Non rimane dubbio, dunque, che il suo scopo sia la monarchia rivoluzionaria, eletta dal popolo sovrano, sollecita della sorte degli umili, sempre pronta a gittare nella bilancia la spada di Brenno in ogni causa della civiltà. Quanto ai mezzi per stabilire cotesta corona democratica, egli si esprime con perspicua chiarezza: un colpo di stato come quello del 18 brumaio non può essere elevato a principio (ma chi mai in tutto il mondo aveva riguardato come principio le brutalità del brumaio?); ma in determinati casi può essere necessario. Quando il principe tratteggia all'occasione l'immagine seducente della libertà, noi siamo indotti a confessare francamente, che egli sospinge cotesto coronamento dell'edifizio a una lontananza indefinita e vaporosa. Nei suoi primi scritti già aveva detto: è dolce sognare un dominio della virtù; se il Reno fosse semplicemente un mare; e così via. E più tardi egli afferma, che la libertà allora sarebbe possibile, quando i partiti fossero finiti, consolidati l'ordine e l'eguaglianza, rieducato a nuovo lo spirito pubblico, rinvigorito il sentimento religioso e nati nuovi costumi!
E così anche questo cervello freddo cade nell'eterna velleità di tutti gli assolutisti, quasi che l'educazione alla libertà fosse possibile altrimenti che mercé la stessa libertà. Per contro, rispetto ai problemi dell'amministrazione mostra una rara imparzialità. Nello stesso modo come, giovane appena di venticinque anni, in un acuto saggio sulla Svizzera fece, contro il fanatismo allora in voga per la repubblica, l'ardita osservazione: «la repubblica non è un principio, è una forma di stato come le altre, e non offre per sé stessa nessuna garanzia per la libertà»; così pure sa apprezzare spassionatamente i vantaggi degli altri stati, quando non si movono in senso direttamente opposto al proprio sistema. Egli loda in Inghilterra la libertà personale, il movimento in nulla intralciato delle associazioni, la sicurezza della legge. Ammira in Prussia l'autonomia dei comuni, la schietta istruzione popolare e sopra tutto, esaltato a parole anche dallo zio, quel servizio militare obbligatorio e generale, che un giorno avrebbe scacciato via da dovunque nel mondo il commercio di schiavi bianchi chiamato cambio. Riprova la molteplice attività dello stato, come nella sua patria; è una stoltezza, che lo stato faccia ciò a cui può o deve attendere il privato. Arrivato al trono, il pretendente rimandò tutte queste riforme a miglior tempo, oppure le fece cadere dopo alcune prove di assaggio: e ciò che attraversò la via alle migliori intenzioni fu un po' il destino di tutti i dominii violenti, un po' la natura stessa dello stato francese. Solamente gl'irriflessivi e i leggieri accusano anche d'ipocrisia uno statista, che offre tanti lati deboli ai rimproveri giusti, sol perché non ha reso possibile l'impossibile. Nelle sue contraddizioni si tradisce l'incapacità intellettuale, non già il calcolo furbo. Acuto osservatore e non povero di buone idee, il principe si era inviluppato troppo a fondo nelle marce abitudini mentali del cospiratore, nelle sottilizzazioni premeditate, nel fucinare disegni. Egli non possedeva più la forza mentale di elaborare un'idea importante fino a cavarne le estreme conclusioni, e non si pose il quesito, come mai i vantaggi dello stato inglese e del prussiano potessero conciliarsi con la tirannide popolare.
Il pretendente esercita con piacere la comoda professione della critica politica alla monarchia di luglio, principalmente a riguardo della sua politica europea. Per lui nessuna esagerazione e nessun travisamento è troppo volgare al suo scopo; indaga anzi con ingegnosa malizia tutte le debolezze del sistema, e ci offre così un modello del genere, che oggigiorno è stato ricalcato, ma con meno talento, dal duca d'Aumale. Egli tratteggia vivacemente il modo come il governo butta nel fuoco la gloria e i tesori del paese per venderne le ceneri! Se quello richiama in auge i beniamini dell'imperatore, si adorna con le penne altrui; se decora il generale Dupont, che un tempo capitolò a Baylen, esso premia il tradimento; e così via. Cotesta polemica demagogica appare soprattutto odiosissima, quando vien meno al rispetto dovuto alla gravità della storia, come, per esempio, nel famoso parallelo «1688 e 1830». Il principe illustra eccellentemente la nullità di ogni dotta comparazione; ma quando vi scambia le carte, e v'istituisce il paragone tra il re borghese e Giacomo II, allora scoprite l'agitatore coscientemente menzognero.
Attraverso tutte queste deformazioni rimane però indiscutibile, che il critico affronta con una mentalità superiore gli uomini di stato della borghesia. In uno dei suoi più celebri aforismi domanda all'uomo politico di camminare a capo delle idee del suo tempo se non vuol rimanerne sommerso; ma a questo proposito è innegabile, che l'imperatore ha soddisfatto a cotesta esigenza solo per metà. Le forze dell'idealismo, che non mancano neppure alla nostra arida età, rimasero estranee ai napoleonidi: questo insegna oggi lo stato del secondo impero, in cui la senescenza già invade un corpo finora gagliardo. Ma è certo, del resto, che il pretendente ha apprezzato in modo incomparabilmente più giusto che non il re borghese alcuni sintomi nuovi e significantissimi nel presente moto degli spiriti. Principalmente la importanza del quarto stato e della questione sociale. Il principe se ne fa zelatore con la frase ampollosa: l'idea napoleonica penetra nei tuguri non già a portarvi la dichiarazione dei diritti dell'uomo, ma a calmare la fame e a sollevare i dolori. Cerca, mercé un lavoro intenso, di capire la vita economica. Nei suoi saggi, però, si riscontra ben poca scienza economica: egli è tuttora compreso delle idee protettrici dello zio. Esalta con parole quasi ditirambiche la barbabietola e non degna di un motto i sacrifici, che il perfezionamento tecnico dell'industria dello zucchero di barbabietola ha imposto ai consumatori. Anche il suo disegno di curare dall'alto, per mezzo di un'organizzazione di lavoro, la miseria popolare, e di elevare la società dei poveri alla più ricca associazione della Francia, attesta la sua scarsa esperienza. Ciò non ostante, era non poco notevole, che il pretendente prendesse parte così viva alle sofferenze delle popolazioni; e ciò tanto più in un tempo, in cui fra tutta l'alta nobiltà europea solamente il principe Oscar di Svezia e il principe Alberto d'Inghilterra intendevano la profonda gravità di siffatte questioni. L'amico del quarto stato poteva con pieno diritto gridare alla corona del re borghese: «Voi siete condannati alla sterilità, perché avete intelligenza, ma non avete cuore!».
Frattanto la leggenda napoleonica aveva raggiunto il fastigio. Gli stessi uomini dell'estrema sinistra deliravano per Napoleone, e Luigi Blanc esclamava: «l'imperatore sarebbe stato un semidio senza la sua famiglia!». Le donne irrequiete dei napoleonidi ordivano incessantemente nuove congiure: i principi di Canino, i discendenti ferocemente radicali di Luciano, entrarono nelle società segrete italiane. La legge di espulsione dei Bonaparte offrì all'opposizione alla camera gradita materia a pompose esercitazioni oratorie. Il repubblicano Cremieux comparve come patrono degli esiliati, e Victor Hugo vantò: «Io ho difeso la causa dell'esilio, la causa della gloria!». Thiers e gli altri orleanisti scontenti mantenevano con la maggior franchezza i loro rapporti in Italia coi Bonaparte. I quali rappresentavano infaticabilmente la vecchia parte, mandavano in una lettera d'effetto gli ordini e le disposizioni dell'imperatore per la tomba nella chiesa degl'Invalidi, alimentavano con piccoli doni il buon animo delle città devote della Corsica. Quando nel 1840 si minacciò la guerra, Gerolamo si offrì di snudare per la Francia la sua nota spada valorosa, con la gradita espettativa, che nessuno avrebbe messo alla prova il suo eroismo. Finalmente il re concesse al vecchio Gerolamo il permesso di un soggiorno passeggiero. Vennero col vecchio l'infaticabile agente Pietri e il giovine principe Napoleone, il quale dall'esercito wurtemberghese portò in patria un fiero odio radicale contro la Germania mezzo gotica e reazionaria. Gl'invalidi andarono in visibilio, e il vecchio generale Petit si disfece in lagrime un giorno che il giovine, il quale rassomigliava allo zio in modo sorprendente, s'inginocchiò a pregare presso il sarcofago di marmo scuro. Subito Persigny nel segreto del carcere si diede da fare, perché il giovine Las Casas come deputato facesse già qualche cosa in pubblico pel ristabilimento dell'impero. I maneggi segreti di Walewski e del signor di Morny passarono affatto inosservati. Questo fratellastro di Luigi Bonaparte era riguardato alla corte semplicemente come un fanatico allevatore di cavalli; col fatto teneva in mano tutte le fila della cospirazione. Tutto ciò importava poco. Ma un pretendente accorto, che fondava sull'incosciente forza di volontà di Morny, aspettava la propria ora e volgeva a un fine costante l'ambizione della casa. E quest'uomo conosceva la Francia, conosceva i sentimenti cattolici e l'attaccamento ai ricordi militari della popolazione delle campagne, ed era risoluto a conquistarsi l'ubbidienza tacita della borghesia, e a prendere la difesa delle moltitudini e legarle alla propria casa coi benefizi del lavoro.
VI.
Per intendere l'importanza di queste moltitudini e le loro ascendenti pretese, occorre gettare un'occhiata al movimento intellettuale del tempo. Laddove l'istruzione casalinga e il tremacuore poliziesco del buon tempo antico propendevano ad attribuire alla potenza rivoluzionaria dell'idea un'importanza maggiore della vera, oggigiorno l'indagine storica mondiale ha già da un pezzo compreso, che le grandi rivoluzioni sono di regola provocate dal conflitto degl'interessi sociali, e, lieta di tale scoperta, è molto incline a tenere in mediocre conto l'efficacia del pensiero politico. Solo che anche nella vita dei popoli il corpo e l'anima non sono separabili; e la connessione storica non ci si rivela, se non quando consideriamo l'opera delle idee nella sua azione di reciprocità con le istituzioni dello stato, con le condizioni della società. Proprio al tempo della monarchia di luglio l'efficacia immediatamente pratica delle idee si dimostra palmare. Le penose condizioni dei lavoratori non avrebbero potuto da sole condurre alla caduta del regime, se un'abbondante letteratura sempre più ribelle e febbrile non avesse abituato il popolo a queste due idee: che il godimento dei beni, che è il supremo bene, è destinato in misura illimitata a ogni mortale; e che lo stato è esso solo responsabile dei mali della società e esso solo ha il dovere di risanarli. L'una e l'altra idea, che fornivano indubitabilmente le forze animatrici agli scritti clamorosi del giorno, si spiegano a loro volta con le condizioni sociali e politiche. Per un popolo dominato da una plutocrazia senza cuore, il necessario concetto del mondo e della vita non può essere che il grossolano materialismo: il tipo ideale di uno stato onnipotente, governante per volere delle moltitudini e per le moltitudini, era il figlio ingrato ma legittimo della burocrazia napoleonica.
Poche parole basteranno. Anche noi, purtroppo, abbiamo una copia fedele, se pure sbiadita, di questo movimento francese nel nostro radicalismo degli ultimi trenta o quarant'anni; giacché mai prima di ora, nemmeno al tempo di Luigi XIV o della presa della Bastiglia, l'avviamento della civiltà francese aveva esercitato sulla nostra nazionalità un'influenza così profonda e così perniciosa. In seguito Napoleone III ha mandato capovolto il nostro entusiasmo per la Francia; tanto che ora corriamo, invece, il pericolo di spaccar sovente sentenze sulla lascivia dei costumi e degli scritti dei nostri vicini, e con un'albagia farisaica, che mal si addice alla modestia valorosa dei tedeschi. In verità, di quegli onesti giudizi dei critici ideali sui vizi reali della Francia odierna, giudizi che ogni tanto si pavoneggiano solennemente nelle appendici delle nostre gazzette, noi faremmo volentieri a meno, tanto più che cadrebbero sotto il dileggio e il riso universale, se nulla nulla gli anonimi redattori si decidessero a rivelare il proprio immacolato nome. Il salmo di condannazione della nuova Babilonia francese è intonato nel modo più fragoroso dai giornali di Vienna: proprio Vienna, che non si trova a un livello morale molto più alto di Parigi; perché, se sul Danubio si pecca meno, vi si lavora però di gran lunga anche meno che sulla Senna. Gli autori di siffatti quaresimali a buon mercato dimenticano fino a qual segno noi stessi, al tempo della giovine Germania, c'intrigammo a fondo nelle reti della sirena parigina. Dimenticano, che il giudizio sui più delicati problemi morali dev'essere e deve rimanere diverso secondo le varie nazionalità, non ostante il cristianesimo e il continuo e vivo scambio mondiale. Il sangue tumultuoso della nostra gioventù ama sedarsi tra i bicchieri e i duelli, l'ardore dei giovani francesi nelle avventure galanti; e alla domanda, quale di queste due debolezze nazionali riesca più rovinosa al temperamento e al carattere non ancora formati dei giovani, non si può a ogni caso rispondere in un modo unico, che valga egualmente per tutti gli uomini. Comunque, noi siamo in ogni senso un popolo più austero dei nostri vicini. Il carattere di Manon Lescaut, da quando il vecchio abate Prévost lo modellò con incantevole grazia, è rimasto l'immortale figura prediletta della poesia francese; e chi, non ostante qualsiasi avversione, può misconoscere l'amabilità trasportante, l'indistruttibile freschezza di cotesta donna? Parimente, la gioventù radicale della monarchia di luglio, che si è accesa la testa a idee cupide e il cuore a immagini lascive, mostra nulladimeno alcuni tratti di sacrificio magnanimo, di eroica bravura, che fanno più difficoltoso al moralista il suo malinconico mestiere. Ma anche il giudizio più benevolo, che attribuisce il giusto peso alla peculiarità del genio nazionale, è obbligato però a confessare, che la letteratura di quel tempo, sensuale, torbida, effeminata nella sua incontentabilità messa coquettement in mostra, offre uno spettacolo desolatamente scostante. Tanto ardore sensuale e nudità sfacciata, e così poca vera e forte passione! Tante minacce sanguinose, e pure tanto terrore nell'animo! Querimonie tanto rumorose contro ogni istituzione, e neppure un accenno di quella seria coscienza riformatrice, che può sostenere il mondo vacillante e raddirizzarlo a buon fine! Chi giudicasse la nazione da tali scritti, dovrebbe disperare di lei. Tuttavia, come nelle opere dei giovani tedeschi si specchiavano solo i sentimenti di una parte della nostra nazione, parimente gli scritti del radicalismo francese non ritraggono punto per intero la vita nazionale. E nemmeno la vita letteraria; giacché, allato agli strepitosi agitatori d'idee del momento, procedeva silenzioso e diligente, se pure meno importante che in Germania, lo schietto e solido lavoro scientifico.
Il carattere prosaico del nuovo regime addusse una depressione precipitosa della vita artistica. I saloni intellettuali del vecchio tempo chiusero le porte l'uno dietro l'altro; l'aria in cui respira lo spirito diventò sempre più rarefatta in quella società tiranneggiata dall'industria e dal commercio e dalle passioni della vita pubblica. Il mondo turbolento non lascia più spazio alcuno alla produzione schiettamente artistica; la tendenza, la lotta del giorno trascina fuori della via della pace tutti i poeti, anche l'unica tempra di gran poeta, che apparve in quei giorni: Giorgio Sand. Era passato il tempo, che Béranger dava la soia al Marquis de Carabas e cantava a scherno della nobiltà il ritornello je suis vilain et très-vilain. Adesso la lotta della gioventù era volta contro le classi medie, e coscriveva i combattenti sia nei palazzi della parrocchia di Santa Clotilde, sia nei trivi del sobborgo Sant'Antonio. La recente amicizia tra Chateaubriand e Béranger fu a ragione presentata come il segno dei tempi mutati: i sognamenti radicali di Lamartine sono suscitati la più parte dalla ripugnanza del gentiluomo pei bottegai. Pareva come se nella società i più alti e i più bassi volessero ribellarsi di conserva; e perciò gl'irriflessivi ne cavarono la precipitosa conclusione, che la monarchia di luglio fosse davvero un regime del giusto mezzo. Cotesti elementi variamente misti dell'opposizione s'impadronirono prontamente dell'assoluto dominio della letteratura; e ogni legge repressiva dello stato rinvigorì la loro forza e la loro rabbia. La lotta contro le istituzioni divenne una moda; cela posait dans le monde.
Certo, soltanto l'antico regime sotto Luigi XVI ha durato assalti in così gran numero e trovato difensori così scarsi, come la monarchia di luglio; e l'opposizione, ora, si lanciava al sovvertimento dello stato con una consapevolezza impareggiabilmente più chiara che non ai tempi di Beaumarchais. Considera la ribellione come un sacro diritto; una rivoluzione della coscienza, del disprezzo seguirà le rivoluzioni della libertà e della gloria. Chi è in rapporto col governo, incorre nella taccia di corruzione; perfino Rossi, il patriota italiano, un martire della libertà, non fu risparmiato dall'ira delle gazzette né dalla grossolanità degli studenti, perché era stato chiamato alla cattedra da Guizot. Dilettanti e naturalisti dànno alla stampa l'intonazione: in questo stato la classe dirigente è solo la burocrazia. Chi ne è fuori e paga le imposte, non sa e non vuol sapere come appare il mondo visto dall'alto. L'opposizione non cercò mai di considerare le cose mettendosi dal posto del governo, e di ponderare le condizioni che rendono possibile l'azione del governare; e perciò le mancava il primo presupposto di ogni pubblicistica feconda. Non appena un liberale faceva da ministro le esperienze che solo da quel posto gli era dato raccogliere, e moderava in conseguenza le sue opinioni di partito, lì per lì veniva battezzato traditore. E nella storia degli stati monarchici è semplicemente senza esempio lo sterminio di vituperii, che fu rovesciato sulla persona del re. Quando il re con atto non da sovrano, e contro le antiche tradizioni legittime della corona, condusse le pratiche per apparire di aver donato i propri beni ai figli, ebbene, non fu meno ignobile il castigo che gliene diede Timone Cormenin coi suoi scritti velenosi e incendiari. Il monarca non deve mai badare ai suoi privati diritti: quando il re, per proteggere la moglie da qualche nuovo tentativo d'irruzione di plebe, fece fare la cancellata di fianco al giardino delle Tuileries, Béranger gli lanciò la canzone: