La monarchia di luglio mostrò, come in questa, in tutte le complicazioni estere lo stesso carattere d'indecisione e di falsità. Nello stesso tempo che i ministri dichiaravano solennemente alla camera: «noi abominiamo l'assolutismo e deploriamo i popoli tanto deboli da tollerarlo», Luigi Filippo con lettere poco conferenti a un re dei francesi aveva subito dopo la settimana di luglio impetrato il riconoscimento, per non dire il perdono, delle potenze orientali. La prima ansia era sparita, l'innocua timidità del nuovo regime non tardò a palesarsi, e i conservatori intelligenti finirono con l'accordarsi sulla verità espressa da Wellington, che il nostro sistema di stati non può fare a meno di nessuno dei grandi stati che lo costituiscono, e che in Europa non può compiersi nulla di duraturo sulla via della pace senza la cooperazione della Francia. L'affiatamento delle grandi potenze tedesche diveniva evidentemente più stretto; e principiò tra Luigi Filippo e il cancelliere quel vivo e accurato carteggio, che la diplomazia conobbe come le commérage politique dei due vecchi. Il re assicurava incessantemente della propria gratitudine indelebile le corti tedesche, protestava il suo odio a quelle idee americane che avvelenavano il continente, lamentava: «le nostre istituzioni dànno buona garanzia contro, non a favore del potere governativo». Pregava che si distinguesse nettamente tra lui e la rivoluzione, e sollecitava premurosamente l'assistenza dei tre gabinetti orientali: «in tal caso potrei fare di più per l'ordine». Per ringraziamento, il principe di Metternich oberava il docile allievo con una lunga sequela di quelle disputazioni politiche infinitamente istruttive che gli erano care, lo esortava a perseverare sulla via della sana politica ad onta della debole maggioranza parlamentare, e via dicendo. Il ministro Ancillon, che ebbe visione di queste lettere per mezzo dell'ambasciata di Vienna, ne andava in gongolo: «il cuore del re non potrà resistere a un predicatore politico di tal forza». E Gentz, la cui pigrizia si adattava volentieri a fare di necessità virtù, adesso ripigliava fiato e opinava, che legittimità e sovranità popolare non sono assoluti opposti, e che anzi possono intendersela tra loro come cattolicismo e protestantismo: «giacché ormai la sovranità popolare è interpretata in modo, che travalica impercettibilmente in una nuova legittimità».
Per contro, lo czar era inesorabile. Fin dall'estate del 1830 aveva proibito ai russi l'aria appestata della Francia, e non passò anno che egli all'odiato re borghese non desse una prova di quella rudezza destituita di qualunque riguardo, che in quei tempi in cui la potenza russa era al colmo, era ammirata dai nostri piccoli re come una geniale forza di carattere. Non ci fu via di dissuaderlo, che quel ladro di corone sarebbe stato a capo della rivoluzione europea: a sentirlo, cotesti borghesi non si sarebbero intrusi mai più nella parentela delle corti legittime. «Lo czar», si lagnò Luigi Filippo con l'ambasciatore d'Austria, «vuol condannare la mia famiglia alla castrazione». In effetto, era uno spettacolo assai umiliante per l'orgogliosa Francia vedere il principe ereditario piatire vanamente la mano di qualche principessa delle maggiori case regnanti. Perfino la corte dello Schwerin non stimò conveniente il parentado con la casa del re borghese, e soltanto la benevolenza personale del re di Prussia procurò alla fine al duca d'Orléans la principessa Elena: une princesse anodine, motteggiò Metternich tra i suoi intimi.
D'altra parte, chi mai avrebbe serbato stima di un gabinetto, di cui ogni giorno che passava adduceva nuove prove di menzogna? Il governo, anche nel novembre del 1833, respinse con altezzose espressioni l'invito delle potenze orientali alla stretta osservanza delle misure sui fuorusciti; mentre, proprio nello stesso tempo, la polizia segreta parigina teneva regolarmente informate le corti legittime sulle mene dei rivoluzionari. Si dava appoggio ai malcontenti tedeschi sparpagliati in Alsazia dalla caccia alla demagogia, e si permetteva segretamente ai pedoni loro emissari di mantenere i rapporti di là delle frontiere; né si vedeva malvolentieri che la democrazia tedesca si affratellasse con la francese e inventasse una carmagnola alemanna sul glorioso modello gallico. In tutte le corti tedesche si aveva cognizione della circolare segreta ministeriale del settembre 1833, nella quale si ordinava agli agenti francesi di produrre una lista dei francofili e dei capi dell'opposizione, particolarmente dei paesi della riva sinistra del Reno. E lo stesso gabinetto, che esercitava in quel modo la propaganda rivoluzionaria, qualche anno dopo minacciò di guerra la Svizzera, perché questa si rifiutava di espellere il cittadino svizzero Luigi Bonaparte. In tutti i piccoli stati costituzionali gli ambasciatori francesi si atteggiavano come se toccasse a loro il carico di governare lo stato, e diventarono dovunque intollerabili con la loro amicizia inframmettente e saccente; beninteso, però, che cotesti magnanimi protettori della libertà tedesca mostravano per ogni parola pungente della nostra stampa una suscettibilità nervosa, quale nemmeno il principe di Metternich in persona. Si trattava la dieta con aperto dileggio. Siccome la Francia teneva a mandare in lungo l'affare del Lussemburgo, fu espressa la speranza, «che la dieta sia per iniziare le misure, che intende di adottare, con la lentezza e la prudente moderazione che distinguono i suoi atti, e usi e anche reiteri i differimenti possibili! Tale longanimità risponde al carattere della dieta»¹. La Francia e l'Inghilterra risposero con una protesta sgarbata alle famose decisioni dietali del 1832, e diedero così alla dieta, che rigettò recisamente l'inframmettenza straniera, la gradita occasione di cattivarsi una volta tanto il plauso dei patrioti. La corte francese, non rinsavita ancora, tentò, dopo il colpo di stato dello Hannover, d'indurre il governo inglese a movere a Francoforte una protesta collettiva; e dopo il rifiuto dell'Inghilterra, negò recisamente agli ambasciatori tedeschi cotesta sua intenzione.
¹ Dispaccio circolare del ministero degli esteri francese agli ambasciatori francesi in Germania del 30 dicembre 1830.
Siamo giusti. Vi sono tempi sterili e senza energia, che non consentono ampiezza alla politica estera. In Italia e in Oriente le cose non erano mature per le grandi risoluzioni e comandavano una politica di attesa e di sospensiva. Ma, mentre altrove si osò anche in questo tempo meschino una creazione sana, piena di avvenire, di politica nazionale, invece la monarchia di luglio non rivelò che paura e miserabile invidia. La nostra giovine unione commerciale non ebbe, fuori dell'Austria, un nemico più velenoso di questi borghesi. Le corti di Parigi e di Vienna discussero nel 1833 il disegno di staccare la Baviera e il Würtemberg dall'Unione doganale prussiana, accordando una riduzione di tariffe alle frontiere tedesche meridionali; ma l'idea abortì per l'incapacità dei due gabinetti in materia economica. Frattanto l'ambasciatore a Berlino Bresson, l'ambasciatore a Francoforte D'Alleye e soprattutto l'abilissimo Engelhardt, console a Mainz, visitavano le piccole corti, scongiuravano il commercio locale di non cedere alle lusinghe dell'ambizione soperchiatrice prussiana; ma il fanatismo settario dei liberali del nostro mezzogiorno non porse altro che troppo benevolo ascolto a siffatte esortazioni. La questione dell'unità nazionale trionfò alla fine di tutte le aberrazioni dello spirito partigiano, e gl'intrighi stranieri ebbero una fine vergognosa.
La monarchia di luglio annunziò il proprio avvento alle grandi potenze con un ribocco di espressioni pateticamente liberali: il diritto di disporre di sé, del quale la Francia si era fatta ragione, appartiene anche a tutte le altre nazioni. Cotesto principio del non intervento, che rispondeva evidentemente a un concetto fondamentale giusto, ma che nella sua sterilità dottrinale calzava tanto poco alla complicatissima rete dei nostri stati confederati quanto le teorie dell'intervento della Santa Alleanza, gittò al suo apparire un terrore enorme nelle corti conservatrici. Il principe di Metternich lamentò «questo nuovo e inaudito diritto dei popoli, questo sovvertimento di tutte le regole che hanno governato finora la politica degli stati europei». La corte di Vienna, però, ebbe presto motivo di tranquillarsi; perché, quando l'Austria soffocò la rivoluzione nell'Italia centrale facendo marciare due volte le proprie truppe negli stati pontifici, e affermò imperturbabilmente la propria sovranità sulla Penisola non ostante il disordine delle sue forze militari palese a tutti gl'intenditori, il re borghese spedì ad Ancona un debole corpo francese e fece dichiarare segretamente all'ambasciatore austriaco, che questa occupazione era seguita per pura ragion di forma, per puro riguardo all'orgoglio nazionale francese! Per altro, un equo giudizio riconosce, che le dichiarazioni sleali del governo alle camere erano spesso imposte dalla necessità: le interpellanze incessanti sugli affari in corso della politica estera, costituivano un abuso innaturale, penoso anche pel più abile ministro. Il corpo di spedizione ad Ancona fu richiamato ingloriosamente come era stato mandato; e di questa mortificazione non riuscì a consolare il paese l'espressione patetica: «il sangue dei francesi appartiene solo alla Francia». La Francia arrischiò soltanto alcune deboli esortazioni per mitigare l'intollerabile sgoverno di Roma, e sopportò longanimemente, che Carlo Alberto di Sardegna, il quale a quei tempi era tuttora un rigido legittimista, proibisse nel suo stato la legion d'onore e dimostrasse il più rude disprezzo alla monarchia borghese. In questo modo, stando all'atto pratico di questo sistema, il non intervento significava per la Francia il diritto d'intervenire consecutivamente, non appena un'altra grande potenza si fosse immischiata negli affari di un terzo stato. Vale a dire, era un legare le mani solo a sé stessi, come ebbe subito a riconoscere con soddisfazione il principe di Metternich; era un rinunciare alla iniziativa propria, senza punto impedire l'ingerenza alle altre nazioni.
In Ispagna la monarchia di luglio riportò successi parimente infelici. All'antica parentela delle corti borboniche si sarebbe potuto sostituire un legame più nobile, l'affinità delle istituzioni nei due stati del pari illegittimi e costituzionali: «per la Francia i migliori alleati sono i popoli liberi», dichiarò il gabinetto di Parigi. E la lega dell'occidente liberale parve davvero un fatto compiuto, quando la Francia e l'Inghilterra ebbero conchiusa la quadruplice alleanza con le due regine degli stati iberici. Laddove però l'Inghilterra consolidò nel Portogallo, suo antico baluardo avanzato, la propria supremazia, il re borghese invece non riuscì ad acquistare un'influenza duratura sul gabinetto di Madrid. Aveva fondate ragioni di temere la suscettibilità dell'orgoglio nazionale degli spagnuoli; onde si restrinse a disarmare sul suolo francese le bande carliste e a rinforzare i cristini con munizioni e con una legione straniera: quanto bastava per cadere in sospetto dell'Austria, e quanto non bastava per farsi indispensabile agli spagnuoli! Gl'intrighi che corsero un intero decennio per le sale dell'Escuriale tra l'ambasciatore francese e l'inglese, provarono a sufficienza su quali deboli basi si reggesse la celebrata entente cordiale delle potenze occidentali. L'odio contro la perfida Albione ricorse nel popolo francese con la stessa passione che al tempo del primo impero, e l'amicizia dei gabinetti ebbe presto a soffrire una grave scossa dall'opposizione dei rispettivi interessi in Oriente.
Luigi XIV, fin da allora, aveva compreso l'importanza dell'Egitto rispetto al dominio del Mediterraneo e al commercio con l'India, e aveva porto ascolto alle geniali fantasie egiziane del nostro Leibnitz. La spedizione compiuta dal genio di Bonaparte aveva, in seguito, fatto più caro il paese a ogni cuore di Francia. Il disegno napoleonico di sottrarre all'Inghilterra, mercé il taglio dell'istmo di Suez, il comando delle comunicazioni con l'India, divenne il tema preferito della stampa francese, specialmente da quando l'Inghilterra, facendosi delle rocce di Aden una Gibilterra orientale, si era apprestata una nuova stazione di tappa sulla propria linea oceanica. Proprio allora, sotto l'energica signoria di Mohammed Alì, si era iniziato quel tale sistema di far felici i popoli dall'alto, di stile napoleonico: tutta la Francia andava in visibilio pel despota illuminato, nel quale la tradizionale predilezione dell'Oriente pei costumi francesi si era incarnata con un vigore più forte del consueto. Il governo di luglio non voleva combattere la Porta, ma nemmeno riuscì a far argine all'aberrazione della fantasia nazionale; né gli bastò l'animo all'idea ardita di condurre Mohammed Alì a Stambul, e di rinvigorire e rinnovare l'impero vacillante degli Osmani con un maestro di palazzo illuminato ed abile. Si smarrì quindi per una via ripida, in cui la Russia in agguato si proponeva di attirarlo da tempo: esso indebolì la Porta e s'inimicò con l'Inghilterra, dal momento che sosteneva i vassalli sediziosi contro il loro sultano, e con mezzi, per giunta, sleali, degni di siffatti uomini di stato; e infine rimase di botto isolato di fronte all'unanime coalizione delle quattro potenze.
Nei momenti critici della monarchia di luglio emerse adunque nel modo più vivo, che il governo parlamentare non aveva potuto, durante il corso di una generazione, coltivare saldamente su questo suolo la sana moderazione dei popoli liberi. Tutto il paese rintronava di nuovo di selvagge grida di guerra, il ministro Thiers lanciava rumorosamente le frasi grosse del club dei giacobini, perfino il re nei momenti d'ira minacciava di mettersi in capo il berretto rosso, e la diplomazia tedesca esclamava corrucciata: «il 1830 è di nuovo al governo!». Questo popolo prese sul serio l'inanità delle sue fantasticherie egiziane, tanto che gli parvero una ragione legittima sufficiente ad autorizzare una scorreria sul Reno. Alla fine l'amore del quieto vivere del regime borghese riebbe il sopravvento: Guizot mostrò il coraggio morale, raro in lui, di fronteggiare la passione traviata della nazione. Ma la remissività verso l'estero, per quanto in sé ragionevole, pure, dopo le burbanzose minacce degli ultimi mesi, prese l'aspetto di una disfatta vergognosa. L'influenza della Francia in Oriente ne fu annullata per tutto un decennio. L'Inghilterra spadronava in Oriente, osteggiata dagl'intrighi russi; e nell'Asia interna erano parimente sole Inghilterra e Russia a condurre la lotta storica del mondo pel dominio del Levante. Le furie del partito bellicoso di Francia ottennero in Germania gli effetti, che non avevano conseguito le ragioni sennate dei nostri più prudenti patrioti: i nostri liberali principiarono a stornarsi dagl'idoli gallici, e lo spirito del 1813 risorse anche fuori del regno di Prussia. La superba Inghilterra seppe così poco dissimulare il disprezzo per la vicina umiliata, che l'anno appresso lord Palmerston marchiò con parole inauditamente prive di ogni riguardo un affare d'interesse strettamente francese, la politica coloniale ad Algeri; d'altronde erano troppe le prove dell'ardente ambizione della Francia, perché il senso della fiducia potesse comunque ritornare nella entente cordiale delle potenze occidentali, rappattumate per forza di necessità.
Il perturbamento della pace interna divenne inevitabile. Si era troppo fondato sulla speranza, che l'Inghilterra non avrebbe mai rotto, non avrebbe mai abbandonato l'alleanza con lo stato costituzionale. Avvenuta la disfatta diplomatica, perciò stesso il nuovo «ministero degli esteri», allora istituito, era privo di ogni autorità morale. «L'Inghilterra ci comanda, la congiura delle potenze ci preclude l'Oriente, la politica del gabinetto ci butta in viso la vergogna», erano le frasi d'effetto che empivano le colonne della stampa, anche di quella moderata. Ogni avvenimento all'estero suscitava nella nazione una irritabilità morbosa. Perfino Pomara, la paradisiaca regina del mare australe, diventò per l'opposizione una sacra reliquia nazionale. La pura pratica amministrativa, a chi spettasse il diritto di visita sui negrieri, sollevò tale tempesta, che nel 1842 gli elettori concorsero alle urne al grido pas de droit de visite! e bisognò ritirare il trattato già conchiuso, che accordava quel diritto agl'incrociatori inglesi.