Alla Chiesa toccò di sopportare un'altra esplosione di odio religioso, accumulato sotto i Borboni, nelle giornate selvagge in cui fu rovinato il palazzo dell'arcivescovo di Parigi e l'iconoclastia guastò gli atri di San Germano d'Auxerre. In seguito essa parve ritirarsi dalla vita pubblica, rinunziare alle pretese di Chiesa di stato, e conservare di fronte alla legge soltanto l'autorità di religione della maggioranza dei francesi. I preti, sospettati fin da principio come nemici della dinastia di luglio, non arrivarono mai, neppure nel tempo appresso, al dominio delle Tuileries. Proprio ora apparve palese, che le moltitudini erano rimaste così fedelmente legate alla loro fede cattolica, come al tempo in cui i contadini avevano impugnate le armi contro le leggi anticlericali della Costituente. Sotto la Restaurazione l'ostilità dei liberali non aveva avuto di mira la Chiesa, ma propriamente la Chiesa dominatrice dello stato. Sotto il re borghese l'antico odio alla fede non si risveglia, se non quando lo stato fa mostra di favorire la Chiesa. La stampa schiamazza contro i preti non appena un colonnello manda il suo reggimento alla messa, e l'ira delle giornate borboniche riavvampa in grandi fiamme, ma per breve tempo, quando Guizot appoggia il Sonderbund e assicura ai gesuiti un'indulgenza contraria alla legge. Ma come lo stato ritorna al suo contegno indifferente, anche la stampa non porge più alcuna attenzione alla vita ecclesiastica.
In questo modo, in un raccoglimento che ebbe maggiori conseguenze che non sotto la Restaurazione, furono buttate le basi di quel rinnovamento della potenza ultramontana, la cui estensione sotto la repubblica doveva poi sorprendere il mondo. Roma si chiuse più inflessibilmente che mai contro ogni idea moderna, respinse il tentativo dell'Avenir, di riconciliare la Chiesa con la democrazia, e condannò la libertà di coscienza come un deliramentum. I giornali ultramontani crescono a tutto spiano, e annunziano con fiducia sempre maggiore le teorie di un illimitato dominio, dopo che lo spirito neoromano ha riportato il suo primo grande trionfo nella controversia col vescovo di Colonia. Lo zelo bigotto risorse vivamente non solo in quelle contrade legittimiste della Bretagna, dove il contadino considera un re non incoronato e benedetto dal papa quasi tanto empio quanto un prete non consacrato, ma anche nelle regioni più colte del paese. Migliaia di fedeli si affollavano sotto il pulpito del padre Lacordaire, e il mite abbate Coeur seppe conquistare completamente il gran mondo, stanco d'ironie e canzonature, assicurandolo che la Chiesa non combatteva affatto ciò che era di sano nelle idee della Rivoluzione. Stato, comuni e privati edificavano a gara nuove chiese; ogni giorno apportava donazioni e legati alle pie fondazioni, e d'ogn'intorno nel paese sorgevano grandi confraternite laiche. Tutto quanto il sesso debole, che non trovava alcuna soddisfazione nella piatta insensibilità dell'illuminismo volteriano, era a poco a poco sempre più riconquistato alla dottrina rigorosamente cattolica. E siccome nei matrimoni francesi chi regna è la donna, sorse a poco a poco nelle case per bene quella falsa situazione, che non è l'ultimo tra i sintomi morbosi della moderna civiltà francese: donne, ligie al confessore, uomini, liberi pensatori al circolo, e in casa bigotti e ipocriti. Che cosa significava per lo stato francese cotesto eccessivo innalzamento della potenza della Chiesa? È chiaro, che la Chiesa romana poteva diventare l'alleata di un Bonaparte, di un Borbone, di una repubblica; che poteva aiutare ogni governo che soddisfacesse le classi credenti, nobiltà o popolo; ma che rimaneva la nemica naturale della monarchia di luglio, la quale, malgrado delle debolezze ultramontane del suo ministro protestante, aveva trovato i suoi puntelli solo tra i volteriani della borghesia.
III.
In un tempo di grandi trasformazioni economiche e di un immenso aumento di pretese a carico dello stato, il governo borghese non seppe far nulla di durevole pel benessere del popolo. Non trovò nel mondo un alleato, fuori della classe dominante, di cui la potenza e il prestigio scadevano per altro giorno per giorno, né trovò fiducia nella sua vitalità. La ragione ultima della debolezza di questo stato fu a poco a poco intravvista anche da avversari per partito preso. In un dispaccio diretto allo czar del 21 marzo 1837, il principe di Metternich scriveva: Louis XVIII a inoculé des institutions parlementaires à une administration toute centrale. Una parte della classe dominante si buttò alla fine contro la monarchia di luglio a causa della sua meschina politica estera. Per via della sua stessa origine, questa monarchia fin dal principio aveva solamente l'alternativa tra la propaganda rivoluzionaria e il tentativo indecoroso, e sempre vano, di cattivarsi con la propria debolezza il condono delle corti legittime. Ha amoreggiato occasionalmente con la Rivoluzione, avviandosi poi definitivamente per una china rigida conservatrice, vale a dire per la china di una politica di gelosia, che opponeva grettezza e sospetto a ogni segno di rinvigorimento nazionale dei popoli vicini.
La nuova dinastia rappresentava per sé stessa una viva protesta contro gli aborriti trattati del 1815. Il paese era penetrato da un alto e legittimo senso di orgoglio nazionale; ed era questa la prova espressa, che la Francia si era emancipata dalla tutela straniera. «Se l'Europa tenesse presentemente, come ai cento giorni, settecentomila uomini sotto le armi», confessò il principe di Metternich all'ambasciatore piemontese Pralormo, «io mi deciderei sull'istante a marciare su Parigi». Se ad onta di tali umori le potenze orientali si sentirono costrette a riconoscere il nuovo regime, questo, dunque, era un sintomo della potenza della Francia. Ma questa giusta soddisfazione non appagò il sentimento patriottico eccitato. Poco prima la nazione aveva respinto con lodevole moderazione gli arditi disegni di conquista di Polignac; adesso i vinti di Waterloo avevano riportato la vittoria sulle barricate, e subito mille e mille voci levarono il grido: «vendichiamo Waterloo!» quasi che la battaglia della Belle-Alliance non fosse stata essa stessa la vendetta di un nefando assassinio!
Soltanto l'odio può negare, che l'istinto propagandistico dei francesi non era fatto solamente e sempre di fatua vanagloria, ma che in fondo era mosso da un generoso idealismo: un senso di magnanimità, attraverso a mille intorbidazioni, emanava innegabilmente dalle imprese di conquista della Convenzione, dalla campagna italiana di Napoleone III e, soprattutto, dalla guerra più moralmente pura della Francia moderna: la lotta per l'indipendenza dell'America del Nord. Anche in questo caso venivano a intrecciarsi tra loro le passioni nobili e le riprovevoli, vaghezza di gloria e cupidigia, orgoglio e fantasticherie di felicitamento di popoli, ma soprattutto, nel modo più acuto, la smania incontentabile di novità, che attraeva a una grande guerra per la libertà questa generazione nervosamente sovreccitata. Per diciotto anni il motto di prammatica della stampa guerrafondaia fu: la France s'ennuie! Quanto poi al calcolo del possibile e delle alleanze europee, quelle teste esaltate non se ne erano mai date pensiero. «La Francia isolata», braveggiava un foglio radicale durante le faccende egiziane, «vuol dire la Francia alla testa delle nazioni!». E, mentre la gioventù riscaldata svillaneggiava a gola aperta la tirannide del re borghese, ciò non ostante bramava, che questo popolo gabbato e frodato della libertà propria portasse la libertà agli altri popoli; per la ragione, che di quanto il cielo è alto sulla terra, di tanto il francese sta sul tedesco, il quale, secondo i crudi versi di De Musset, lava nel libero Reno la sua giacchetta di servitore. «Il conquistatore gallico», assicura Luigi Blanc, «lascia dovunque sul suo passaggio i benefizi dell'incivilimento, come il Nilo ricomponendosi nel suo letto lascia il limo fecondo». Cotesta passione propagandistica accendeva la testa alla gioventù; tra i devoti era annoverato anche il giovine duca di Orléans. Ma la maggioranza sensata della nazione propendeva verso le idee liberali dell'economia moderna; solo che si riserbava la prerogativa di biasimare ogni giorno come un'ingiustizia inaudita la divisione dell'Europa fatta dai trattati del 1815. Anche la stampa dei partiti moderati ripeteva con amarezza dolorosa la vecchia favola, che la Francia era troppo gravemente danneggiata, e che la Prussia cresceva minacciosa: la Prussia lacerata dal congresso di Vienna! E in questa conformità attizzava incessantemente l'apprensione dei vicini e la foga bellica della gioventù.
Tra quelli che si presumevano politici consumati dominava l'idea, che l'Europa fosse divisa in due zone nemiche; e che intorno alle due cittadelle della libertà, la Francia e l'Inghilterra, bisognasse stringere una valida cortina di piccoli stati costituzionali, come baluardo contro la servitù dei paesi orientali. Avvaloravano una tale opinione non solo gli umori ostili delle corti di Vienna e di Pietroburgo, ma anche lo spirito niente patriottico dei radicali tedeschi, i quali, in quei primi anni d'inebriamento, erano molto proclivi a salutare il tricolore come il riscattatore che li avrebbe sciolti dalle catene della confederazione. Era questa la vecchia illusione dei dilettanti politici, i quali non hanno mai capito, che la natura complessa dell'associazione dei nostri stati tedeschi consente a mala pena una pura politica di tendenza; che le supreme questioni di dominio internazionale non cadono affatto sotto i modi di vedere delle teorie dei partiti; e che le passioni e gl'interessi del momento hanno in generale nella politica estera maggiore importanza, che non ne abbiano nella politica interna i contrasti durevoli. Come pel passato il vincitore degli ugonotti, Richelieu, aveva appoggiato i protestanti tedeschi e la democrazia degli Orange gli Stuart, così anche adesso sarebbe venuto il tempo, in cui l'Inghilterra parlamentare si sarebbe alleata con le corone assolute dell'oriente contro la Francia costituzionale.
Il re e i suoi dottrinari non erano disposti a secondare la rumorosa corrente bramosa di guerra. Erano troppo chiaroveggenti per non discernere, che un'impresa di conquista sul Reno avrebbe sommerso la stessa corona borghese: «la guerra è la rivoluzione», soleva dire Luigi Filippo: ed erano troppo freddi e pedanti calcolatori, per avvertire e intendere in qualche modo il movente generoso, che si nascondeva indubitabilmente nel delirio della brama di guerra. Si chiarì, purtroppo, anche rispetto alle questioni estere, quanto fossero insostenibili le dotte comparazioni tra il 1688 e il 1830. Laddove la gloriosa rivoluzione inglese era maturata in virtù del favore datole dall'Europa settentrionale tutta protestante, la quale aveva ricondotto quasi spontaneamente lo stato, da una condizione malsana di vassallo, entro la cerchia dei suoi alleati naturali, all'opposto la Francia moderna all'estero era del tutto isolata. Il governo si ostinava sconsigliatamente a tenere una situazione mediana fra i trattati del 1815, che non poteva annullare, e la Rivoluzione, che non poteva interamente rinnegare quale suo terreno originario. In una situazione siffatta, il regno continuò, come sotto i Borboni, a non godere di alcuna autorità: la Francia aveva perduto in Europa il suo antico posto egemonico.
Solo una volta la monarchia di luglio toccò un successo notevole sulle potenze orientali. La rivoluzione belga aveva incontrato rapidamente il favore di tutti i partiti in Francia. Era vantata come liberale insieme e cattolica; e lo scopo che si era prefisso, era di rompere quella compattezza degli stati olandesi, la cui esistenza era un affronto per la Francia. Questa volta il re seppe profittare destramente della lentezza delle potenze orientali, distratte dagli affari della Polonia. Le sue truppe entrarono due volte nel Belgio; e quando alla fine fu strappato alle corti tedesche renitenti il riconoscimento del nuovo stato, e lo czar Nicola non poté altrimenti sfogare il suo impotente malumore per la vittoria della rivoluzione, che rifiutando le relazioni diplomatiche col giovine regno, allora le penne del gabinetto magnificarono la brillante solution française della questione belga. Se non che, un giudizio posato non può consentire a tale millanteria. Senza dubbio, con lo stabilimento dello stato belga il necessario era fatto, il rimedio eroico del momento era riuscito; ma il merito maggiore non era da ascriversi alle armi francesi, bensì all'assistenza perseverante e meno ambigua dell'Inghilterra. Ben a ragione lord Palmerston chiamava il Belgio suo figlio. La sete di gloria della nazione era così poco soddisfatta dei facili trionfi nelle trincee di Anversa, come il piacere della Francia rivoluzionaria della guerra contro Stein ed Erz: i fogli radicali menarono gran lamento, quando il comandante francese sul campo della Belle-Alliance proibì alle sue truppe di condurre a fine la distruzione già iniziata del monumento prussiano di Planchenois e del leone del Mont-Saint-Jean. Il re pacifico non raggiunse una sola delle cupide e dissimulate mire che lo avevano indotto all'intervento. Con quanta dolcezza il vecchio Talleyrand aveva proposto a Londra di elevare Anversa a città libera! Con quanta premura aveva sollecitato da lord Palmerston il Lussemburgo e dall'ambasciatore prussiano una fetta di territorio renano! Si sarebbe ripreso l'affare sassone, sepolto da un bel pezzo: quello di assegnare la Sassonia alla Prussia e il Belgio al re di Sassonia. Ebbe risposte evasive, nient'altro. Anche la speranza di fare del piccolo paese di confine un baluardo per la Francia, si rivelò presto essere un sogno. I forti di frontiera costruiti verso la Francia non furono demoliti; e la totalità dei Paesi Bassi dilaniata dai partiti era stata in sostanza un vicino più debole o, per dirla secondo l'intendimento della piccineria orleanistica, meno pericoloso dei due nuovi stati centrali, abbastanza solidi. Il popolo belga aveva ricevuto con malavoglia non dissimulata i francesi, la seconda volta che erano entrati nel loro territorio. Questa disposizione non migliorò, dopo che quel savio principe si fu insediato sul nuovo trono. E molto, troppo spesso toccò a Luigi Filippo di mandare a Brusselle l'accorta sorella Adelaide, a calmare le apprensioni della corte belga, la quale da un pezzo meditava seriamente di entrare nell'Unione doganale tedesca. La diffidenza delle grandi potenze non ha consentito mai e poi mai alla corte francese, e lo abbiamo visto su a proposito del disegno di unione doganale franco-belga, di esercitare nel Belgio un'influenza predominante.
Ma se qui fu raggiunto un mezzo successo, per contro nelle vicende polacche la nazione fu pienamente offesa in tutti i suoi sentimenti più cari. Beniamina dei francesi, perché del pari cattolica e rivoluzionaria, legata alla Francia dal contegno cavalieresco, dall'antica fratellanza di armi, dai mille legami dell'affinità morale e ideale, la Polonia si sollevò contro quello czar, che l'opinione pubblica con la sicurezza del suo istinto detestava come capo della nuova santa alleanza. Un giubilo immenso accompagnava dalla Senna ogni colpo di fucile nelle pianure polacche. Lafayette con l'intera democrazia propugnava la guerra in pro dei polacchi: era arrivato il tempo di riparare a quell'antico misfatto dei gabinetti, che gli storici francesi amano di presentare come il più orribile di tutti i delitti. Per mascherare, beninteso, le colpe consimili del loro proprio popolo. Torna a onore dell'intelligenza del governo l'avere respinto, sdegnando quelle vuote fantasie, una guerra senza costrutto, da condursi per un interesse straniero. Ma quando Sebastiani esaltò i brutali successi militari della Russia con le parole: «l'ordre règne à Varsovie», allora il governo si fece nemica per sempre l'opinione pubblica, né si cattivò per questo la fiducia delle potenze orientali; perché i fuggiaschi polacchi furono accolti in Francia a braccia aperte, i poveri furono soccorsi dai fondi segreti, e il comitato parigino degli emigrati mandò da allora in poi i suoi affiliati a combattere su tutte le barricate del mondo. Il lamento patetico sulla fine della Polonia diventò l'inevitabile pezzo di forza di ogni carica a fondo: ma il governo persisté nel suo contegno ambiguo. Quando poi si accumularono in Polonia violenze su violenze, e quando il principe di Metternich lacerò di propria mano la sua stessa opera, il trattato di Vienna, e la repubblica di Cracovia fu disfatta in piena pace, il conte Molé diresse a Vienna una nota vibrata, dicendo in sostanza che il cancelliere desse schiarimenti in segreto, dovendo egli risponderne al parlamento.