In un momento di debolezza il prigioniero mandò a Luigi Filippo una lettera dimessa; e nella solitudine del carcere gli risorse una reminiscenza sentimentale degli anni di scuola in terra tedesca. Egli tradusse l'Ideale di Schiller: «io vidi le sacre ghirlande della gloria profanate da una fronte volgare», vale a dire, quella di Luigi Filippo. E non si convertì affatto: «resto fermo nella mia fede», scrisse alla madre, «e non mi curo dei clamori plebei». Persigny, poi, proclamò baldanzosamente, che la Francia un giorno si sarebbe pentita di essere rimasta sorda al grido di un Napoleone. Il principe fu rilasciato, a condizione che emigrasse in America. Ciò non ostante, dopo un breve intervallo ritornò in Isvizzera. E siccome il governo di luglio esigeva il suo allontanamento e minacciava, egli s'intertenne a tutt'agio fino a quando la sconsigliata paura dei borghesi non ebbe restituito un po' di lustro al suo nome; e infine dichiarò pateticamente ai confederati, che non intendeva con un più largo indugio mettere a repentaglio la sicurezza della sua seconda patria. Si volse quindi all'Inghilterra, dove divise il suo tempo tra il lavoro serio e i facili godimenti, e corse rischio di sommergersi nella inanità, della comune vita di avventura. A teatro i suoi fidi parlavano in palco con impertinenti vanterie del grande avvenire del principe. Il piacevole conversatore era bene accolto dalla nobiltà inglese, che però alzava le spalle sul dreamer of dreams. Ma destava maggiore interesse nella cerchia di quei cavalieri d'industria ed esimi cavalieri di ventura, i quali, gittati sulle spiagge ospitali dalle lotte di partito del continente, trovavano uno zelante protettore nel bizzarro e aristocratico radicale Tommaso Duncombe, lo sportmann felicitatore di popoli. Una disgraziata intesa venne avviata anche col pazzo Carlo di Braunschweig; e nel torneo della nobiltà tory ad Eglinton il pretendente fece la sua comparsa nel costume molto significativo di Guglielmo III di Orange.

Quando gli Orléans fecero la traslazione delle ceneri dell'imperatore, il principe e lo zio Giuseppe elevarono pubblica protesta: a chi doveva a Waterloo la sua fortuna, non si addiceva di prendere in mano la spada del vinto. L'entusiasmo napoleonico che percorse il paese, incoraggiò il principe a un nuovo tentativo. Arrischiò lo sbarco di Boulogne; e questa volta parve davvero che dovesse sparire sotto le risa del mondo. Ma che farsa! l'aquila viva, ingegnosamente ammaestrata in altri tempi a librarsi nelle ore solenni sul capo dell'imperatore, adesso era legata sulla prora del vascello imperiale! E quale contrasto superlativamente comico! l'erede di Napoleone ripescato in molle dall'acqua, e dichiarato in arresto dalla guardia nazionale nello stesso momento in cui la Belle Poule portava attraverso l'Oceano il duca di Joinville con le ceneri dell'imperatore! Ma anche questa maledizione del ridicolo, che in Francia più che in qualsiasi altro luogo riesce disastrosa, non poté in alcun modo scorare il pretendente, che davanti ai pari dichiarò: «Io rappresento innanzi a voi un principio, una istituzione e una disfatta. Il principio è la sovranità popolare, l'istituzione è l'impero, la disfatta è Waterloo. Il principio voi lo avete riconosciuto, l'impero voi lo avete servito, la disfatta noi vogliamo vendicarla. Non esiste alcun contrasto tra voi e me».

Il re fece tradurre ad Ham l'incorreggibile cospiratore; e fu questo un espediente per la propria sicurezza, ma non era né un atto di magnanimità né un segno di forza, come osservò scaltramente Berryer nella sua difesa. Il benefizio della legge francese non era punto goduto da chi senza sua colpa era fin dalla fanciullezza tra gli esiliati; ne portava, all'opposto, soltanto il rigore. Gli Orléans avevano condotto nuovamente gli sguardi del mondo sul pretendente. Durante il tempo di tranquillo raccoglimento nella prigione, che egli stesso celebrò come il suo corso di noviziato nella università di Ham, il principe non aveva punto abbandonato la lotta; scrisse anzi articoli violenti nel nuovo Journal de l'empire, il Progrès du Pas de Calais. Mantenne le relazioni con gli amici inglesi, e conchiuse infine con Carlo di Braunschweig un patto solenne, in forza del quale i due principi legittimi si garantivano a vicenda il trono dei rispettivi padri e si promettevano mutua assistenza¹. Solo che, siccome il patrimonio del prigioniero consisteva puramente in una massa cospicua di debiti, laddove invece il guelfo possedeva la più ricca collezione di diamanti del mondo, evidentemente il patto leonino non significava altro, se non che il danaro guelfo doveva essere a disposizione degl'intrighi bonapartisti. Certo, l'avaro Braunschweig si mostrò cattivo pagatore; ma anche il suo debitore, fedele alla rispettabilità ereditaria dei Bonaparte, non seppe risovvenirsi dell'antico patto nei giorni della fortuna. Frattanto la stampa di opposizione utilizzò il pretendente pei suoi attacchi faziosi: incisioni sentimentali rappresentavano la pallida figura del sofferente dietro le inferriate. La liberazione del cospiratore fu chiesta ripetutamente, e da Emilio Girardin nel modo più strepitoso; finché Duncombe e il fido medico Conneau menarono a termine il colpo lungamente meditato, e una fuga avventurosa rimise su tutte le bocche il nome del principe.

¹ Stampato in The life and correspondence of Thomas Slingsby Duncombe, London, 1868, II, 10.

Solo che far parlare di sé in un modo siffatto, è certamente un ambiguo guadagno. In sostanza, nell'opinione pubblica il principe acquistò la riputazione di matto. Chi tentava e ritentava con una così imperturbabile pertinacia un disegno pazzesco, non poteva essere che uno sciocco, oppure un carattere fuori del comune: comunque, l'indolenza del mondo in ogni caso trova più comodo sbrigarsi delle cose enigmatiche col motteggio. Il nome così pretensioso del napoleonide era in troppo comica sproporzione con le sue intraprese; e le lettere querule che il vecchio re Luigi mandava a Luigi Filippo per iscusare il jeune étourdi, certamente non rialzavano la riputazione del principe. Gli scritti del quale erano ignoti ai più; e chi li aveva alle mani, se ne distoglieva immediatamente, perché, laddove tutta la pubblicistica agitava unicamente i problemi dello stato parlamentare, quelli invece consideravano e sostenevano un modo di vedere che era fuori di tutti i partiti. E una siffatta insubordinazione alla cultura media del momento, viene punita regolarmente nel mondo moderno col disprezzo tacito.

A noi, che oggi scorriamo più spassionatamente gli scritti del principe, riesce incomprensibile come mai un tale autore non abbia incontrato nessuna considerazione. Giacché questi scritti non solo non rispondono punto a ciò che comunemente si aspetta dai peccati letterari di un principe, ma meritano semplicemente un posto onorevole nella storia della pubblicistica. Essi non sono il prodotto di una mente geniale, ma di un'intelligenza eminentemente pratica, sensata e sicura nell'osservazione, ferma e indipendente nel giudizio. Anche l'esposizione è chiara e serrata, con netteté schiettamente francese: il principe sa istradare prontamente i suoi lettori e dare un rilievo pratico a tutte le sue tesi. La ricchezza delle idee, il pathos della veridicità, la potenza della fantasia, che fanno lo storico, a lui sono negati; ma nella sua esposizione discussiva egli con destrezza e senza esitazioni di coscienza sa servirsi, in modo eccellente ai propri fini, delle presunzioni storiche del presente. In una parola, egli ci si rivela per un giornalista provetto; e chi ammette che questi scritti non avevano importanza scientifica e letteraria, ma costituivano esclusivamente il programma di una politica pratica, deve anche usare un po' d'imparzialità e riconoscere, che siasi in essi rivelato un singolare talento di uomo di stato.

Quando Luigi Bonaparte salì allo stallo presidenziale, il signor Thiers e compagni si fecero un dovere d'inondarlo di pressanti consigli, come quello che non conoscesse punto la Francia. Mirabile fatuità! Il profugo nel suo soggiorno all'estero aveva studiato il proprio paese di gran lunga più acutamente e giustamente, che non in patria gl'intellettuali della borghesia. Laddove la stampa, forte delle opinioni del momento, consentiva solo per pietà cristiana a tollerare provvisoriamente la monarchia come un'ultima concessione a pregiudizi inveterati, all'opposto il principe affermò sicuro e reciso: «una monarchia di otto secoli non viene commutata in repubblica per la burrasca di pochi anni». Come un tempo Mirabeau, ficcando nelle cose il suo sguardo penetrante, aveva pensato che la gioia di un Richelieu sarebbe stata la soppressione del feudalismo, parimente anche il napoleonide comprese, che il livellamento della società favoriva ed esigeva un solido potere monarchico. La repubblica richiede un'aristocrazia, la nostra società democratica vuole una corona. Col tracollo degli antichi stati, egli vede la nazione sfarinarsi in granelli di sabbia; granelli di sabbia che, cementati insieme da un gagliardo potere statale, costituiscono una roccia irremovibile, ma disuniti fanno solo polvere. Così dice la tesi preferita del napoleonide, vale a dire una metafora, che, parafrasata le mille volte, ritorna in tutti gli scritti del bonapartismo con la stessa frequenza e la stessa significazione, con cui nelle lettere di Metternich ritorna l'immagine della casa del vicino in fiamme, che io devo spegnere se non voglio andare in fuoco anche io. Mentre la dottrina del parlamentarismo unica beatificatrice occupava tutte le teste, il principe riconobbe subito, che i progressi compiuti dalla Francia negli ultimi cinquant'anni si erano ottenuti in virtù delle istituzioni che l'imperatore le aveva date. Il sistema parlamentare non trovò in Francia il sostegno di un forte senso della legalità, di un irremovibile amore della libertà personale: si getti pure arbitrariamente in carcere un cittadino francese: la voce pubblica se ne starà tranquilla, fino a quando le passioni faziose del giorno non se ne saranno prese. Pel francese il supremo bene politico è l'eguaglianza: e in tempi tumultuosi la nazione è presto racquietata dallo strepito delle armi e della gloria guerresca. Come si vede, questo uomo di stato pensa della sua nazione meschinamente, in modo quasi cinicamente basso; ma egli ha scorto chiaramente i punti neri della mentalità nazionale.

Il principe si fece avanti in questa società scomposta, bramosa di ordine, con l'irremovibile fede, che soltanto la tirannide popolare poteva giovarle, e questa soltanto fosse legittima. Come un tempo l'imperatore appena eletto s'impose ai suoi deputati dicendo: «io ho un titolo di diritto, voi non ne avete alcuno!» così ora il nipote parafrasò: «l'erede di un governo eletto da quattro milioni di cittadini non può inchinarsi a un re eletto da duecento deputati». In mezzo a un mondo afflitto da mille dubbi scettici il napoleonide camminava con la sicurezza di un sonnambulo. Aveva fede in sé stesso e nell'assolutismo militare al quale attribuiva la rinomanza dell'idea napoleonica. Questa idea risorgerebbe dalle ceneri in conformità di un divino esempio: la fede politica, come la religiosa, ha avuto i suoi martiri; egli, come in quella, sarebbe l'apostolo e avrebbe il suo regno. Egli direbbe ai francesi come san Remigio disse al re dei Franchi: «giù il capo, o Sicambro! Brucia ciò che adori, e adora ciò che hai bruciato!». Il principe viveva e respirava in questo cerchio d'idee; quando riportava il discorso sull'imperatore, pareva sovente che un'allucinazione s'impadronisse di quel cervello freddo. Nei giorni del trasporto funebre da Neuilly a Parigi, il nipote indirizzò una lettera allo zio. Gli parla come a un vivo, gli dà del Sire e del Voi; e dipinge i potenti del giorno atteggiati in palese ad onorare l'eroe e in segreto a pregare: «O Dio, non lo svegliare!», a raccogliere la giovine armata, ma a dirle: «Incrociate le braccia!», a rinnovare il tricolore ma non le aquile, a rispettare il morto ma a gittarne in carcere l'erede; e vede infine l'imperatore chinarsi sul nipote a confortarlo: «Tu soffri per me, io son contento di te!».

La sua speciale situazione indusse il pretendente ad assumere l'attitudine di consumarsi in cieca e incondizionata ammirazione davanti all'imperatore. Le più stupide fole della leggenda napoleonica furono fedelmente rimesse in voga, giacché questo cinico sapeva, che qualunque bugia ostinatamente ripetuta finisce con l'essere creduta dalle moltitudini irriflessive. Si rivolge primieramente ai popoli del Danubio e della Sprea e dice loro, che avrebbero adorato il benefattore già ripagato d'ingratitudine, e che tutte le nazioni libere avrebbero ripristinata l'opera dell'imperatore. Tutto ciò non è menomamente più disonesto della grande maggioranza degli scritti di partito francesi; il principe, anzi, parla più lealmente di Guizot, perché a suo vantaggio torna la stessa duplicità di aspetto del bonapartismo: egli può o vuole vedere soltanto un lato dell'azione napoleonica. La Francia ringiovanita dalla Rivoluzione e organizzata dall'imperatore; Napoleone, vero rappresentante, esecutore testamentario della Rivoluzione, mediatore tra due secoli, tra la monarchia e la democrazia; l'eroe che ha disciplinato e perciò compiuta l'eguaglianza, che ha preparata la libertà; il soldato plebeo che ha fondato un regime difenditivo e democratico: son questi i principii fondamentali universalmente noti della dottrina neonapoleonica, e ognuno contiene una mezza verità. Chi legge tra le righe si avvede subito, che il principe conosce gli errori che portarono lo zio a rovina, ma che non li riconosce. Di un rinnovamento della monarchia universale non si parla affatto. Anche nella vita interna dello stato il pretendente ripudia la cruda forma di dispotismo che si manifestò nell'impero, e vuol tornare al suo ideale, che è la costituzione consolare. Egli concede, che Napoleone ha portato a termine soltanto la rivoluzione sociale, non la politica, ed evita puramente la questione, se sul terreno della dittatura consolare sia possibile in generale la formazione progressiva della libertà politica.

Il principe Luigi non ha menomamente disdegnato le male arti usate da tutti i pretendenti, e il rumore, che va connesso con quel mestiere; nulladimeno non si può affermare, che egli in sostanza abbia illuso il suo popolo con fragorose promesse. La costituzione che diede ai francesi il 14 gennaio 1852 è effettivamente un calco della costituzione consolare; nella prefazione, che vi è preposta, le tesi principali sostenute negli scritti del pretendente ritornano quasi a parola. Una siffatta coerenza è rara nella vita di uno statista duramente incalzato dalla spinta delle cose. Anche noi avversari dobbiamo stimare la sicurezza di coscienza, che mosse l'imperatore a ripubblicare inalterati i suoi scritti giovanili. S'intende, che qualche punto nero è tralasciato; per esempio, l'umile lettera a Luigi Filippo. Ma in complesso l'imperatore può vantarsi, che l'uomo mantiene ciò che il giovine promise. Il principe non dispensa mai, nemmeno negli articoli di gazzetta fatti per accarezzare il favore delle moltitudini, mai una parola di lode alle idee parlamentaristiche del suo tempo. Come lo zio lascia al mondo la scelta tra i cosacchi e la repubblica, così il nipote fra i governi di oggigiorno esalta, come coerenti e coscienti, solo la Russia e l'America del Nord. Egli vuole alla cima dello stato un capo personalmente responsabile, che diriga l'amministrazione per mezzo di tecnici, di specialisti, e non già di capiparte. Il parlamentarismo è deriso come il dominio dei retori; le sue lotte di partito sono altrettanto vuote di contenuto, quanto furono un tempo le dispute dommatiche del medioevo; e non porta la libertà, ma il governo di una oligarchia privilegiata, alla maniera inglese. Quest'abile argomentazione sofistica non poteva fallire il colpo sul lettore francese; e trovava un sostegno solido nelle condizioni del paese sotto il dominio della borghesia. Non meno recisamente il principe si volse, con odio napoleonico, contro le vedute aristocratiche del mondo feudale: ché, anzi, nella sua storia dell'artiglieria non si tiene dal flagellare l'antica nobiltà francese, che un tempo aveva messo in burla la nuova arma borghese e l'aveva buttata via dal campo.