L'età dell'oro della borghesia. [Scritto in Heidelberg nel 1868.]

I.

Emilio Augier in una scena di non ricordo quale delle sue squisite commedie, fa dire a un fratello spiritoso: «Noi somigliamo a quell'uomo, che pigliava sette raffreddori al mese e si guariva di tutti, eccetto che del primo. Così anche la Francia ha superato felicemente tutte le sue rivoluzioni, eccetto la prima». Lo scherzo a quel tempo fece molto ridere, perché con una trovata piccante esprime il pregiudizio nazionale, che nell'anno di grazia 1789 la sapienza politica fosse scesa in terra in carne e ossa, e che l'avvenire non abbia altro incarico, che di menare ad effetto le verità salvatrici di quella rivelazione. Cotesta credenza non era stata mai tanto salda nei francesi, come nei primi mesi dopo la settimana di luglio, quando l'Europa guardava a Parigi con legittima ammirazione. La capitale con una sollevazione unanime e magnanima aveva difeso la carta costituzionale contro il colpo di stato della corte, e nel turbine della lotta non aveva dimenticato di risparmiare patriotticamente i soldati del paese. La vittoria della rivoluzione sull'antico regime parve subito completa. Sparirono la vecchia dinastia e la camera della nobiltà e con loro le forze che sole finora, come si pensava, avevano isterilito al paese i frutti del 1789. La Francia, come dice la Carta rimaneggiata, riprende i suoi colori. L'animale indeciso, ma di sensi supremamente liberi, che si è convenuto di chiamare il gallo francese, riprincipiò a cantare. Sullo stemma della grande nazione campeggia come simbolo assai significativo un libro aperto con l'iscrizione: «Carta del 1830». Il nuovo re borghese fa sparire gli esecrati gigli anche dal proprio stemma di famiglia. E non solo i folleggianti della gioventù radicale, come il nostro Heine, opinavano di veder fiorire una primavera d'oro dei popoli non appena sarebbero risonate le parole magiche «Lafayette e il tricolore», ma perfino uomini politici seri, come Dahlmann, si compiacevano dell'opposizione giusta e moderata. Né il movimento di Parigi penetrò soltanto in Italia e nei piccoli stati tedeschi: anche l'Inghilterra sperimentò per la prima volta, dopo un decennio, l'influenza dello spirito francese; e la stessa sollevazione delle classi medie, che a Parigi aveva abbattuto i Borboni, condusse di là dalla Manica al Reformbill.

Il raffinato e dotto acume riprincipia anche qui il suo gioco con le comparazioni storiche. Forse che non si erano ripetuti, fino ai particolari più minuti, tutti gli eventi che avevano preceduta la gloriosa rivoluzione inglese? Qui come lì regna, aliena ai tempi, con l'appoggio straniero, una dinastia prossima ad estinguersi; qui come lì vediamo una nazione, che sopporta longanime il disordine inveterato, perché vicino alla corona è un principe che può subito portare sul trono sangue giovine e idee moderne; finché, sia nell'uno che nell'altro paese, la nascita inaspettata di un successore legittimo al trono minaccia tutt'a un tratto di perpetuare la dominazione dell'antica casa odiata. In questi tempi tanto cólti non è forse permesso di calcolare il movimento della vita politica con altrettanta sicurezza, come il decorso di una ecclissi di luna? Non era fuori dubbio, che la Francia aveva trovato nel duca di Orléans il suo Orange e nella grande settimana il suo 1688: un raffronto che il Nain jaune aveva già anticipato quattordici anni prima? Ciò che Mirabeau aveva desiderato pel suo paese, la monarchie sur la surface égale, parve in fine realizzato: il modello della costituzione inglese aveva ricevuto, con l'annientamento dell'aristocrazia, un miglioramento che rispondeva ai costumi democratici della Francia. La rivoluzione sociale compiuta da un pezzo parve politicamente assicurata, perché fu dichiarato formalmente il principio della sovranità popolare, e fu respinta solennemente la presunzione, che i diritti innati fossero concessi alla nazione per grazia reale. D'ora in poi la Carta è una verità: la scienza del diritto pubblico francese è nel suo fiore, e non le rimane altro cómpito, che di spiegare gl'immutabili principii dello statuto. Il nuovo regime riunisce le virtù della monarchia e della repubblica. La Carta contiene tutti gli elementi della libertà repubblicana, come dichiarò Lafayette, che fu il lord-protettore dei francesi nella settimana del turbine. Il re porta solo la corona, ma non governa; è «il re di nostra elezione». Rapida e sicura come una rivoluzione di palazzo, la lotta per le strade spazzò la vecchia dinastia. Da un momento all'altro il duca di Bordeaux diventò non meno incompatibile del nonno: le nuove generazioni conosceranno ciò che ha significato una dinastia di diritto incontestabile in un paese dilaniato dai partiti. In poche settimane furono deposti settantasei prefetti degli ottantasei; l'esercito sterminato degl'impiegati subalterni passò a tamburo battente al potere del momento. Si rinnovarono in conseguenza nella Vandea le lotte e le vittorie dei tempi repubblicani. I colpi della gran settimana, dove erano caduti, avevano schiacciato; e ne misuriamo la portata dall'inesprimibile sgomento che sorprese le potenze della Santa Alleanza. A Vienna non si fece nemmeno parola di mantenimento dello statu quo ante a qualunque costo: l'acquiescenza all'innovazione immutabile diventò l'unica soluzione, per salvare almeno i rimasugli dell'antico ordine europeo.

Anche questa volta l'acume degli statisti e dei filosofi della storia si smarrì. Il nuovo regime a Parigi era un semplice espediente, non già la conclusione necessaria di un grande decorso politico. L'opposizione non era stata iniziata, come un tempo in Inghilterra, né dal re e dal suo esercito, né dalle classi dirigenti, per un accorto calcolo politico: la rivolta, i cui frutti andarono a cadere in grembo ad altri, fu compiuta dal popolo di Parigi, dalle moltitudini. Se ogni rivoluzione promette assai più che non mantenga, le moltitudini in conclusione doverono uscirne assai male e sentirsi bene gabbate, quando videro che sulle barricate del quarto stato s'intronizzava un governo di borghesi. Il quarto stato non era ancora chiaramente consapevole dei propri interessi di classe; ma i veterani dell'esercito imperiale, gli operai e gli studenti, che nella sommossa avevano lottato in prima fila, indiscutibilmente non avrebbero affatto arrisicato la pelle per la casa d'Orléans. Una predisposizione incolta, confusamente radicale, dominava il cervello dei combattenti; la professione di fede della maggioranza sonava insomma: «Si finisca una volta col monopolio, anche con l'ultimo, la monarchia!». Perciò, dopo l'installazione della nuova monarchia, infuriò nel popolo una tempesta di corruccio contro i ciarlatani, che per la vittoria propria avevano pigliato in giro i soldati delle barricate; e, molto tempo dopo, Lamartine poteva ancora lanciare la stupida accusa, che soltanto la debolezza di Lafayette aveva intercettata ai francesi l'agognata repubblica. Il frutto della vittoria doveva necessariamente toccare alla borghesia, perché soltanto essa nella confusione del movimento cieco camminava a uno scopo chiaro. Durante la lotta la camera dei deputati aveva mostrato quell'assoluta viltà, che poi è rimasta l'eredità inalienabile della borghesia francese; ma come la vittoria della rivolta si delineò decisa, allora si arrischiò a uscire dall'ombra. Ciò che desiderava, la caduta della monarchia aristocratica, era un fatto compiuto. Ciò che adesso le premeva, era di salvare il trono e l'ordinamento burocratico; e i partiti della borghesia fecero così presto ad accordarsi sull'elevazione al trono del duca di Orléans, appunto perché ogni indugio avrebbe favorito i disegni più radicali dei repubblicani e dei bonapartisti.

Il nuovo regime, dunque, era nato con la macchia originale dell'incompletezza e della falsità, che si manifestava in mille racconti trasparenti. Il figlio della rivoluzione era costretto a rinnegare e combattere la madre. Si cercò di consolare gli scontenti dicendo, che il nuovo re regnava benché fosse un Borbone; ma era evidente che governava perché era un Borbone, e perché la camera ringraziava il Cielo di aver trovato accanto al trono un principe amico della borghesia. Non poteva chiamarsi Filippo VII, re di Francia, perché principiava la nuova èra della monarchia popolare. Ma nemmeno chiamarsi Filippo I, perché ciò avrebbe annunziato formalmente la rottura col passato: si chiamò dunque Luigi Filippo, Re dei Francesi. L'esistenza della corona è una continua lotta per l'esistenza; una lotta che comprime sul germe ogni idea di una politica fattiva, di efficacia duratura. Già gli stessi nomi del sistema politico, che sotto il re borghese cozzano l'uno con l'altro, fanno indovinare che cotesta corona fin sul nascere è colpita dalla maledizione della sterilità. Perciò troviamo una «politica di concessione, una politica di resistenza, di riconciliazione, di lasciar correre»; e in generale una vita precaria, dalla mano alla bocca; in generale l'impotente coscienza, che le forze vive del tempo sono fuori del governo. Un principe illuminato non ha mai nutrito meno fiducia nello stato. «Essi sono gli ultimi dei Romani», disse Luigi Filippo al suo Guizot; «la macchina può rompersi ogni momento: come è possibile tirare innanzi un governo liberale tra queste tradizioni assolutiste, e con questo spirito rivoluzionario?» e per la centesima volta ripeté a un altro: «the world will be unkinged; io le dico, che i miei figli non avranno pane da mangiare». Col fatto, il mondo di là dai confini sentiva, che quella corona era posata su due occhi. Ognuno sapeva, che una potente cospirazione rivoluzionaria era in agguato ad aspettare non altro che la morte del re, e anche gli audaci consentivano coi versi di Platen: «molte cose sono legate a lui; forse mai una testa regale fu sacra come la sua».

I primi dieci anni della monarchia di luglio costituiscono una serie ininterrotta di attentati e di guerre in istrada, di rivolte e di tumulti; e anche nel 1846, quando già da un pezzo le pene rigorose e le leggi eccezionali avevano abbastanza ristabilito l'ordine, fu commesso un attentato alla vita del re. Nemmeno la Restaurazione aveva incontrato un'opposizione così astiosa e pertinace. I nuovi partiti si formarono sotto quella; ma la corona rivoluzionaria aveva a lottare in casa e fuori con due partiti chiusi, miranti a scopi precisi: coi repubblicani, che si vedevano gabbati, e coi legittimisti, che non potevano mai perdonare allo spergiuro ladro della corona, al figlio di Filippo Egalité. E nel bel mezzo dei bollori rivoluzionari, la corona stava così incantata e senza un'idea precisa, che si poteva proprio dire, che riceveva la spinta all'azione precisamente dall'improntitudine dei suoi nemici. Quasi tutti gli atti legislativi importanti degli ultimi trent'anni furono compiuti sotto la pressione del terrore dei misfatti radicali; né ci volle meno della macchina infernale di Fieschi, per infondere al governo il coraggio d'introdurre le famose leggi di settembre. Tutti gli uomini di stato della monarchia di luglio mostravano la stessa ansia davanti a ogni moto delle forze popolari, tutti si accordavano nella sollecitudine di contenerle con piccole misure di polizia: quando l'illuminato Thiers, essendo ministro, assicura, che l'associazione è una forza enorme ed è necessario che ne sia assunta la direzione dallo stato, a noi sembra di sentir parlare il suo avversario in persona, Guizot. All'ultimo la corona rese una solenne confessione della propria debolezza: fece fortificare Parigi e Lione. Sperava di prendere due piccioni a una fava, di stabilire cioè la sicurezza all'interno e all'estero. D'altronde il re, quando era principe, si era spesso occupato dei vecchi disegni di Vauban e di Napoleone; e adesso la paura dei nemici interni lo stimolò a condurli a compimento. L'opinione pubblica inasprita non aveva del tutto le traveggole, quando strepitò pel tentato embastillement de Paris. Nessuno credé alla melensa apologia di Guizot, che in tali intraprese vedeva un segno di pace, una dimostrazione di forza; perché appunto con ipocrisie trasparenti consimili, col pretesto di assicurare la pace con l'estero, la Gironda in altri tempi aveva chiamato a Parigi le bande di assassini di Marsiglia, per sottoporre la capitale al sistema del momento.

Certo, le piccole arti poliziesche del trono di luglio non erano affatto oppressive: un cittadino della repubblica di febbraio poteva riguardare questi tempi orleanesi come l'età dell'oro della libertà. Ma quando fu intollerabilmente ristretto il diritto di riunione; quando per decreto reale la camera dei pari fu destinata a corte di giustizia pei reati politici; quando lo sconcio della polizia segreta e degli agents provocateurs prosperò lussureggiante come al tempo di Napoleone; quando il re borghese era informato precedentemente della più parte delle mene rivoluzionarie e verisimilmente anche dell'ammutinamento di Francoforte; allora un sistema siffatto, pericoloso per ogni stato costituzionale, doveva necessariamente riuscire mortale a un regno nato dalla rivoluzione. Cosa che apparve chiara, quando il pretendente Luigi Bonaparte gridò sarcasticamente: «la nostra vita sociale è oppressa come in Russia o in Austria, e voi parlate di uno stato parlamentare sul tipo inglese!» Ma la satira amara sulla libertà della monarchia di luglio fu questa, che più tardi il secondo impero distrusse con trionfale fiducia in sé stesso le fortificazioni, che erano state erette sotto Luigi Filippo tra le rocce ferrigne dominanti il sobborgo industriale di La Croix Rousse a Lione. Nel suo terrore dei nemici radicali, il sistema si attaccava a tutti i sostegni, e alla fine si alleò coi suoi nemici nati, gli ultramontani. Jamais une position nette! diceva l'accusa di Metternich, ogni volta che egli parlava della politica estera della dinastia di luglio con l'ambasciatore prussiano; e lo stesso biasimo colpisce anche la sua politica interna.

In mezzo a tante titubazioni, il carattere fondamentale immutato del nuovo regime rimane la paura: il dominio del ceto medio, dei partiti del centro. Gli estremi ruderi delle classi privilegiate dell'antico regime precipitarono nella settimana di luglio; e sotto questo aspetto, ma solo per questo aspetto, il 1830 costituisce il termine conclusivo dello sviluppo iniziato dalla Rivoluzione. Era naufragata la speranza di conciliare tra loro le antiche e le nuove classi possidenti. «Se la camera dei pari non esistesse, sospetterei che non possa esistere», disse una volta dubbioso Beniamino Constant. Le colpe degli ultramontani avevano rincarato fino all'odio aperto tale disposizione diffidente dei partiti del centro e, insieme, avevano provato, che questa nobiltà priva di forze proprie doveva tutta la sua importanza al favore della corte. E ora la dinastia amica della nobiltà era caduta, e immediatamente, per la prima e l'ultima volta nella storia di una grande potenza europea, si era fatto avanti il ceto medio e aveva preso tutto intero per sé il possesso dell'ordine costituito. In che modo la borghesia ha sostenuto la prova? Non solo dimostrò qualità molto meschine nel governo dello stato, ma rivelò, per giunta, una rozzezza di egoismo di classe, che fece degnamente riscontro con le più vili aberrazioni dell'antica albagia nobilesca. La borghesia francese non rintuzzò affatto l'opinione radicata in tutte le colonie, che un governo mercantile è la più misera e pusillanime forma di sgoverno; e Luigi Filippo ribadì ancora una volta, che il ceto medio è incapace di una politica estera ardita. Un liberale non si decide facilmente a consentire in un giudizio di tal fatta; ma dopo un lungo periodo di apologia di sé stesso destituita di ogni senso critico, il liberalismo oggi ha l'impellente bisogno di un freddo esame di coscienza; e noi abbiamo il dovere di valutare con la più rigida misura la morale politica dei partiti borghesi. Non è affatto un caso, se proprio gli aderenti a cotesto indirizzo si sono in ogni tempo riputati i più nobili e i migliori uomini della nazione; ma se volessero essere ciò che affermano di essere, non starebbero essi in mezzo ai partiti, ma al disopra dei partiti.

Volete mantenere sulle classi medie il giudizio che, espresso una volta da Thierry, è passato come un domma nella dottrina liberale? È vero, che la borghesia mira solo a questo, cioè a far discendere fino a sé tutto ciò che le è sopra, e a far salire alla propria altezza tutto ciò che le è sotto? Senza dubbio il terzo stato in Francia ha infranto il dominio della nobiltà, ha conquistato i propri diritti in nome di tutti e ha dato la libertà sociale alle classi infime. Ma già durante la Rivoluzione non dissimulò all'indagatore acuto i segni dell'ambizione del potere e dell'egoismo. Il terzo stato è tutto, dichiarò il suo apostolo Sieyès, e Rabaud de Saint-Etienne rincalza: «Levate via la nobiltà e il clero, e vi rimane sempre la nazione!». Gli antichi privilegiati devono domandare la riammissione nel terzo stato, secondo la massima che suona in tutte le vie; giacché il terzo stato iniziò la grande Rivoluzione con una usurpazione. E quando nel luglio pervenne al governo, mostrò subito tutti i difetti di una casta dominante. Il principe di Metternich con grande verità osservò, parlando al conte di Maltzan, che il ceto medio dopo la caduta della nobiltà aveva cessato di essere il ceto medio. Per questi uomini non sono sacri né il trono né l'altare; è sacro solo il danaro. Tutto lo stato è avviato come una società per azioni: questo rimprovero, che è stato diretto cento volte a torto contro il sistema costituzionale, in questo caso coglie perfettamente al segno. Quasi tutti i diritti politici sono connessi alla proprietà e al pagamento delle imposte. Con la stessa gelosia, con cui un tempo la nobiltà s'impuntigliava sulle prerogative del sangue bleu, adesso la borghesia invigila sui privilegi della borsa. Una volta che tre milioni di francesi erano astretti alle armi nella guardia nazionale e appena duecentomila godevano il diritto di eleggere i deputati, col fatto la tribuna era diventata un monopolio, come lamentavano i radicali. La prima camera dei deputati del regime borghese, più ingenerosa del governo stesso, rifiuta ogni importante riduzione del censo, che è troppo alto e incompatibile con le condizioni economiche francesi: la stessa cultura non è ritenuta come un compenso rispetto al danaro; qualunque capacità in basso censo è respinta. In seguito, poiché la corrente democratica del tempo penetra lentamente fino alla camera, solo la minoranza si arrischia a domandare una riforma della legge elettorale; ma per gran parte dell'opposizione questo desideratum è una pura manovra di partito, e solo per pochissimi deputati è la conseguenza di uno schietto riconoscimento dei diritti popolari. «Ogni sistema ha bisogno di una aristocrazia», esclamò trionfalmente il deputato Jaubert; «i feudatari del nostro regime sono i grandi commercianti e industriali».