Ogni giudizio preciso sull'antico sistema di governo in Francia è sempre esposto all'ira dei partiti. A rischio di essere accusati di legittimismo, osiamo affermare, che la Francia nel nostro secolo non ha visto giorni più felici di quelli della Restaurazione. Dopo che la ferocia sanguinaria dei giorni del terrore fu svaporata e la corona si fu accorta, che il grido di guerra degli emigranti vive le roi quand méme! usciva dai più pericolosi nemici della monarchia, la nazione entrò per la prima volta nel pieno godimento di quei benefizi della Rivoluzione, che finora le erano stati amareggiati dalla crudezza del regno del terrore, dalle leggi eccezionali del Direttorio e dell'Impero. La corona si adoperò a mantenersi al disopra dei partiti, a garantire anche agli avversari la libertà della lotta leale. Quando finalmente gli eserciti degli alleati lasciarono il paese, si offrì allora lo stesso spettacolo che avviene quando si alza la saracinesca sulla cateratta di un ruscello montano: la generazione che nella grande fantasmagoria dell'impero era stata fondamentalmente avvezza a misconoscere arte e scienza e a non curarsi dello stato, di botto sviluppò un vigore potente e prodigo, in ogni campo del pensiero e della creazione. I saloni deserti si riaprirono alla graziosa varietà delle belle conversazioni, ripristinarono quel mondo dello spirito e della eleganza, ormai sconosciuto ai nostri giorni, tormentati dalla politica e dalla sensualità: nobili dame spirituali, come la duchessa di Duras, ricevevano di nuovo gli omaggi di uomini squisitamente colti. Gli arditi novatori del romanticismo, Victor Hugo e i suoi compagni, principiarono la lotta strepitosa che liberò finalmente la Francia dalla scomunica del sillabo accademico. La poesia, che finora non era stata stimata che come rettorica, come «il più bel genere della prosa», adesso cerca di formare il proprio carattere, di penetrare gli enimmi del cuore umano. Anche le fantasie cattoliche della giovine scuola conferiscono naturalmente all'aspetto di questo popolo romanico. Con Sainte-Beuve principia un novello e più libero avviamento della critica estetica, e Quinet e Cousin già si arrischiano a illustrare ai loro connazionali le idee di Herder e di Hegel. Nello stesso tempo sorgono i migliori nomi, che ha conosciuto l'arte francese da Poussin in poi. Nel campo della scienza politico-storica fiorisce rigogliosa una nuova generazione diligente insieme e intelligente, dotta e dedita alle lotte dei nostri giorni. Con quale gioia la gioventù salutò alla Sorbona le entusiasmanti prolusioni di Villemain e di Cousin! Con quale piacere perfino il vecchio Goethe, poco sensibile alle simpatie politiche, parlò al suo Eckermann del Globe e dei primi passi di Mignet e di Guizot! Arride a questi giovani ingegni l'invidiabile, rapido, impetuoso successo, che la nostra vita sociale sparpagliata ricusa al tedesco. Era un risveglio affatto spontaneo degli spiriti: giacché la corte dei Borbotti sa promovere l'arte solo col dispendio, ma davanti all'essenza dell'arte è ottusa come un tempo fu Napoleone. L'industria e il commercio risentono l'immenso benefizio della pace: i lati oscuri della vita industriale moderna rimangono ancora avvolti pei più in una cupa ombra: i socialisti non raccolgono che una piccola comunità di fedeli.
La Restaurazione ha prodotto tra i suoi uomini di stato nomi come Villèle e Louis, de Serre e Martignac, che, quando gli odii di partito taceranno, la Francia ricorderà con onore. Liquidano il duro debito di guerra, riordinano esemplarmente le finanze, riorganizzano l'esercito vinto, creano dal nulla la flotta perduta. L'inviolabilità del domicilio e della proprietà, la libertà personale sono meglio tutelate che non forse sotto il governo più recente. E si accorgono ora i francesi di avere raggiunta una conquista più nobile, più duratura dell'ebbrezza di vittoria dell'impero: perché la loro carta costituzionale è stata considerata diffusamente in ogni paese di terraferma come il catechismo del diritto razionale, e i liberali di ogni nazione hanno imparato dalla Minerva, e ogni articolo di fondo di un gran giornale parigino aveva il valore di un avvenimento. Al dispotismo onnipotente di Napoleone è seguita subito una monarchia, in cui le Camere godono di maggiori diritti del parlamento inglese. Esse hanno approvato anno per anno tutti i bilanci dello Stato; nessun ministro poteva osare di mantenersi al governo contro il volere delle Camere. Il mondo risonava della grande parola della tribuna francese; e questo splendore dell'eloquenza non concerneva punto fatti personali, come sotto la monarchia di luglio. Erano lotte serie, combattute con la partecipazione passionata della nazione: sotto la Restaurazione hanno acceduto alle urne non mai meno dell'84 per cento, talvolta fino al 91 per cento degli elettori. Questo generale accaloramento alla politica ha qualcosa dell'ingenua allegria della giovinezza: la libertà della parola, ammutolita per tanto tempo, riopera con l'incanto della novità. L'ardore delle lotte di partito sembra un segno di forza e di salute rispetto al silenzio innaturale del governo di polizia di Napoleone. Il mondo torna a credere speranzosamente all'ideale politico. Forti partiti di tutte le classi si conciliarono lealmente col regime parlamentare: quelli che non lo fecero, come i repubblicani non convertiti, i partigiani di Napoleone, i legittimisti fanatici, si videro almeno costretti a simulare la loro sottomissione allo statuto. Due volte, sotto il governo del centro circa il 1819 e poi sul principio del ministero Martignac, si ebbe l'impressione, che la mannaia delle lotte civili fosse sepolta, che l'eredità della Rivoluzione fosse stata accettata dai Borboni senza benefizio, che fosse stato dimenticato il vecchio assassinio della dinastia perpetrato dal popolo. La nobiltà contava ancora antiche e illustri famiglie di grande potenza. I suoi figli avevano combattuto un tempo per la Francia su innumerevoli campi di battaglia; e adesso anche alcuni benemeriti dignitari di Napoleone aderirono all'alta nobiltà borbonica. La camera dei pari fu sovente salutata dalle ovazioni popolari, e fu stimata usbergo dei diritti del popolo. Parve non impossibile, che l'intesa pacifica tra le vecchie e le nuove classi possidenti, base morale della Restaurazione, sarebbe per durare.
Non ostante cotesti lati chiari, la Restaurazione non incorse puramente a caso nelle stoltezze di Carlo X: come afferma Guizot, fuori del parlamento stava in aria, senza base: pel complesso della nazione non fu mai altro che una palliata dominazione straniera. La politica pratica nel nostro secolo addottrinato sui libri viene traviata non solo dalle passioni o dai malintesi interessi, ma anche dagli errori dottrinali. Per esempio, i patrioti tedeschi si son fatti trarre in errore per anni e anni dalla comparazione dotta, e zoppicante sui due piedi, della confederazione germanica con l'americana e la svizzera; e similmente il ricordo scientifico dell'Inghilterra di Carlo II ha esercitato una tale influenza dissennante, da metterci quasi in sospetto del beneficio della scienza storica. L'edifizio statale di Cromwell, coperto alla meglio da una tettoia provvisoria, andò in conquasso tra i motteggi della nazione: un generale inglese richiamò il re legittimo; il partito repubblicano subito si disperse ai quattro venti, e i falli accumulati dai due ultimi Stuart indussero a suo malgrado il popolo fedele a una seconda sollevazione. Ben diversamente in Francia. È semplicemente falso, se gl'inveleniti avversari del bonapartismo oggi lo affermano, che Napoleone fu abbattuto altrettanto dalla Francia quanto dall'Europa. Se l'inverno del 1813 egli avesse accettato le proposte di pace ingiustamente miti degli avversari, avrebbe potuto contare sopra un governo assicurato per molto tempo; e anche dopo che la sua alterigia imperiale ebbe tirati gli eserciti stranieri sul suolo della Francia, l'odio del popolo al massacratore non era alla lunga abbastanza forte per spezzare dagl'incastri interni le ferree giunture dello stato militare. Solo gli stranieri buttarono a terra Napoleone, e gli stranieri ricondussero l'antica dinastia. Per quanto le singole e lontane provincie del sud e dell'ovest salutassero con gioia la bandiera dei fiordalisi, rimane però assolutamente vera rispetto all'enorme maggioranza della nazione la scomunicata affermazione di Manuel, che la Francia accolse di mala voglia il ritorno dei Borboni. I nostri vicini si vantano a ragione di un vantaggio su tutte le altre grandi potenze: la Francia non possiede nessuna Irlanda, nessuna Polonia; le sue provincie sono tutte francesi con tutta l'anima. Oggi però si è aperta in questa nazionalità compatta una screpolatura assai più difficile a sanare del particolarismo di qualche provincia: il regno si è diviso in due nazioni, i vincitori e i vinti di Waterloo.
La Francia fin dai tempi dei due cardinali si era abituata a essere la potenza egemone della terraferma. Sebbene questa supremazia si fosse andata a mano a mano indebolendo notevolmente sotto Luigi XV, si era però tuttora in Francia tanto sicuri della propria grandezza, che gli ufficiali borbonici battuti a Rossbach divulgarono in patria le lodi del colto re di Prussia. Chi avrebbe allora minimamente presagito, che cotesti stranieri avrebbero signoreggiato la Francia? Poi, durante le guerre della coalizione, era divampata contro lo straniero una passionata esacerbazione, e adesso alla splendida èra del dominio mondiale della Francia seguiva un governo installato dagli stranieri. La nazione aveva appena finito di lamentare, che la grande guerra per la supremazia di là dal mare si fosse chiusa con la vittoria della razza germanica; adesso, per colmo, anche la posizione del regno in terraferma appariva compromessa, e lo stato dechinava a potenza di second'ordine. La seconda pace di Parigi apre una breccia nella famosa frontiera di ferro di Vauban; la meschinità dei diplomatici della Santa Alleanza, invece di rinforzare la Germania, infligge alla Francia l'onta indimenticabile delle guarnigioni straniere. E, per colmo di vergogna, in tutte le disfatte francesi la parte più gloriosa era stata sostenuta dalla piccola dileggiata Prussia! Lo stesso Chateaubriand non osò difendere la Prussia, e anche oggi in Francia i libri di storia che corrono per le mani parlano della nostra vittoria come di un'ingiustizia, di un'imperdonabile impudenza, laddove lamentano le vittorie degl'inglesi, dei russi, degli austriaci come puri infortuni. Le dure esperienze inducono nell'anima della nazione un'alterazione dell'antica indole. Questo popolo che in altri tempi era il più ospitale di Europa, che accoglieva gli stranieri senza punto considerarli come stranieri, mostra ora in numerose occasioni un odio aspro e selvaggio al forestiero: tutta la stampa di quel tempo echeggia di un tono ostile contro i paesi esteri. Nel 1822 a Parigi si negava a una compagnia inglese il permesso di dare rappresentazioni, e si andava cento volte in visibilio al verso jamais en France l'Anglais ne régnera: oggi ancora riesce facile far montare in bestia il contadino francese con le parole étranger e prussien. E chi erano i fortunati, che condussero l'odiato straniero al governo dello stato? Gli emigrati, la scellerata nobile marmaglia, che pei privilegi del blasone avevano impugnato la spada contro la patria. Un odio sconfinato animava il popolo contro quei traditori, ogni rapporto con loro era un'onta: a Guizot non si perdonò mai d'essersi recato durante i cento giorni dagli emigrati a Gand. Anche Napoleone aveva mostrato un senso squisito di questo istinto delle popolazioni: nella sua prima campagna d'Italia scrisse al generalissimo piemontese, che la presenza dei parricidi macchiava l'onore del campo nemico; e in seguito ebbe sempre a ricordare, che mai nessun napoleonide aveva portato le armi contro la patria, e che anche il generale Beauharnais aveva prescelto la ghigliottina all'emigrazione. Nessuna potenza al mondo era in grado di cancellare questi sinistri ricordi. La tempesta parlamentare che terminò con l'espulsione di Manuel, scoppiò perché Manuel aveva ricordato l'invasione. Egli aveva evocato l'ombra sanguinosa che s'interponeva tra la nazione e il governo.
È noto che Luigi XVIII non si mostrò affatto quello schiavo dello straniero, che lo tacciò l'opposizione invelenita. Quantunque partendo dall'Inghilterra avesse detto al principe reggente le indecorose parole: «dopo Dio, devo il mio trono a questo glorioso paese», pure non gli mancò interamente il senso dell'onore dello stato. Né il paese dové in minima parte alle sue preghiere le miti condizioni della prima pace di Parigi. Poi, in onta, naturalmente, alla Germania, cercò di strappare lo stato all'isolamento, e al Congresso di Vienna gli riuscì di stringere contro la Prussia e la Russia l'alleanza, che era tanto onorevole per l'abilità della politica borbonica, quanto ingloriosa per l'Austria e l'Inghilterra. Ripristinati i Borboni per la seconda volta, quantunque l'autorità della dinastia all'estero fosse già caduta, egli si adoperò con successo a liberare la Francia dalle guarnigioni straniere. Frattanto la situazione diplomatica dello stato era molto aggravata: la Francia aveva contro di sé la coalizione delle potenze orientali, e non le rimaneva che da scegliere tra l'isolamento e la guerra contro una superiorità di forze schiacciante. Anche al congresso di Aquisgrana le potenze orientali decisero il pronto intervento, non appena in Francia si fossero rinnovate le scene del 1789. Se pure il protocollo fosse rimasto segreto, l'istinto delle popolazioni, però, suole ingannarsi di rado in questioni di onore nazionale. Il popolo sentì, che l'orgogliosa Francia era sotto la vigilanza poliziesca della Santa Alleanza; e naturalmente si avverò anche troppo presto la predizione di Guglielmo von Humboldt dopo la conclusione della seconda pace di Parigi: la Francia non sarà mai calma, fintanto che l'Europa pretenderà di tenerla sotto tutela.
Solo un governo dotato di ardimento, che avesse fatto tutt'uno con la nazione, avrebbe potuto salvare lo stato da cotesta situazione umiliante. Ma i Borboni non vollero mai e non poterono farsi un cuore col proprio popolo, anzi sotto Carlo X la diffidenza verso il paese della Rivoluzione si manifestò sfacciata: «io mi sento interamente elvetico», disse quel cieco principe alla sua guardia svizzera. La grande turba degli emigrati continua come prima a tramare i suoi vecchi bassi intrighi, viaggia per implorare l'aiuto straniero e accusare presso gli stranieri la propria patria. Bergasse, quello stesso matto, che un tempo aveva influito alla corte contro i consigli di Mirabeau, nel settembre del 1820 presentò allo czar un memoriale: che la Francia era il covo di tutte le cospirazioni europee, che la casa dei Capetingi, essendo la più antica delle dinastie, era il principale bersaglio dello spirito settario; che era necessario un congresso che sbandisse solennemente le dottrine dell'ateismo e del sovversivismo, e via di questo passo. Il conte Jouffroy comparve al congresso di Verona come rappresentante di un così detto comitato realista, ed espresse il desiderio, che le potenze orientali guarissero il gabinetto di Parigi delle sue debolezze liberali; e che Villèle dovesse agire come ministro della Santa Alleanza, non già puramente come ministro della Francia¹. Se nel pavillon Marsan era alimentato un tale trescamento senza patria, nessuno ha a meravigliarsi, che durante la guerra di Spagna corresse nel popolo l'assurda diceria, che il re avesse voluto allontanare l'esercito, affinché nel frattempo gli alleati invadessero la Francia e vi ristabilissero l'assolutismo!
¹ I due memoriali suddetti, notoriamente non i soli del genere, furono comunicati in copia dall'ambasciatore badese a Berlino alla corte di Carlsruhe. (Nota dell'A.)
Tale essendo la situazione, anche i più abili statisti della Restaurazione non avrebbero potuto perseguire nella politica estera grandi e positivi fini: si viveva alla giornata. Durante i primi anni della Santa Alleanza si comportavano come grandi potenze solamente la Russia e l'Austria; poi contro la loro preponderanza si levò Canning, non già la casa di Borbone. Ordinariamente i Borboni si tennero lontani dalla violenta politica tendenziosa della Santa Alleanza. Ma la buona intelligenza felicemente ristabilita con l'Inghilterra non si concretò in una efficace alleanza delle potenze occidentali; perché tra l'Inghilterra e la Francia si frapponeva la questione orientale, e una politica del liberalismo in grande stile riusciva impossibile ai legittimisti di tutte le dinastie. Il gabinetto capiva che la Francia non doveva tollerare l'intervento cronico dell'Austria in Italia; ma alla fine la paura della rivoluzione prevalse, e si conchiuse col contentarsi di assumere la protezione del minacciato diritto ereditario che veniva a Carlo Alberto da Carignano. La guerra di Spagna parve allora un ritorno dei gloriosi tempi dell'antica politica di famiglia seguita dai Borboni; Chateaubriand si vantò di avere esteso la signoria della Francia fino alle colonne d'Ercole, e di aver compiuto in poche settimane ciò a cui non era arrivato in molti anni Napoleone. A conti fatti la strepitosa impresa si dimostrò risolta in fumo rispetto alla potenza della Francia: i Borboni spagnuoli ripagarono i loro cugini francesi con quella ingrata albagia, che il dispotismo restaurato ha mostrato in ogni tempo pei suoi più moderati difensori. Solamente, e non altro, si era stimolato l'istinto guerresco, avido di supremazia, della nazione, e posto ognuno in grado di confrontare gli allori a buon mercato della bandiera dei fiordalisi con la gloria del tricolore.
Fatta eccezione solo della repubblica, che generalmente non guardò alle questioni europee, nessun governo francese di questo secolo è stato per noi tedeschi un vicino fido ed equanime; e probabilmente questa situazione durerà fino a quando il nostro contadino renano vedrà il francese Carlomagno camminare a notte lungo il Reno e benedire i nostri tralci tedeschi, fino a quando la nostra canzone popolare canterà e racconterà l'anello incantato di Fastrada. Anche la Restaurazione, dunque, tramò alla chetichella le sue piccole cattive arti contro la Germania. Si dettero buone parole al re Guglielmo del Würtemberg quando corse a Parigi a lagnarsi delle mire di supremazia della Germania; si lavorò sott'acqua contro la nostra unità commerciale in formazione, e si favorì la lega commerciale della Germania centrale, che poneva la Sassonia e lo Hannover contro l'unione doganale prussiana. Allora come sempre la corte delle Tuileries cercò di tenere in tutela le corti della Germania meridionale, mosse vivaci rimostranze, che a Monaco alcune strade fossero state intitolate alle vittorie di Brienne e di Arcis, sostenne il re Luigi di Baviera quando, spaventato dei primi passi arditi della politica commerciale prussiana, ebbe a farne lamento a Parigi, e lo coprì poi di rimproveri quando il nobile principe si accostò alla lega doganale prussiana. Però tali piccoli intrighi non potevano appagare in alcun modo la presuntuosità nazionale. L'aspirazione ai confini naturali era fortemente sentita dal popolo come un sacro diritto, e si manifestava nel piccolo come nel grande, nelle mode del giorno, come per esempio la foggia di pettinatura chemin de Mayence allora in voga, e nelle accuse dell'opposizione. Lo stesso Chateaubriand vagheggiava il disegno di alleanza con la Russia, che avrebbe dovuto conquistare ai francesi il Reno, ai russi i Balcani. Quando finalmente Polignac prese sul serio questi sogni e, trattando segretamente con la Russia, vagheggiò l'idea di una campagna sul Reno, allora la nazione per un momento fu richiamata del tutto alle proprie questioni interne, e il frivolo disegno cadde.
Quasi tutti erano irritati dai rapporti che la corte aveva con la Russia. La posizione dominante, che Pozzo di Borgo teneva dai primi anni della Restaurazione e poi di nuovo sotto Carlo X, era indegna della Francia: perfino i diplomatici tedeschi della scuola conservatrice ebbero a dire, che non si sapeva se Pozzo fosse ministro di Russia o di Francia. E ciò in un momento, in cui la crisi orientale con le sue sorprese periodiche minacciava la pace del mondo! Non si voleva a nessun patto abbandonare la Turchia, vincolata da un'antica amicizia, introdotta per la prima volta dalla Francia nella cerchia degli stati europei; si subodorava l'intendimento della politica grecofila della Russia, che lo czar Alessandro davanti al principe Lieven aveva compendiato in una parola: il me faut une Grèce! Ma nemmeno si poteva resistere al fanatismo filellenico dei liberali, giacché l'opinione pubblica eccitata era ridivenuta una forza, e forza attiva anche nella politica estera; tanto meno, nell'antagonismo tra l'Inghilterra e la Russia dominante la questione orientale, s'intendeva di prendere partito per l'Inghilterra, che sul Bosforo difendeva il Gange. Così la Russia, che in Oriente era la sola a conoscere il terreno, attirò la corte di Parigi da una falsa posizione all'altra. I Turchi sono traditi a Navarrino, l'istinto guerresco nazionale è nuovamente ridesto dalla vittoriosa e non sanguinosa spedizione di Morea; e alla fine la Turchia è indebolita dall'amputazione fattale della Grecia, e la Russia senza ostacoli preme sui Balcani. Osservando cotesta feconda politica europea dei Borboni, comprendiamo facilmente la ragione per che allora i francesi inviperiti cantavano con Casimiro Delavigne: ces esclaves d'hier, aujourd'hui nos tyrans! e il ritornello di Béranger: en France soyons français! sonava scortesia ai Borboni.