa sola, certo hanno una causa sostanziale nelle guerre del primo impero, che menò al macello la gioventù sana maschile. Lo storico troverà con poca fatica anche nella vita politica gli effetti duraturi di quegli anni turbolenti: le voglie anarchiche del tempo della Rivoluzione, le abitudini dispotiche dell'impero, e, sopra tutto, gli odi irreconciliabili dei vecchi partiti.
Con tutto ciò non è impossibile, che i nostri vicini siano per ripigliare le forze e buttar via la trista eredità dei vecchi tempi. Con una vitalità inesplicabile, la nazione ha superato scosse spasmodiche che avrebbero annientato la più parte degli altri popoli; le sue condizioni economiche sono oggi incomparabilmente più favorevoli, la sua moralità forse non peggiore che sotto l'antico regime (giacché in questioni così delicate un popolo giustamente non deve essere raffrontato che con sé stesso). L'amore al lavoro è tuttora intatto come al tempo antico. Anche quel difetto nazionale, di cui si servono gli avversari per dimostrare l'incorreggibilità dei francesi, ossia la smania irrequieta della novità, appare allo sguardo penetrante sotto un'altra luce, non appena si riconosca, che questo popolo instabile conserva i suoi più importanti costumi politici con una immobilità quasi priva di pensiero; che lo stato francese in cinquant'anni si è mutato meno, che non abbia mai fatto in pari tempo la cosa pubblica di ogni altro popolo civile. Non c'è dunque ragione di disperare interamente della forza politica dei francesi; salvo che solo la gente leggera può aspettare per un prossimo avvenire l'avviamento dello stato alla libertà costituzionale.