Fu mantenuto nel modo più rigido, come il politico anche il tramezzo sociale che divideva l'aristocrazia del danaro dai ceti inferiori. Il matrimonio di convenienza, sorgente di gravi mali morali e anche politici per gli alti stati della Francia dai tempi antichi fino oggigiorno, costituisce tuttora la regola in ogni caso: il borghese è fermo nell'idea, che la borsa non può sposare che la borsa. Come un tempo la nobiltà cortigiana nella sala dell'oeil de boeuf motteggiava con cinico disprezzo umano sulla roture, così adesso il banchiere parlava con sdegnoso cipiglio del bas peuple, così il signor Thiers della «folla venale». E la folla non è disprezzata soltanto: cotesta borghesia senza cuore non vuol nemmeno saperne, che la folla ha bisogni ed esigenze, che non coincidono con gl'interessi di classe dei dominanti. I privilegi sono morti, ripetono incessantemente gli organi della borghesia: la legge non vieta a nessuno di costituirsi la possidenza necessaria al diritto elettorale: sotto le teocrazie o le monarchie militari il governo poteva derivare da una casta, ma non mai più sotto la influence bourgeoise. «Non vi sono più lotte di classe», esclamò Guizot tutto beato, «perché non vi sono più, ora, interessi profondamente diversi e nemici; e ciò nel mondo non è mai accaduto, prima di adesso». Sì, certamente: nel mondo non era mai accaduto, che il figlio di un evo benigno e umanitario, un coltissimo ministro monarchico, potesse dimenticare così colposamente la missione più bella della corona, la cura dei poveri e dei deboli. Sì, certamente: nel mondo non era mai accaduto, che un principe prudente e sperimentato, il quale aveva mangiato il pane dell'esilio e aveva fitti gli occhi nelle mani callose del lavoratore, adesso accettasse ciecamente tutti i pregiudizi di casta di una plutocrazia senza cuore.

Quando guardiamo a cotesta borghesia la quale, imbozzolata nel suo egoismo e nella sua burbanza, nel vasto mondo non sa vedere che solo sé stessa, ci sovviene involontariamente di quelle nobili dame dell'antico regime, che si spogliavano ingenuamente in presenza dei loro lacché, tanto era lontana da loro l'idea, che la così detta canaglia fossero uomini. «Noi», proclamava Guizot ai suoi fedeli, «noi, i tre poteri, siamo i soli organi legittimi della sovranità popolare: fuori di noi non c'è che usurpazione e rivoluzione». Gridasse pure al soccorso la plebe, e si sollevasse pure in lotta disperata per vivere lavorando o morire combattendo: il pays légal, la camera e la plutocrazia elettorale, teneva sodo al sistema; e quindi il re borghese era fermo nella pensée immuable, che qualunque passo fuori dell'oligarchia costituita conducesse diviato al sovvertimento della società. L'amore dell'ordine delle classi dominanti salì al fanatismo del quieto vivere; la borghesia grassa escogitò pel povero popolo l'infame espressione: «le classi pericolose». Gli altri elementi sociali, che non erano legati a lei, furono trattati dall'oligarchia nello stesso modo come i lavoratori: con vilipendio perfetto. «Mi rimproverano», disse Guizot, «di prender gusto a bravare il disfavore dell'opinione pubblica. È un errore; non ne ho mai fatto caso». Da un tale orgoglio derivò la noncuranza della stampa; che per un governo costituzionale è cosa imperdonabile. Solo che i ministri, come usava allora in Francia ogni uomo politico in vista, avevano ciascuno il suo scudiero letterario; anzi una di queste penne compiacenti scrisse perfino nel 1847 la famosa monografia La présidence du conseil de monsieur Guizot, in cui la sconfinata vanagloria del sistema si gonfia fino alla follia. Del rimanente, si era sicuri del pays légal: che cosa importava, che il popolino si ubbriacasse ai prodotti della stampa sovversiva? Si giudicò che non francasse la spesa di dare un'adeguata confutazione al libro di Luigi Blanc, così agile, e tanto pericoloso quanto facilmente confutabile, che si chiamava la Storia dei dieci anni.

Non è dubbio, che le accuse clamorose al système corrompu et corrupteur, al governo dei cumulards e alla tariffa della coscienza dei ministri, erano esagerate in modo incredibile dalla parzialità dell'odio settario francese. Appetto alla corruttela del secondo impero, le tacche morali della monarchia di luglio sono un balocco. E se indaghiamo acutamente, troviamo che, in fondo, la Francia ha goduto solo una volta un'amministrazione strettamente onesta: sotto Napoleone I, il quale seppe frenare in patria l'avidità dei suoi impiegati, e allentò loro le redini sul collo nei paesi esteri assoggettati. Ma la corruzione c'era, e appariva tanto ripugnante, perché si presentava con quella volgare impudenza dello spirito piazzaiuolo borghese, che l'antica nobiltà cortigiana in tal forma non conosceva affatto; e soprattutto perché era ipocrita. Gli avventurieri del secondo impero, i Morny e i Magnan, non facevano mistero, che la loro vita era fondata sul mercato delle vanità, sulla tavola da gioco esigente spadaccini consumati; ma sotto Luigi Filippo la cupidigia rode tutte le ossa della classe dominante, mentre i suoi ministri predicano alla camera ligia i luoghi comuni della sapienza e della virtù. Le infernali bische parigine furono chiuse con untuosi discorsi penitenziali, e fu abolita la lotteria regia; ma tutta l'amministrazione era una traforelleria. Guizot si ritirò povero dal governo dello stato: per lo sporco mercato del matrimonio spagnuolo ricevé solamente un Murillo e i ritratti della coppia reale, che il Catone moderno naturalmente non mancò di descrivere minutamente ai lettori delle sue memorie. E questo stesso uomo dice ingenuamente ai propri elettori: «se io vi costruisco strade e canali, voi per questo ve ne sentite corrotti?». L'intero governo costituisce una schiacciante conferma dell'antica verità, che nello stato la piccola morale uccide la grande: una verità, che noi tedeschi abbiamo abbastanza provata sulla rettitudine civica e sulla corruttela politica dei nostri piccoli regni.

La camera al grido: «la Carta deve diventare una verità», abolì a un dipresso tutte le disposizioni costituzionali che contraddicevano al dominio esclusivo della borghesia. Ne seguì una proporzionale dimissione dei vecchi impiegati; ma il governo non poté soddisfare affatto interamente le vendette e l'insaziabilità di posti della camera. In quelle prime settimane Lafayette procurò posti lucrativi a cento dei suoi seguaci. Presto si fu trascinati lontano dalla fatalité gouvernementale, e si accrebbero e suddivisero gl'impieghi. Secondo la relazione della commissione di finanza dell'assemblea nazionale repubblicana, il governo di luglio creò trentacinquemila nuovi impieghi, in generale quasi tutti posti subalterni per impiegati, che potevano essere congedati senz'altro. Un ministro, dopo avere accomodato un amico in un impiego, si lamentò disperatamente: «oggi ho creato un altro ingrato e dieci scontenti». A chi non può offrire un impiego, rimangono come ultimo scampo i fondi segreti, che pagano puntualmente i mandati per la parte assegnata al latore. La legge elettorale divise il regno in una moltitudine di ritagli; e il detto che Dupin fissò come divisa di una politica estera gretta, «chacun pour soi, chacun chez soi!» diventò presto il motto a cui si uniformò la condotta dei collegi. Dagli stalli di deputati ministeriali la via mena agl'impieghi e ai diritti lucrativi, ed è un dovere del padre di famiglia borghese avvalorare il proprio voto cedendolo al migliore dei parenti. Perciò ogni elezione riporta alla camera un fondo immutato di partito ministeriale, che segue qualunque governo; perciò il popolo si conferma nel vecchio disgraziato sospetto, che in ogni uomo di governo vede un corrotto. Il processo del ministro Teste, che, preso in sé, significa poco o nulla, perché siffatti scandali della corruzione possono sempre ripetersi nell'aria impura delle nostre grandi città, pure ha avuto un'importanza tanto decisiva, perché autorizzò il severo giudizio, che un governo come quello non sarebbe potuto esistere senza manutengoli di tal conio. Quando Alessio di Tocqueville, che fece così spesso la Cassandra della monarchia di luglio, considerava cotesta dissoluzione dei costumi politici, riconosceva che il suo paese era maturo pel dispotismo: «non vedo ancora nessuno», esclamò alla camera nel gennaio del 1842, «che sia abbastanza forte per diventare il nostro padrone; ma presto o tardi un padrone verrà». E siccome le forme della legge erano, non ostante tutto, osservate, Guizot rispose asciutto ai preopinanti: «ciò che voi chiamate corruzione è semplicemente l'attività dell'amministrazione!».

II.

È evidente, che un tale sistema doveva mantenere inalterata la burocrazia napoleonica. Di tanto in tanto i partiti alzarono la voce, sebbene a vuoto, pel decentramento, e già nel 1835 apparve un'opera che ha fatto epoca nella storia delle teorie politiche del continente: quella di Alessio di Tocqueville, il più grande pensatore politico che abbia avuto la Francia dopo Bodino e Montesquieu. Ma le idee della Démocratie en Amerique camminavano ancora rozze ed estranee tra i costumi dispotici del paese: molto lette e molto ammirate, esse esigevano del tempo per essere comprese, e solo sotto il secondo impero raccolsero una considerevole schiera di seguaci intelligenti. Ciò che il governo intendeva per decentramento, splende non ambiguo in una circolare classica di Guizot ai prefetti dell'alta Saona: «il peggior pericolo per un popolo», egli declama animatamente, «è l'accentramento degli spiriti. È necessario che in ogni luogo del paese si formino piccoli nuclei di opinioni indipendenti; per la qual cosa è indispensabile deporre qualche centinaio di sindaci legittimisti». La organisation paperassière tirava innanzi con la sua piatta attività abituale, e la carestia del 1847 doveva dimostrare, che questo governo di scrivani, nella tranquillità delle sue montagne di pratiche, non vedeva neppure i fenomeni più saltanti della vita commerciale; e non fu fatto nulla per liberare dalle sue terribili catene il commercio delle granaglie, perché i prefetti avevano concordemente informato Parigi, che non era da pensare a una carestia. A ogni modo furono introdotte alcune riforme, intese a tutelare i cittadini dall'arbitrio delle autorità. Le corti prevostali erano state abolite, e fu mutato l'articolo 14 della Carta, che era stato funesto ai Borboni. Il re da ora in poi può emanare solo i decreti necessari all'applicazione delle leggi e non oltrepassanti i limiti della legge. Ma qui purtroppo la camera, con le migliori intenzioni e dominata dalla dottrina dell'assoluta separazione dei poteri, aveva preteso l'impossibile. L'amministrazione non può mai fare a meno della guida del legislatore: l'articolo in tal senso era insostenibile, e non fu osservato. Come per l'innanzi, i decreti reali regolano mille rapporti a cui il legislatore non ha pensato; come per l'innanzi, l'amministrazione costituisce un ordine autonomo accanto alla giustizia e al parlamento.

L'atto addizionale dei cento giorni aveva promesso, che una legge avrebbe corretto l'articolo 75 della costituzione consolare, secondo il quale ogni accusa giudiziaria a un funzionario amministrativo non aveva corso se non dietro decisione del consiglio di stato. La legge non era apparsa, e i dottrinari, fino a quando si tenevano all'opposizione, badavano, secondando l'iniziativa del loro maestro Beniamino Constant, a richiamare continuamente i Borboni alla promessa napoleonica. Il funzionario rimane imperseguibile dai tribunali civili, e l'anno 1832 porta ai governati soltanto una nuova garanzia: le sedute del consiglio di stato, quando funge da tribunale amministrativo, sono pubbliche. Parimente caddero sterili i tentativi di acquistare ai governati il diritto di autarchia in talune branche specifiche dell'amministrazione. Una serie di leggi lodevoli dal 1831 al 1838 stabilisce, che i conseils dei dipartimenti, dei circondari e dei comuni siano eletti in avvenire dai contribuenti più alti, e non più nominati dal re; ma la sfera di attività di queste assemblee rimane l'antica, e, come finora, l'azione dell'amministrazione è esclusivamente nelle mani dei funzionari stipendiati di nomina.

Nessun partito dell'epoca intravvede le cause ultime della illiberalità dello stato: s'incontrano tutti nella convinzione, che l'intera vita pubblica dello stato, l'intera attività politica deve essere esercitata dagl'impiegati stipendiati. Perciò il diritto d'iniziativa strappato dal parlamento nella rivoluzione di luglio, non fu esercitato quasi mai. Quando Lamartine magnifica ai repubblicani il governo come «la nazione operante», egli si accorda perfettamente con Guizot, il quale vede «rappresentata nel governo la compiuta unificazione dell'idea sociale». Era caduto l'ultimo potere autonomo, la camera dei pari, che attraversava la via a cotesta unificazione dell'idea sociale. La corona aveva, con furberia corta, volto a suo profitto il fanatismo di eguaglianza della nazione, e aveva istituito una camera alta nominata dal re, la quale agevolava il presente alla burocrazia, ma certo non garentiva in nessun modo l'avvenire. La camera dei deputati si eleggeva tra le minacce e le promesse della burocrazia, si empiva sempre più di funzionari, finché si arrivò a questo, che tra 459 deputati duecento erano impiegati. La macchina burocratica dell'imperatore soldato lavorava con sicurezza: guai alla mano che si fosse arrischiata a impigliarsi, per fermarlo, in cotesto ingranamento così ben calettato! Una espressione di Leone Faucher al tempo della repubblica rende eccellentemente, all'evidenza, lo spirito di questa amministrazione. Quando Cavour sviluppava al precursore e propugnatore del libero scambio le proprie idee libero-scambiste, Faucher secco secco opinò: «coteste idee si propugnano fintanto che si è fuori del governo; quando si diventa ministri, si buttano dalla finestra». Nessuno accuserà un uomo dell'ingegno di Leone Faucher di quell'angusto amor proprio, che moveva un tempo i politici dei nostri piccoli stati a deridere come non pratica ogni veduta politica profonda; e ciò sol perché egli non proveniva dalla direzione distrettuale del cantone di Zwickau o dall'ispettorato delle strade di Eschenheim. Lo statista francese riconosceva semplicemente il fatto, che nessun ministro può eseguire nulla contro le abitudini dispotiche di tutela, che sono radicate nell'anima e nell'organismo di cotesta amministrazione.

La vita parlamentare, in tali condizioni, doveva dechinare precipitosamente. Laddove gli atti parlamentari della Restaurazione erano colmati dalla lotta straordinariamente significativa di due classi sociali, ora, invece, una sola classe domina le camere. La vita dello stato decade a un jeu des institutions, come dice la caratteristica espressione francese; nella pratica si rivela di gran lunga più formale e vuota di contenuto, che non nella teoria di Montesquieu. La corona e le due camere non valgono nulla per sé: sono semplicemente gli organi di una sola forza sociale, la borghesia, che governa lo stato; perciò i tre poteri si equilibrano tra loro. E se si fa astrazione dai legittimisti e dai deboli rudimenti della tendenza repubblicana, si può dire, che in questa camera non esistono partiti, perché gli uomini della borghesia sono concordi in tutte le questioni sostanziali della politica interna: tutti quanti vogliono che la macchina burocratica tiri innanzi, per sfruttarla a profitto della classe dominante. Quando il pretendente Luigi Bonaparte rimproverò a questo sistema lo sconcio di non vantare la presenza di un partito conservatore, col fatto il rimprovero colpiva direttamente il popolo fuori delle camere; perché il pays légal nella sua maggioranza era composto di conservatori, ma non aveva animo, né era educato all'abnegazione e al sacrifizio. A tutte le elezioni della monarchia di luglio andava a segno la confessione, che Guizot fece una volta a proposito di una lotta elettorale: non si contende pei principii, ma per un caos di candidati che il governo appoggia o combatte. «La nostra intenzione è di rovesciare quanti più governi è possibile», riconobbe uno dei capi dell'opposizione.

Perciò, quando le camere risonavano di lotte furenti, non si trattava di altro che dei grands amours-propres, come soleva dire il re, cioè dell'ambizione personale dei singoli uomini, la quale sollevava i putiferi. La camera si scisse in fine in sette partiti; ma intanto nessuno sapeva dire quale fosse il contrasto di opinioni che divideva cotesti gruppi: ognuno sapeva di certo soltanto questo, che Guizot e Thiers, Odilon Barrot e Molé non perdonavano affatto l'uno all'altro lo stallo di ministro. Per cui Lamartine lanciò sul viso al tiers parti l'accusa: «Voi non rappresentate nessun principio, voi rappresentate solo une tactique». In Francia divenne letteralmente realtà la sciocca favola la quale afferma, che in Inghilterra un voto parlamentare sfavorevole al gabinetto conduca necessariamente al ritiro dei ministri. Un caso, un momento di malumore, una parola imprevidente sfuggita dal banco dei ministri bastano a rovesciare un gabinetto. Durante la caccia sfrontata ai portafogli, i capiparte smarriscono interamente ogni dignità e rispetto, e il re finisce col domandarsi se non gli convenga lasciare intenzionalmente i capi delle camere logorarsi in sempre nuove crisi ministeriali, per dimostrare da sua parte la propria indispensabilità. In effetto, l'astuto sovrano, come un tempo Giorgio III d'Inghilterra, cercò di attraversare con la propria politica personale i disegni dei ministri incomodi. Lo stesso Guizot, con tutta l'imperturbabile alterigia del suo puritanesimo, non riesce a nascondere un certo impaccio, quando nelle sue memorie narra della coalizione che concertò coi suoi nemici per buttare a terra l'incomodo rivale Molé. Questa smania d'intrigo arriva in Thiers alla maggiore indegnità. Egli come deputato di opposizione tuona con indignazione patriottica contro il diritto degl'incrociatori inglesi di visitare le navi sospette negriere; eppure il trattato del 1833, sul quale era fondato il diritto di visita, era stato conchiuso precisamente quando Thiers stesso era ministro del commercio! Per pregiudicare Guizot, egli attacca anche il re, con una astiosità che sulla bocca di un monarchico sembra grottesca perfino al repubblicano Lamartine; gabella cotesta roba per un avertir la royauté; ma avvertimenti di tal sorta possono seppellire affatto il rispetto, per altro assai debole, del popolo pel re borghese. L'antica colpa nazionale, l'invidia, era pericolosamente fomentata in questa lizza corsa per cattivarsi la maggioranza parlamentare. L'invidia, non altro che l'invidia, aveva un tempo, negli anni così detti innocenti della Rivoluzione, respinto Mirabeau dal posto direttivo di uomo di stato, che gli era dovuto; l'invidia, e non altro, si sollevava ora contro ogni governante semplicemente perché governava. A Guizot potevano perdonarsi tutte le colpe, ma non quest'una, che era rimasto per sette anni al governo.