¹ Metternich manifestò tale intenzione all'ambasciatore prussiano barone von Maltzahn (la cui relazione è datata del 5 settembre 1830). Che la minaccia fosse effettivamente espressa, è rapportato dall'ambasciatore piemontese conte Pralormo (di cui vedi la relazione del 13 marzo 1831 presso BIANCHI, Storia documentata della diplomazia europea in Italia, III, 345).

Il re sentiva quanto poco il suo posato regime fosse atto a offrire al popolo quell'entusiasmo, di cui abbisogna qualunque governo. In tale imbarazzo, andò a dar di capo in un rimedio singolare che, triviale come è, non si descrive se non con frasi ironiche: egli spiegò una premura particolare pei ricordi napoleonici, e tentò di guarire con la cura omeopatica l'ambizione guerresca della nazione. Ma come prima i Borboni con la loro febbre di persecuzione erano riusciti soltanto a rinfocolare la leggenda napoleonica, così ora la conclusione fu, che era impossibile cacciare il diavolo con Belzebù. La colonna Vendôme fu di nuovo adorna della statua dell'imperatore, e a Boulogne fu terminato il monumento alla grande armata. L'arco di trionfo sulla piazza del Carosello ebbe i bassorilievi commemoranti la campagna più gloriosa dell'imperatore. Fu compiuto ai Campi Elisi l'arco dell'Étoile, e coperto con quelle sculture che presentano al riguardante un mondo guerriero. Più tardi il bonapartismo chiamò les actes réparateurs cotesto giocare col fuoco. Anche quando il re cercava di mostrarsi equanime con tutti i partiti, il suo mecenatismo però stimolava unicamente l'orgoglio guerresco del popolo. À toutes les gloires de la France! dice l'iscrizione su quella pinacoteca storica a Versailles, che il regale storiofilo raccolse con bello zelo. Ma chi percorre queste sale interminabili, e col capo in tumulto ripensa ai turbini di polvere e di fumo, al lampeggiare delle spade, ai battaglioni lanciati alla carica, alle mischie, ai corpi laceri, alle unghie scalpitanti dei cavalli, che da mille cornici ci abbarbagliano gli occhi, finisce col domandare a sé stesso, se in Francia non esista che solo un'unica gloria: la gloria del guerriero. La beniamina dell'arte è la guerra. Le noiose solennità ufficiali delle incoronazioni e delle proclamazioni di statuti scompaiono quasi, appetto all'ardore di vita e di verità di quelle immagini di battaglie di Orazio Vernet, che trascinano lo spettatore come una marsigliese dipinta. Guardate un po' i soldati francesi, quando la domenica discutono e si esaltano davanti ai quadri algerini! Certo, l'istinto borghese del quieto vivere, di cui aveva bisogno la monarchia di luglio, fu tutt'altro che fomentato da codesto museo di battaglie.

Il re, messosi a fare l'ammiratore dell'impero, si vide costretto, in onta all'odio che a quello portavano i Borboni, a favorire gli uomini del tempo imperiale. Chiamò nel suo consiglio Montalivet, il figlio del ministro napoleonico, Molé, il grande dignitario napoleonico che non aveva mai cessato di ammirare l'impero come il trionfo delle idee dell'89, e anche Soult, per la ragione che il me faut une grande épée! Perfino il cattivo vecchio Savary, il gran birro aulico di Napoleone, fu gratificato di un'alta carica dal re della libertà. E allo stesso maresciallo Clauzel, nel quale si era personificato a pennello lo spirito lanzichenecco senza legge dei tempi napoleonici, toccò di rappresentare la sua parte nei panni di un ministro parlamentare. Gérard e Lobau ebbero il bastone di maresciallo, perché il prigioniero di Sant'Elena aveva pensato a loro; Gourgaud ed Heymes divennero aiutanti del re. Pareva come se l'intero esercito della Belle-Alliance fosse per rivivere. In principio, prima che la debolezza della monarchia di luglio fosse intravveduta, cotesta risurrezione vittoriosa del nome napoleonico accrebbe l'apprensione delle corti orientali. Per chi conosce da vicino la vita familiare degli uomini di Sant'Elena, e sa che le loro mogli pregavano addirittura davanti all'effigie dell'imperatore, e che le loro figlie si vantavano senza ritegno alcuno di essere sue figlie, ebbene, riesce incomprensibile, come mai un Orléans abbia potuto sperare di cattivarsi proprio in quella cerchia seguaci fedeli.

Allibì Guizot stesso, e l'astuto Palmerston non seppe reprimere un sorriso, quando il re fece officiare il gabinetto inglese per la consegna del cadavere dell'imperatore. Il nipote di Filippo Égalité riconduceva le ceneri dell'imperatore alle rive della Senna, dove l'esule aveva bramato di riposare. Centomila persone coprivano in silenzio, serrate le une alle altre dal rigore invernale, l'ampia strada da Neuilly a Parigi, e ancora una volta risorse dalla tomba lo splendore di un giorno unico. Allato alla bara dell'imperatore procedevano gli uomini di Sant'Elena, i Gourgaud, Bertrand, Las Casas; i cappotti chiusi dei veterani ecclissavano gli abiti dorati dei potenti del piccolo oggi, e i cannoni delle batterie napoleoniche, trofei del nemico, salutavano col loro rimbombo l'imperatore che entrava tra i suoi invalidi. La stessa sera Guizot soddisfatto scrisse al conte Mounier: «è stata una pura teatralità!». E già prima il ministro Du Chatel aveva compendiato il terribile accecamento del governo nelle parole: «A questa nuova monarchia, che per la prima ha assembrato e soddisfatto tutta la potenza e tutti i desiderii della Rivoluzione, incombe in verità l'obbligo di erigere il monumento e il sepolcro di un eroe nazionale, e di onorarlo senza tema alcuna. Perché solo una cosa esiste, una unica cosa, la quale non ha nulla a temere dal paragone con la gloria; ed è la libertà». Oh, senza dubbio: solo la libertà non aveva nulla a temere da quell'ombra!

Frattanto il duca di Reichstadt era morto. Dopo le giornate di luglio Giuseppe Bonaparte aveva invano tempestato di lettere l'imperatore Francesco, Maria Luisa, Metternich e in fine anche il giovine Napoleone, per domandar loro il ristabilimento dell'impero. E invano la marchesa Napoleona Camerata fece nello stesso torno di tempo un viaggio a Vienna, a scongiurare il figlio dell'imperatore di erigersi a condottiero della Francia rivoluzionaria «con la mente volta a quella lotta mortale, con cui i sovrani dell'Europa avevano fatto espiare al padre il delitto di essere stato con loro troppo magnanimo». Il gabinetto di Vienna congedò l'esaltata, la quale non ricevé più udienza dal giovine legittimista della casa Bonaparte. Perché fra le tante notizie terrifiche di quei giorni agitati, nessuna lo aveva così profondamente scosso come l'annunzio, che sua madre era dovuta fuggire da Parma, cacciata dalla rivoluzione. Egli apparve in lacrime davanti al nonno; voleva marciare, correre a riconquistare con le truppe austriache l'ultima zolla di terra, che era rimasta di Napoleone al nome napoleonico. L'imperatore lo respinse, il principe finì in affanno e dolore; e il libro del legittimista Montbel descrisse ai francesi la straziante infelicità di quella giovine esistenza. Ma nello stesso tempo in cui Napoleone II voleva combattere per sua madre, i figli di Ortensia alzarono la bandiera del tricolore italiano. Per loro Maria Luisa era puramente la perfida austriaca. Il principe Napoleone invitò il papa a rinunziare al potere temporale; e fu questa l'occasione in cui il destino del suo minor fratello Luigi s'incontrò per la prima volta con quello di Pio IX: il giovine vescovo Mastai Ferretti tenne arditamente testa ai volontari. Il movimento fu domato, il principe Napoleone fu portato via da una improvvisa malattia. L'altro fratello era fuggito; e si affrettava a correre in aiuto della rivoluzione polacca, quando sulla via lo raggiunse la nuova della caduta di Varsavia. In seguito, morti il fratello e il cugino, rimase pei bonapartisti il legittimo erede del trono imperiale. Assunse il nome di Napoleone: «un grave peso», confessa egli medesimo; «ma io saprò portarlo!». La sua ambizione è ricondotta sulla Francia per le vie del radicalismo cosmopolita; perciò egli si guarda bene di assumere il contegno dispotico del cugino. Ormai per lo spazio di sedici anni il bonapartismo agita l'arma demagogica, ed esercita la sua influenza come alleato della rivoluzione.

V.

Il principe Luigi attraverso gli ultimi anni dell'impero aveva acquistato una coscienza alquanto più chiara che non il suo disgraziato cugino: egli sedeva con sua madre dietro l'imperatore quando nei cento giorni fu pomposamente celebrata sul campo di maggio l'ultima grande solennità dell'impero. In seguito, la vita provvisoria del profugo lo indurò alle difficoltà finanziarie, alla strategia dei debiti. Il giovine che da fanciullo aveva visto i genitori divisi dall'infedeltà e dall'incompatibilità, era necessariamente portato a farsi un'opinione cinica degli uomini. Non per questo, però, la vita di questo giovine era del tutto nuda di sentimento; giacché sul fanciullo vegliava la tenerezza di una madre piena d'ingegno, dotata di animo gagliardo sebbene priva di senso morale, agitata da un ardente entusiasmo per l'impero. Come la più parte degli uomini notevoli, egli doveva a sua madre la sostanza migliore della vita. Questo principe, in contrasto reciso con l'impetuosità del duca di Reichstadt, palesò di buon'ora un temperamento flemmatico, quasi che nelle vene gli fluisse sangue olandese; e appunto cotesta indole non francese, la quale non esclude menomamente passioni vigorose e tenaci, lo fece atto a osservare spregiudicatamente la nazione francese, come se gli fosse straniera. Conobbe nella dotta scuola di Augusta l'idealismo della nostra educazione classica, a Roma la maestà del mondo antico; ma alla sua natura fredda era affatto ignota la fantasia rovente, che un tempo incatenò irresistibilmente lo zio agli eroi di Plutarco. Egli apprese a conoscere l'antichità nel modo come apprendeva ogni altra cosa, vale a dire con intelligenza lenta, ma forte e sicura; e negli anni maturi compose da dilettante alcuni scritti di storia antica, in cui il culto dei Cesari costituisce il domma del suo sistema politico. Solo che non gli è mai riuscito di penetrare veracemente nello spirito dell'antichità, e di comprendere a fondo le forze divine operanti nella storia. Fin dal principio egli è stato un uomo unilateralmente moderno, una testa savia ma senza impeti geniali, avendo dedicato la facoltà migliore del suo ingegno alle scienze esatte, all'osservazione del presente.

Ogni rapporto con un giovine così chiuso tornava un po' imbarazzante alle nature semplici, graduali, come per esempio il bravo vescovo Wessenberg. Chi guardava più sotto, come il generale Dufour, ravvisava, dietro il riserbo tranquillo e dolce, una perseveranza ferrea; e non tardava a sperimentare, che il principe era effettivamente quello che lo zio chiamava un homme carré, e che l'arditezza dei suoi disegni faceva equilibrio con la tenacia della sua volontà. Aveva imparato per tempo ad ascoltare tranquillamente consigli da ogni parte e in fine a seguire il proprio. Quando la madre perplessa tentò di stornarlo dai suoi disegni, il figlio amorosissimo si rivelò come il doux entêté. La madre lo richiamava invano a non principiare come un avventuriero, ma ad attendere l'appello della volontà popolare, come lo zio, e a ristabilire l'ordine con la forza del suo nome magico. Una credenza fatalistica nella sua stella, potente come un'idea fissa, si era impadronita di quella testa fredda. L'impazienza dell'ambizione lo buttò capofitto nella rivoluzione di Romagna: il giovine soldato vi apparve in atteggiamento abbastanza guascone, su un destriero in gualdrappa bianca, rossa e verde; mentre suo fratello parlava minaccioso della forza invincibile che li seguiva. La conseguenza naturale di questa levata di scudi fu l'espulsione di tutti i Bonaparte da Roma. Seguì il misterioso soggiorno a Parigi, durante il quale il principe iniziò la trama di una congiura, almeno a quanto afferma solennemente il duca d'Aumale; e ne prese conoscenza e animo per avere a vile la debolezza del nuovo regime. La madre si rifiutò di comprare con la rinunzia al suo gran nome la libera dimora del figlio in Francia. Talché, dopo una breve fermata a Boulogne e una visita al monumento di Napoleone sui campi dove un giorno si era adunato l'esercito di Austerlitz, si ritornò allo spatriamento. Ma le fila della propaganda democratica arrivavano anche alla quieta Arenenberg. Il principe si teneva in relazione coi profughi polacchi, tra le cui fila aveva testé combattuto il suo parente Walewski. Egli era «superbo di essere annoverato tra gli sbanditi, perché oggi l'esilio è la sorte di tutte le anime nobili». S'illuse ai sogni filellenici, e plaudì a ogni moto che minacciò di lacerare il trattato del 1815. Di tanto in tanto arrivava da Parigi qualche malcontento, e recava al napoleonide il promettente saluto gridatogli dal vecchio Chateaubriand: «il passato ritorna, per salutare il futuro».

Il principe aveva sempre curato di procurarsi amici fedeli e di legare a sé l'entourage in cieca sommissione: la fortuna ora gli conduceva l'amico più fido e più devoto, Fialin Persigny. Per dare ai lettori un'idea dello stile seguito dal bonapartismo nella fabbricazione delle sue favole, nella sua mitificazione, menzioniamo l'edificante istoria, la quale racconta il come cotesto Saulo si convertì in napoleonico Paulo. Il signor Giuseppe de la Roa nella sua officiosa biografia del duca di Persigny ci ha dato pel primo il racconto meraviglioso, e poi il signor Véron ce lo ha particolareggiato con doverosa commozione. Il giovine scapigliato, che nell'armata di pace del re borghese non poteva stare alle mosse, conobbe in un suo viaggio nella Svevia una dama, e fissò con lei un appuntamento a Ludwigsburg. Il giorno stabilito, mentre ebbro di amore faceva sferzare i cavalli che lo portavano al convegno, tutt'a un tratto il suo cocchiere svevo con gioia improvvisa agitò in aria il cappello e gridò, in francese, s'intende: Vive Napoléon! Rasente, in vettura, era passato un giovine cadetto wurtemberghese, dalla fisonomia napoleonica: uno dei figli di Gerolamo. Il grido colpì come un fulmine il giovine immerso nei suoi sogni. «Come?» si domandò: «questi barbari svevi vanno in visibilio al nome dell'imperatore, e noi francesi…?!». Il convegno e l'ora felice sono dimenticati: egli passa tutta la notte all'aria aperta, tra meditando e sognando. Come spuntò il giorno, la sua decisione era presa: egli doveva essere il Loyola della religione napoleonica. Di follia ne aveva abbastanza. È fuori dubbio però, che d'allora in poi il giovine lavorò al ristabilimento dell'impero con la passione e la pertinacia di un fanatico. Fondò una rassegna bonapartista, di cui potè portare a termine un solo numero, presentò al re Giuseppe una memoria sul rinnovamento del partito bonapartista, che presso di lui trovò tepido consenso; per contro ebbe ardita diffusione da Luigi d'Olanda. Alla fine si affrettò a recarsi ad Arenenberg, dove capitò proprio quando la casa principesca era piena di preparativi nuziali. Il pretendente voleva sposare sua cugina, la vezzosa e poco morale principessa Matilde, e intanto si affaticava nel cómpito ingrato di educare il suo futuro cognato, il principe Napoleone. Ma dopo l'arrivo di Persigny abbandonò il suo disegno di matrimonio: i due compagni di fede s'intesero immediatamente, e si misero insieme a covare la pazza idea del colpo di mano di Strasburgo.

Il nipote aveva volentieri alle labbra l'insegnamento dello zio: «in ogni intrapresa bisogna assegnare un terzo al caso e due terzi al calcolo»; ma non seppe applicarlo. Presentiva forse il principe, che a Parigi meno che altrove avrebbe potuto sperare partigiani e contarvi? O lo accecava l'evento abbagliante, ma purtroppo eccezionale, dei cento giorni? Comunque sia, egli in un paese del tutto accentrato si arrisicò a principiare proprio dalla provincia il cambiamento rivoluzionario del regime. Un tempo, a Tolone, il quarto reggimento di artiglieria aveva cooperato alla gloria incipiente del suo capitano Bonaparte, e durante i cento giorni fu dato a Grenoble il segnale della diffalta dell'esercito dai Borboni. Il principe non dubitava che questi vecchi ricordi vivessero cocenti nell'anima dell'esercito come nella sua; credeva che il suo solo apparire in divisa imperiale avrebbe trascinato i cannonieri a venir meno al giuramento. Il colpo pazzamente temerario finì in modo ridicolo, ma le corti di Parigi e di Vienna ebbero un tremito di angoscioso terrore. Giacché nello stesso tempo fu scoperta tra gli ussari a Vendôme una congiura repubblicana, di cui probabilmente il principe aveva avuto prenozione; e poi, per giunta, i giurati alsaziani pronunziarono tra gli applausi scroscianti del pubblico l'assoluzione dei complici del pretendente. Il fanatismo di eguaglianza di questo popolo stimò lodevole lo spergiuro della giuria, perché il reo principale era stato graziato. Del rimanente, la popolazione guardò l'attentato con una indifferenza, che, se il principe vi avesse riflettuto più scaltramente, avrebbe dovuto incorarlo piuttosto che scoraggiarlo: giacché una congiura siffattamente frivola e scapigliata, sotto un altro governo, sotto un governo radicato nel popolo, avrebbe sollevato un uragano d'indignazione.