Il nuovo gabinetto era composto di uomini appartenenti a tutti e quattro gli antichi partiti moderati, uomini il cui nome irreprensibile era vantaggiosamente separato dall'entourage non ben famato dall'imperatore. Ma da un momento all'altro sgusciarono fuori dallo sdegnoso ritiro tutti gli antichi costituzionali che avevano finora combattuto l'impero a morte, e domandarono sfacciatamente uffici e prebende: nessuno più petulantemente degli orleanisti, i quali avevano sempre conservato il vecchio cupido spirito di consorteria dell'età dell'oro della borghesia. Non era forse umano, che l'imperatrice, gaia e innamorata della vita, guardasse con occhio bieco lo speculatore di virtù Ollivier, che tronfiava nel paludamento della sua civica incorruttibilità, e nel frattempo proteggeva con tanta tenerezza tutti i cugini e i cugini dei cugini, e faceva perfino l'occhio di triglia all'amicizia del vecchio banchiere Magne, a che la rendita non scadesse nemmeno di una lira? Era da far carico all'imperatore, se non riusciva a sfranchirsi dalla diffidenza verso i suoi nuovi amici orleanisti? Il cinico non aveva mai contato sulla fedeltà, stando di fatto, che gli antichi bonapartisti rigidi, come Gerolamo David e compagni, erano legati alla casa dei Napoleone da interessi incomparabilmente più solidi, che non il vecchio Guizot e gli altri transfughi orleanisti. Nel marzo Ollivier raccolse in una costituzione, che era la dodicesima dal 1789, i nuovi diritti della libertà. Ma non vi faceva neppure un accenno a quelle modeste riforme amministrative, che sole possono apportare forza e vita alla costituzione. Il sindaco veniva, come prima, nominato dal governo, il funzionario rimase protetto da ogni querela dei cittadini. La camera, la cui maggioranza non rispondeva punto all'animo del paese, non fu affatto sciolta, e i vecchi arnesi devoti del dispotismo serbarono le loro cariche prefettizie: le nuove commissioni parlamentari, nominate per la trasformazione di tutti i rami della vita pubblica, effettuarono un bel nulla.
Ora finalmente si fece avanti la questione, che presto o tardi doveva essere posta. L'imperatore anche adesso era sempre l'eletto responsabile del popolo. Su disposto della vecchia costituzione egli domandava, che il nuovo statuto fosse accettato dal popolo sovrano mercé il plebiscito. Tale domanda significava, che Napoleone si sentiva tuttora l'homme-peuple, e che perciò non avrebbe mai potuto guidare un governo sinceramente parlamentare; solo che, indubitabilmente, il diritto positivo dava ragione all'imperatore. Di più, il plebiscito era una necessità politica. I radicali già svergognavano la nuova costituzione, che fosse niente altro che il pasticcio di pochi senatori tecnici: e siccome in questo paese ognuno s'inchina umilmente davanti al suffragio universale, essi presto o tardi avrebbero infallibilmente costretto l'imperatore a fare appello al popolo. Ma i liberali francesi mostrarono ancora una volta di mancare della prima virtù del libero cittadino: il senso della legalità. Della questione di diritto si parlò appena; non si faceva che biasimare il despota, di aver subito seppellito il regime parlamentare appena fondato. L'8 di maggio la nazione con sette milioni di voti contro uno e mezzo ratificò l'impero parlamentare. Napoleone ora sapeva di possedere nella devozione delle moltitudini una riserva contro l'intemperanza dei parlatori parlamentari; ma nello stesso momento fu tormentato dal pensiero degli umori dell'esercito, che aveva dato 47.000 voti contro l'impero. Diveniva intanto sempre più impetuoso l'ardore guerresco dei vecchi bonapartisti, che temevano di essere soppiantati nelle loro cariche dai cupidi amici di Ollivier; e si vestiva di seduzioni sempre crescenti l'idea che propugnavano, di ristabilire con una guerra nazionale la cadente autorità della corona. In questo modo, nel tripudio della nazione accecata, tra il fragoroso clamore guerresco di una scellerata spedizione di preda, il bonapartismo parlamentare andava a sommergersi senza lasciar traccia. Dal 18 brumaio la nazione aveva cercato la libertà in cinque sistemi differenti. Fu addebitato alla guerra europea il fallimento del primo impero, ai legittimisti quello della Restaurazione, alla borghesia quello della monarchia di luglio, agli operai della capitale quello della repubblica. Non si trovava questa volta nessuna giustificazione straniera né un partito, che potesse colpirsi come capro espiatorio. La nazione, tutta intera la nazione aveva con una lunga sequela di follie e di colpe dimostrato di non essere atta, né ora né per molto tempo appresso, a comportare la libertà.
III.
È un fatto: la guarigione di uno stato malato si può incominciare sia dal basso che dall'alto, per mezzo dell'amministrazione o per mezzo della costituzione. Solo che in Francia tutti gli esperimenti escogitabili di costituzione erano consumati da un pezzo. La speranza in una nuova rivoluzione, espressa dal detto corrente di bocca in bocca: «la Francia ha messo in serbo la libertà», era un confortino da fanciulli. La riforma dell'amministrazione era l'unica via ancora aperta alla libertà politica. Fintanto che i comuni non si contrappongono con la loro propria autonomia alla burocrazia, la libertà di stampa e di associazione mena infallibilmente all'anarchia e l'ampliamento dei diritti della rappresentanza popolare al dispotismo di partito. Soltanto una più libera situazione dei comuni, in modo che, per lo meno, i sindaci non fossero loro imposti, poteva forse indurre le classi abbienti a riguardare come un onore l'esercizio delle cariche comunali. Solo un'attiva partecipazione delle persone colte ai lavori amministrativi poteva finalmente costringere la burocrazia a non sdegnare più i consigli della stampa come un'arroganza di hommes sans mandat. E solo, soprattutto, un'intensa attività della vita comunale poteva forse risvegliare le virtù boccheggianti della costumatezza politica e della fedeltà al proprio dovere, sparite quasi nel turbine delle lotte di partito, poteva scuotere alquanto la potenza enorme della imbestiante routine e dello schema che dominava tutta quanta la mentalità nazionale. Torbido spettacolo, quello dell'annientamento della vita pubblica nei primi dieci anni dell'impero. Sotto la polizia napoleonica perfino l'allegria del carnevale per le strade era quasi sparita. E quale risveglio doveva poi seguire a quel torpore plumbeo!
Tali erano le circostanze, quando venne a maturazione il giudizio, che lo stato finora si era mosso in un circolo vizioso, e che la riforma dovesse principiare dal basso: la dottrina dell'autonomia amministrativa del Tocqueville, dopo la morte del maestro, era divenuta una forza tra gli uomini pensanti. L'idea dell'autonomia amministrativa era stata derisa come una chimera anche sotto la monarchia di luglio; ora, sotto Napoleone III, il decentramento era la parola d'ordine di una grande scuola di pubblicisti. Odilon Barrot e Laboulaye, Raudot e Desmarets, Regnault e il bonapartista Baudrillart, uomini delle più diverse tendenze, produssero sull'argomento una letteratura, che con la serietà morale e l'alacre fede nell'avvenire annunziava la perseveranza dell'antico e bello idealismo francese, e con l'amabile freschezza attestava quanto erano nuove tali idee sul suolo di Francia. Si principiò a comprendere l'arbitrio antistorico e insipiente della divisione in dipartimenti. Mentre in Bretagna, in Normandia, tra i Baschi e i Guasconi persisteva l'antico spirito provinciale, che era per altro una boria di provincia senza forza politica, e l'alsaziano con tutto il suo patriottismo guardava dall'alto in basso i «francesi neolatini» come un popolo mezzo straniero, col fatto i dipartimenti erano rimasti puri corpi amministrativi. Permaneva impossibile, che paesi come Épinal e Vésoul diventassero centri di uno speciale spirito regionale come Bordeaux o Lione. Era tuttora fattibile designare i dipartimenti con numeri, come aveva un tempo proposto Sieyès col suo odio a tutte le formazioni storiche; tanto apparivano, dopo un'esistenza di sessant'anni, schematici e senza colore. Gli antichi inconvenienti del governo prefettizio diventarono addirittura intollerabili, da quando alla dipendenza dei prefetti furono posti come guardiani dei costumi gl'ispettori generali di polizia e, data la frequenza sistematica dei traslochi, tutti gl'impiegati si assuefecero a considerarsi come uomini senza patria. I consigli generali, è vero, venivano eletti col suffragio universale; ma la loro sfera di azione rimase immutata; anzi qualche uomo indipendente se ne ritrasse, dopo che il governo ottenne il diritto di nominare i presidenti e i segretari e di condurre esso esclusivamente lo scrutinio. Per quanto era certo che un distretto poteva amministrare solamente quello che pagava, altrettanto era certa la morte dell'autonomia in quello stato, i cui consigli generali fin dal tempo del primo imperatore avevano soltanto il misero diritto di riscuotere ai fini dei dipartimenti il quattro per cento sulle imposte statali. Per giunta, una gran parte di questi quattro centimes facultatifs erano impiegati a scopi generali dello stato, per esempio, nel mantenimento dei palazzi delle prefetture e simili. Più aspre ancora erano le accuse contro i circondari: lo stesso Napoleone III nella sua lettera sull'Algeria convenne, che l'abolizione dei sottoprefetti superflui era un desiderio quasi generale.
Con l'articolo 57 della costituzione del 1852 la posizione dei comuni era divenuta ancora più soggetta, essendosi il governo riserbata la facoltà di nominare a suo arbitrio il sindaco dai membri del consiglio generale o anche di chiamare a quella carica dominante un abitante affatto estraneo all'amministrazione comunale. Quell'articolo 57 era a buon diritto uno dei più importanti della costituzione, giacché i sindaci determinavano nelle campagne l'esito delle elezioni. Le sedute del consiglio comunale non erano pubbliche, e il consiglio poteva essere sempre sciolto o sospeso dal governo. I più superbi comuni non erano punto più indipendenti di quei minuscoli comunelli, incapaci di una propria vita particolare, che costituiscono la regola nelle campagne di Francia. Anzi le due città più grandi, Parigi e Lione, erano defraudate del beneficio della legge: il loro rispettivo consiglio comunale era nominato ogni cinque anni dall'imperatore, ed era perciò privo di qualsiasi autorità, non ostante le esaltazioni lodative che Napoleone III dopo l'apertura del Boulevard de Sébastopol, e spesso anche in seguito, aveva prodigato al suo fido Haussmann. Dei 2379 milioni di entrate già nel 1857 erano stati spesi 877 milioni pel dipartimento della Senna. La preferenza data alla capitale diveniva visibile a distanza perfino negli affari della vita quotidiana; tutta quanta la rete ferroviaria dell'impero era essenzialmente gettata a benefizio di Parigi. Pareva inconcepibile a questa burocrazia l'idea che qualcuno potesse viaggiare altrove che da o per Parigi; e lo sa chiunque ha provato qualche volta a recarsi da Parigi a Bordeaux.
Il sistema dell'accentramento burocratico rese ad Algeri le prove più sorprendenti della sua inettitudine all'efficacia creativa. Questa colonia, che poteva invigorirsi solo mercé lo svolgimento affatto libero delle energie individuali, era la terra votata agli esperimenti burocratici, divenuta la caricatura dell'amministrazione della madrepatria. Qui sorrideva all'impiegato la fortuna di un accentramento duplice, poiché tutti gli affari erano in primo tempo decisi nella capitale della colonia e in secondo tempo a Parigi. Nello spazio di una generazione furono saggiati e rifiutati quindici sistemi di organizzazione. Centonovantaduemila europei, ossia la metà della popolazione media di un dipartimento, vi vivevano distribuiti in 71 comuni sotto 3 prefetti, 13 sottoprefetti e 15 commissari civili, e va da sé che il governo di Parigi non aveva alcuna cognizione delle condizioni effettive dell'Algeria, non ostante le infinite relazioni inviate da un esercito d'impiegati. L'imperatore aveva ordinato l'istituzione dei tribunali indigeni, i medjlehs, e lasciato ai nativi la scelta fra i tribunali arabi e i francesi. Tutte le autorità riferirono che gli arabi, animati da una mirabile fede nella giustizia dei franchi, preferivano i tribunali stranieri ai patrii; e quando l'imperatore visitò la colonia, venne fuori, che i medjlehs non esistevano affatto! L'immigrazione ristagnò, perché un'esistenza malcerta sotto la benedizione del formalismo burocratico non poteva sedurre nessun uomo attivo. Un esercito di 76.000 uomini era appena sufficiente a guardare la colonia. Gli uffici arabi fondati per la tutela degl'indigeni si rivelarono incapaci d'intendere la popolazione straniera. Nella lettera al maresciallo Mac-Mahon Napoleone III espresse la speranza, che la Francia per opera di un'amministrazione esemplare in Africa sarebbe in grado di acquistare una preponderanza fra tutti i popoli fino all'Eufrate, e che dal domesticamento degl'indigeni coi costumi francesi sarebbe sorta una «potente individualità», un semitismo gallicizzato. Ma questo desiderio doveva infrangersi contro la tenacità della religione e dei costumi di Oriente, quello contro la stupida rigidezza della burocrazia francese.
La lettera sull'Algeria dimostrò, che l'imperatore non aveva minimamente smesso la sua antica preferenza per l'autonomia amministrativa. La formola favoriser l'initiative individuelle ritorna quasi con la stessa frequenza come un tempo negli scritti di Cavour. Doveva egli desiderare di affrancare dall'influenza della capitale ostile il ceto agricolo delle provincie, puntello del suo dominio. Sapeva altrettanto, quanto il suo amico Persigny, che l'accentramento finiva con lo spegnere negl'impiegati la coscienza della responsabilità personale; presentiva quante erano le forze preziose, ora ai servigi dell'opposizione, che si sarebbero potute avviare, mercé le libertà comunali, per una strada meno pericolosa. Ma la peculiare indecisione della sua mente, il timore da cui era preso davanti a qualsiasi indebolimento del potere statale, e il riguardo allo spirito di casta burocratico tolsero l'ardimento a tale veduta: onde le tanto celebrate prove di decentramento dell'imperatore rimasero tutte senza contenuto concreto, giacché toccavano la forma, non la sostanza dell'amministrazione. Fin dal 25 marzo 1852 un decreto rimetteva nelle mani dei prefetti una serie di affari che finora incombevano al ministro; poiché «si può bene governare da lontano, ma si amministra solo da vicino». Naturalmente il ministro più tardi informò quali magnifici frutti questo decreto aveva portati. Meno impetuoso dei suoi consiglieri, l'imperatore il 24 giugno 1864 incaricò il consiglio di stato di dare il suo avviso sulla semplificazione della pratica degli affari: quale ritardo, se le più semplici questioni amministrative devono passare per undici istanze! Desiderava anche di abolire l'esattore generale e di porre gli esattori delle imposte dei dipartimenti in rapporto diretto con la cassa della capitale. È chiaro, che con siffatte riforme l'amministrazione guadagna in tempo, ma non il popolo in libertà. Ma tali questioni sono pei popoli latini così poco mature alla discussione, che lo stesso La Farina poteva sinceramente ammirare quelle vacue riforme amministrative di Napoleone III. Solo una volta l'impero ha arrischiato un tentativo per l'istituzione di una vera autonomia amministrativa; e fu nel 1852, quando Persigny consentì ai comuni e ai dipartimenti d'imporre alcuni centesimi addizionali senza l'approvazione dello stato; ma la riforma dopo appena qualche anno decadde per l'opposizione dei prefetti.
Più sodamente, i partiti andarono alla sostanza del problema. Il programma di Nancy del 1865 compendiava i più urgenti desiderii dei partigiani dell'autonomia nelle seguenti proposizioni: i consigli generali eleggerebbero essi medesimi i propri presidenti; il sindaco verrebbe nominato esclusivamente dai membri del consiglio comunale (non osandosi chiedere l'elezione del sindaco); allato al prefetto starebbe una commissione permanente del consiglio generale. Questo disegno immaturo e confuso, frutto di un compromesso tra i liberali e i legittimisti, pure diventò la pietra di paragone dei partiti. Nell'odiosa opposizione, sollevata contro gli uomini di Nancy dal Siècle e dall'Opinion nationale, si rivelò il terrorismo dispotico della vecchia democrazia incorreggibile, della democratie autoritaire; nella eloquente difesa fattane dal Temps e dal Journal des débats, invece, il discernimento più maturo del liberalismo colto. Purtroppo la stampa non illustrò e vagliò veracemente queste idee, volte secondo il pregiudizio dei vari pensatori. Tra i propugnatori dell'autonomia si levarono spesso opinioni ostili allo stato: si combatteva lo stato in odio alla burocrazia. Noi non alludiamo punto al frivolo Emilio Girardin, che una volta per ragioni di opportunità difese l'État fédéré e assegnò allo stato il compito di un istituto di assicurazione. Ma anche uomini migliori, come Carlo Dollfus, ricaddero nelle superficiali idee del secolo decimottavo, non concependo altrimenti il governo, che come un sistema di garanzie per la libertà delle persone. E le stesse lotte pel decentramento combattute dal Temps, se vedevano un ideale nella sbocconcellatura degli staterelli tedeschi, non riuscivano, con siffatte aberrazioni, che a rafforzare la presunzione della burocrazia. Laboulaye anzi desiderava l'abolizione della giustizia amministrativa, laddove questa costituisce invece un organo indispensabile per tutti gli stati di terraferma, e la sua magnifica perfezione tecnica è una gloria della Francia. Quando poi per assicurare l'indipendenza ai giudici voleva precludere loro l'avanzamento, egli disconosceva onninamente l'essenza di una società democratica.
Un sobrio esame genera il criterio, che l'autonomia amministrativa in Francia non fosse in grado di alzare che pretese assai modeste. L'accentramento è cresciuto insieme con l'intima sostanza di questa nazionalità. Solamente la prepotenza della capitale ha reso possibile ai francesi di sostenere, con modiche energie spirituali di lavoro, una posizione onorevole nell'incivilimento dell'Europa; oggigiorno, dopo che le colpe della Comune di Parigi hanno quasi spezzato l'influenza dominante della capitale, sembra inevitabile un abbassamento profondo della cultura, se non pure una ricaduta nella barbarie. Una burocrazia stipendiata con a latere i consigli eletti: questa era e sarebbe rimasta a lungo la forma nazionale dell'amministrazione. Si sarebbe potuto trattare, evidentemente, solo di estendere le attribuzioni di questi consigli, e in seguito di attenere finalmente l'antica promessa dei liberali e, oltre il ricorso al consiglio di stato, aprire ai cittadini anche la via giudiziaria avverso l'arbitrio dei funzionari. Non già che noi intendiamo di rifiutare semplicemente al carattere dei francesi l'idoneità alla libera vita comunale. Giacché i prossimi consanguinei proprio delle più bellicose stirpi del paese, i valloni e i vaudesi, hanno sviluppato con grande compitezza nella terra loro l'autonomia; e gli stessi consigli generali francesi, per lo meno al tempo che era loro consentito di eleggersi i propri presidenti, hanno sovente dato gloriose prove di senso comunale fattivo. Solo che, in forza di un'antichissima deformazione politica, specialmente dal tempo della Rivoluzione in poi, le abitudini e le idee burocratiche sono così profondamente penetrate nel popolo, che una completa trasformazione non sembra possibile. Lo splendido esempio dell'autonomia locale nell'antica provincia di Linguadoca non significa, purtroppo, nulla; ché quei tempi furono.