II.
Basterebbero queste congiunture a spiegare la caduta dei Borboni. L'ubbidienza a una dominazione ritenuta straniera ha un'azione morale dissolvente, e un'antica esperienza, che torna a onore dei popoli di occidente, dice che la condotta debole dello stato di fronte allo straniero si è sempre risolta per loro in una leva della rivoluzione. La Restaurazione prese volentieri il nome di monarchia della tradizione; e il primo manifesto di Luigi XVIII promise di ricongiungere la catena interrotta dei tempi. Una monarchia della tradizione in un popolo, che non possedeva più tradizioni storiche, che aveva rotta con piena coscienza la catena dei tempi! Ciò che era stramazzato sotto l'uragano della Bastiglia, era per le popolazioni il tempo fosco dell'arbitrio e dell'arroganza nobilesca, e non ne sopravviveva che un odio senza limiti. Chi mai parlava ancora dei fasti crociati dei La Tremouille e dei Montmorency? Dopo il risveglio del popolo, nei giorni della ragione e dei diritti dell'uomo, nei giorni della vittoria, gli uomini del terzo e del quarto stato avevano tenuto il fastigio della nazione; e adesso il re presumeva di spazzar via dalla memoria del popolo proprio questo tempo, che per lui costituiva tutta la storia della Francia! Era il contrasto di due epoche divise da un mondo. Il paese motteggiava e beffava, quando i suoi re sanavano un'altra volta i gozzi, quando erano cavati fuori a spettacolo l'orifiamma e l'olio di san Clodoveo, e i paggetti, e i vecchi moschettieri canuti, e tutta la rinchiusa e muffita cianfruscaglia del ripostiglio dinastico; quando il vive Henri IV! e la charmante Gabrielle erano rappresentati davanti a un popolo, che aveva tuttora negli orecchi le note inebbrianti della marsigliese. E si poté vedere a quali immagini fosse legato il cuore della nazione, quando il generale Foy tra i plausi frenetici rivendicò alla Francia il tricolore. E non solo il dileggio, ma una grave e ben giustificata sollecitudine invase i ben pensanti, quando il re in virtù del suo diritto regio largì di buon grado la carta costituzionale, che in effetto gli era stata strappata dalla natura delle cose, e si arrischiò di parlare nuovamente a questo popolo, lieto del suo diritto, come a sudditi fedeli. Se la nazione scoteva il capo al nome di Luigi il Grosso e di San Luigi e degli altri illustri antenati, che il re pronunziava volentieri, molti personaggi della Real Casa, però, non avevano mai sentito far parola del maresciallo Ney, e anche i più notevoli degli emigrati, come Richelieu, stavano lì perplessi, ignoranti fino al ridicolo dell'anima nuova di questa giovine Francia, che non avevano più calcata in venticinque anni di prodigiosi trasmutamenti.
Questo contrasto di vedute era aggravato dalla disastrosa inimicizia delle persone. Troppo nobile sangue era stato sparso dall'una e dall'altra parte, e dall'una e dall'altra parte c'era da perdonarsi più che a uomini fosse dato condonare. Era inconcepibile, che i fratelli del re decapitato si stringessero in rapporti leali con gli assassini del sovrano e assassini di Dio; ed era anche più impossibile, che la nazione mettesse confidenza a cotesta nobiltà, che in altri tempi pensava di detronizzare Luigi XVI come fautore della rivoluzione e che in seguito, dopo sterili lotte contro la patria, rimandava a casa i figli a occupare le cariche alla corte dell'imperatore dei plebei. Già sotto il Direttorio la mente più acuta del campo legittimista, De Maistre, aveva predetto le tristi conseguenze di questa incurabile inimicizia delle persone. E adesso che la nobiltà si preparava, come ai tempi di Enrico IV, a considerare il re semplicemente come il primo gentiluomo del paese, e a farsi una prerogativa della parola honneur come di una parole toute à nous, il generale Foy avvertì: «la dinastia corre infallibilmente alla rovina, se si appoggia sopra una nobiltà siffatta». Gli stessi gabinetti alleati non si preclusero del tutto il discernimento, che i nuovi tempi esigevano nuovi uomini, e fin dal principio, e specialmente poi alla seconda pace di Parigi, pensarono a qualche nuovo candidato al trono, ad Eugenio Beauharnais e qualche altro. Anzi i più aspri nemici di Napoleone, come per esempio Stein, riguardavano i Borboni tutt'al più come un punto di appoggio pel paese travagliato, dopo che la debolezza del sistema si era così pietosamente rivelata nei cento giorni. Quando gli ultralegittimisti accumulavano pazzie su pazzie, Metternich scrisse: «i legittimisti legittimano la rivoluzione». Solo i tories inglesi guardavano con lieta fiducia il nuovo stato di cose in Francia, ma anche tra loro i più avveduti principiarono fin dal 1818 a dubitare dell'avvenire della dinastia, secondo che provano i volumi recentemente pubblicati dei dispacci di Wellington.
Come tutti i governi a loro succeduti, i Borboni non uscirono mai interamente dalla lotta per la propria esistenza; come tutti i successori, essi hanno dovuto sempre tornare a dichiarare, che al paese si sarebbe concessa la piena libertà non appena i principii fondamentali del sistema fossero universalmente conosciuti. Un piccolo ma istruttivo sintomo di questa poca sicurezza di tutti i capi di governo è, per esempio, la straordinaria fecondità della zecca francese: ogni nuovo sovrano desidera di vedere subito la propria effigie in palma di mano. La frivola infedeltà celta, il ridendo frangere fidem che esasperava i Romani, ha perduto dopo tante rivoluzioni sanguinose ogni vergogna. La nazione era abituata a scusare ogni violazione del proprio dovere con un bon mot, con un couplet, con un sorridente_ que voulez-vous? c'est plus fort que moi!_ principiava ormai a considerare lo spergiuro politico come un suo diritto acquisito. I nostri radicali possono apprendere dalla storia modernissima della Francia, che dietro la parola abusata e coperta di ridicolo «dinastia avita» si nasconde una significazione seria: una dinastia nazionale cresciuta insieme col paese è sempre un incommensurabile benefizio civile anche per la nostra generazione democratica.
È noto, che ben poco fu effettuato di quanto pretendevano gl'insensati disegni reazionari, con cui gli emigranti assediarono la corte. Si può dire che la Restaurazione andò in rovina meno per le azioni, che per le intenzioni attribuitele dal popolo. E siccome era stabilito, che la Francia dovesse aspettarsi da cotesta dinastia una lotta implacabile contro i preziosi frutti della Rivoluzione, in ciò stesso ha radice il giudizio di condanna contro il ripristinamento dell'antica regalità. Appena rimpatriati, gli ultralegittimisti principiarono a rimettere in questione tutto ciò che alla nuova Francia era divenuto caro e inseparabile. Siccome il primo console aveva saggiamente riconosciuto la riversibilità dei possessi, gli emigrati ripeterono la loro proprietà. La lotta terminò col pagamento di un miliardo agli emigrati; ma siccome costoro lo riguardarono solamente come un acconto, seguì che tutti i possessori dei beni nazionali perderono il senso della sicurezza sui terreni legittimamente acquistati. Da ciò conseguì la lotta contro il nuovo diritto ereditario. Noi francamente non approviamo una legislazione, che vieta al testatore la disposizione della maggior parte dei suoi beni e sottopone i più delicati segreti della famiglia alle indagini inquisitive del magistrato; ma essa è senza dubbio democratica. Era sopra tutto nazionale, e presto ebbe pel popolo il valore di ragione scritta. In siffatte questioni, che toccano l'intimità della vita di famiglia e l'economia domestica, il legislatore rimane impotente di fronte ai costumi nazionali. Una gran parte del mezzo ceto della campagna doveva la propria esistenza alle leggi sul diritto di successione ereditaria e sulla divisibilità dei beni fondiari; e nessun lavoratore intendeva di rinunziare alla speranza di acquistare un poderuccio come frutto delle sue fatiche. Le vedute democratiche della società moderna, la distribuzione della popolazione tra la città e la campagna, in una parola, molti dei più importanti principii sociali su cui riposava la nuova Francia, erano connessi a queste leggi. E presentemente ogni persona imparziale ritiene per fermo, che i gravi mali di cui soffre l'agricoltura francese non sono in alcun modo cagionati dalla libertà di movimento della proprietà fondiaria. Proprio su cotesti problemi profondamente gravi si contorse il pugno grossolano del partito degli emigrati, il quale propugnava i beni chiusi, e infine arrischiò una proposta di legge sul privilegio della primogenitura. La proposta cadde; si ottenne solo la protezione del maiorascato. Ma il tentativo rimase memorabile; e non fu possibile dissuadere i contadini, che la nobiltà mirasse a ripristinare gli antichi diritti e servitù feudali.
La borghesia benestante, il cui aiuto aveva reso possibile il ritorno dei Borboni, si vide duramente offesa dall'alterigia degli emigrati, e si vide preclusa la carriera degli uffici dal nepotismo nobilesco: anche il più importante dei suoi diritti politici fu minacciato dal progetto che più stava a cuore ai legittimisti, quello di legare il diritto elettorale al possesso fondiario. Un realista moderato e benevolo, il signor di Sesmaisons, riepilogò le riforme indispensabili allo stato nei seguenti capi: maggiorasco generale per la nobiltà, educazione dei figli del patriziato a spese dello stato, gli uffici supremi e la dignità di pari accessibili esclusivamente ai nobili, tribunali di casta pei gentiluomini. Si argomentino da ciò le speranze degli ultralegittimisti, e si misuri la bile delle nuove classi possidenti, di tutte le migliaia e migliaia che si sentivano citoyens! Gl'industriali udivano ogni giorno i realisti esaltare la Francia come stato agricolo e condannare l'industria come immorale, e si sentivano minacciati dall'idea, che quegli arrabbiati accarezzavano, di ripristinare le gilde. Le cose ristettero ai discorsi senza freno: lo stato conservò quella preziosa libertà d'industria e di esercizio, che fino a poco tempo fa ha fatto apparire agli operai tedeschi perfino la Francia bonapartista come un paese della libertà. In tal modo, insomma, i gravi interessi sociali erano tutti insospettiti ed eccitati; e la corona, che nella più parte dei casi era affatto incolpevole, veniva tratta dall'insensatezza degli emigrati a esserne tenuta responsabile.
La Restaurazione commise nel campo ecclesiastico i suoi errori più gravi, per quanto anche qui la colpa della corona fosse assai inferiore all'accecamento dei suoi fanatici amici. I vescovi dell'antico regime erano gente mondana, inclini alcuni al giansenismo, altri all'enciclopedia, ma legati alla terra dai possedimenti fondiari e dalle parentele patrizie, e perciò patrioti; e vigilavano gelosamente sui diritti dell'episcopato nazionale. In seguito Napoleone fondò il nuovo stato ecclesiastico, cioè una classe d'impiegati senza averi, e parve che effettivamente avesse raggiunto il suo scopo, pubblicamente noto: «il papa raccoglierà gli spiriti sotto la sua mano e li porrà sotto la mia». La Chiesa tremava ancora al fresco ricordo della dea Ragione, i preti s'inchinavano all'imperatore. Napoleone fino agli ultimi giorni della potenza sperò di trattenere il pontefice in Francia e di elevare Parigi a metropoli del mondo cattolico. Dopo la caduta dell'imperatore, la Chiesa si sentì consolidato di nuovo il terreno sotto i piedi; e il mondo apprese con stupore, che il cattolicismo nei giorni della sua passione si era mutato dalle fondamenta, e capì quale spada a due tagli la Rivoluzione avesse brandito contro la Chiesa. Quanto poco conosceva la propria nazione perfino un Mirabeau, se sperava di scattolicare la Francia! Esisteva ora un nuovo cattolicismo, strettamente romano, dominato da una direzione accentrante, che non aveva proceduto con tale austerità nemmeno ai tempi dei Carafa e dei Loyola. Le fila dell'antico clero gallicano si diradano, il giovine clericato senza beni è anche senza patria, e non si cura più di una Chiesa nazionale, ma accorre in vistosi manipoli al campo ultramontano. La Francia diventa il punto di sfogo dello spirito neoromano. Scende al mezzogiorno in guerra aperta di religione contro i protestanti; i provenzali s'impegnano di far salsicce della carne di Calvino. La Chiesa accentrata si foggia una nuova e terribile arma, che presto opererà ad altrettanta distanza e con la stessa potenza demagogica, come in altri tempi gli ordini mendicanti: il giornalismo ultramontano. Lamennais fu il primo, che impugnò quest'arma con tutto il fuoco della fede bretone.
Il partito ultramontano cercò subito d'impadronirsi del potere. Nei primi anni della Restaurazione la festa domenicale fu ben presto resa di rigore, e si ordinò agl'impiegati di assistere alle cerimonie della Chiesa. Seguì il divieto di profanazione dei luoghi di culto sotto pena di morte e il ristabilimento della manomorta. In fine fu aperta una breccia anche nell'elaborato assetto giuridico del matrimonio civile: fu vietato il divorzio; un divieto, che fino a oggi costituisce una stridente anomalia nella legislazione francese. Il partito non poté riuscire a una più vasta deformazione della legge, né sotto l'incredulo Luigi XVIII, né sotto il bigotto suo fratello. Ma le sue raccomandazioni erano onnipotenti, e il biglietto di confessione era la chiave indispensabile a ogni favore dello stato, fino giù alle concessioni ai lustrascarpe: sono noti i versi caustici di Platen sul décrotteur impenitente. I berretti vescovili e le tonache entrarono in gran numero nell'una e nell'altra Camera. Il partito osò infine intraprendere una persecuzione frenetica contro una meraviglia nazionale, la letteratura illuminista del secolo decimottavo: Voltaire e Rousseau furono proibiti nelle pubbliche biblioteche e nei circoli di lettura. Mentre queste mene ultramontane spargevano chetamente tra le popolazioni delle campagne una sementa che poi sarebbe cresciuta più tardi con lussureggiante rigoglio, le classi colte cresciute alle idee di Voltaire erano eccitate all'estremo. Stampa e tribuna risuonavano nuovamente di rimbrotti contro la tirannide della Congregazione. Il liberalismo, svegliato di soprassalto, corse alla difesa con tutti i mezzi, e costrinse infine il re Carlo, che se ne discolpò umilmente presso il santo Padre, a violare la carta e ad escludere dall'insegnamento i membri della richiamata Compagnia di Gesù. Ciò non ostante, le persone colte perdurarono nell'opinione, che una casta di preti fanatici era padrona dello stato. Preti ed emigrati scavarono la fossa alla dinastia.
III.
Con tutto ciò, non abbiamo ancora posto il dito sul male fondamentale della costituzione in Francia. In sostanza, cotesto stato burocratico napoleonico, col suo parlamento appiccicato, era un'astrattezza; nemmeno una dinastia nazionale e un popolo meno ingovernabile avrebbero potuto conciliarsi in pace in uno stato che effettivamente era diviso al cuore. Quando il barone di Blittersdorff visitò Parigi nel 1824, sentì dovunque la lagnanza: «noi abbiamo il dispotismo di Bonaparte, sfruttato dagli emigrati». Similmente scrisse del bonapartismo Paul Louis Courier: c'est un empire qui dure encore. La lagnanza era ben fondata; ma si errava, se si attribuiva la colpa a mala intenzione dei governanti. Il difetto era insito nelle stesse istituzioni. La sconsolata incapacità di Guizot a cavar lume dalle cose, non si mostra mai così acuta, come quando ripete il vecchio errore dei dottrinari: che lo strumento, la Carta, era eccellente, ma gli mancava l'artefice abile e bene ispirato. Noi della presente generazione, ammaestrati da una dura esperienza della connessione intima tra costituzione e amministrazione, comprendiamo a stento come mai si sia potuta magnificare quale «sistema inglese» cotesta variopinta struttura statale, i cui membri stridono l'uno con l'altro. Era una fola, quella dei legittimisti che salutavano come roi désiré il pupillo dello straniero; né era meno un errore, quello dei costituzionali celebranti il datore della Carta come roi législateur. La Carta non meritava affatto il nome di legislazione fondamentale, perché non mutava nulla alle fondamenta del nuovo stato, all'organizzazione amministrativa di Napoleone. Solo il consiglio di stato cedé alcune delle sue attribuzioni al ministero responsabile; rimase però come corte suprema pel diritto amministrativo nel più ampio significato; rimase come capo dell'amministrazione, deliberò su tutte le leggi e regolamenti della corona, e fu, come sotto Napoleone, l'alta scuola dei funzionari amministrativi. Tutti gli altri uffici serbarono la stessa sfera di attività che l'imperatore soldato aveva loro prefinito. L'amministrazione era assolutamente indipendente di fronte ai tribunali, ai governati, alle Camere.