Si poteva lamentare l'ottuso meccanismo della divisione dipartimentale; manifestamente, però, non era fattibile abolirlo. Ogni tentativo di reintegrare le provincie e i loro gradi, come fece un tempo la Restaurazione, avrebbe naturalmente risuscitato l'odio della burocrazia e delle moltitudini contro l'antico regime, risuscitato lo spavento indelebile delle popolazioni davanti a un ritorno della decima e del lavoro servile. L'idea di riunire vari dipartimenti in una regione sotto una grande città come capoluogo, fu sostenuta solo da qualche propugnatore eloquente. Noi però domandiamo: in effetto, si era ancora in tempo, a rispingere indietro l'antichissimo svolgimento storico che aveva concentrato a Parigi i confini del paese? e quante e quali forze spirituali autonome possedeva Lione, fuori degl'interessi di classe del suo clero e del suo mondo commerciale? Una forte autonomia appunto per questo non poteva svilupparsi nei dipartimenti, perché cotesti corpi ufficiali non possedevano forze proprie notevoli. In un paese dove dieci rivoluzioni hanno distrutto tutti gli antichi beni delle corporazioni, non sono possibili altrimenti che per eccezione le istituzioni locali tanto importanti, come gli ospedali circondariali e i nosocomi provinciali in Prussia o le innumerevoli fondazioni delle contee in Inghilterra. Né vi erano troppe speranze di ricostituire cotesti beni locali. La più naturale delle imposte comunali è in tutti i modi l'imposta fondiaria; ma l'elevazione di tali tributi doveva urtare contro una resistenza invincibile da parie di una popolazione agricola oberata. Piaceva al signor Thiers millantare la nuova aristocrazia che, cresciuta dopo la Rivoluzione, costituiva un pegno per l'avvenire della libertà; quasi che un'aristocrazia sociale non dovesse necessariamente sorgere da qualunque sviluppo considerevole dell'economia pubblica! Ad onta di tali sofisticherie permaneva il fatto, che non esisteva nel popolo un'aristocrazia politica di salda autorità. Nella maggioranza delle classi medie non attecchiva affatto una seria volontà di autonomia amministrativa. Né giova appellarsi alle numerose associazioni industriali, in cui l'attività autonoma di quei ceti si è cospicuamente effettuata. Siffatte intraprese, che direttamente o indirettamente profittano alla borsa degl'intraprenditori, non provano nulla rispetto all'energia politica dello spirito pubblico. Tanto che la scuola di Manchester, che è maestra di tutte le società economiche, è in pari tempo la nemica dichiarata della «dispersione di lavoro» del selfgovernement. Nelle classi medie francesi, la cui mano è sempre aperta alle opere caritatevoli, tutti facevano ressa per la legion d'onore e per gli uffici stipendiati, tutti scantonavano davanti al servizio onorario della giuria, della guardia nazionale, dei comuni. La denunzia era stimata un'infamia, come presso tutti i popoli che hanno scarsamente sviluppato il senso della legalità; eppure in ogni rischio, in ogni offesa al diritto si levava subito lamento alla polizia.
Nondimeno l'ostacolo più forte all'autonomia era opposto dal dominio del quarto stato. Le moltitudini democratizzate mostrano ben di rado molta intelligenza del valore della libertà comunale, a cui esse possono partecipare solo fugacemente, al tempo delle elezioni: purtroppo, ubbidiscono generalmente più volentieri a un funzionano stipendiato che sembra fuori dei contrasti di classe, anziché a un magistrato onorario appartenente alle classi abbienti. L'istituzione di una vera e schietta autonomia presuppone una rara forza di rinunzia da parte del potere statale; ma è lecito attendere una siffatta abnegazione dall'assolutismo, se non ve lo violenta una catastrofe formidabile come la pace di Tilsit? Ogni autonomia aggrava di duri sacrifizi gli abbienti; ragion per cui non può introdursi, se non per forza e per ingiunzione dell'autorità dello stato. Laonde ciò che la monarchia legittima in Prussia potè imporre a un popolo tranquillo, educato alla rigida obbedienza, non era dato alla tirannide democratica osarlo rispetto a una nazione irrequieta, che si stima autorizzata a prendere il massimo dallo stato e dargli il minimo.
Non era dunque a sperare l'annullamento del sistema amministrativo burocratico; era a pensare soltanto a una moderazione della sua onnipotenza. L'avvenire della libertà politica dipendeva principalmente dall'esito di cotesta modesta riforma. Se non che i liberali, non appena arrivati al potere, seguirono l'esempio di tutti i governi precedenti. Ollivier gettò indifferentemente in un cantone tutti i desiderii di autonomia amministrativa, di cui egli stesso prima era stato il rappresentante. Di talché la decisione, che il sindaco non dovesse nominarsi se non dal seno stesso del consiglio comunale, segnò quasi l'unico progresso notevole raggiunto dalla vita comunale sotto l'impero.
IV.
Che questo peccato di omissione originasse dall'essenza del bonapartismo, emerge vividamente, non appena consideriamo l'azione del secondo impero e subito vi scopriamo, che lo stato e sempre lo stato ha guidato e compiuto le grandi trasmutazioni sociali degli ultimi due decenni. I più grandi meriti del nuovo bonapartismo riposano sul campo economico, e anche qui si annidano i più grandi pericoli per la sicurezza dello stato. Certo, soltanto la servilità poteva senz'altro riguardare l'imperatore come il creatore della nuova economia. Leggendo gl'inni dei prefetti sulla baguette magique del bonapartismo, sembra quasi che l'imperatore non abbia fatto altro che girare l'anello incantato, e subito il traffico irruppe dovunque a ribocco; né più né meno come un tempo i fogli cortigiani tedeschi degli ultimi cinquant'anni derivavano il naturale crescimento del nostro commercio e della nostra industria dalla sfondolata sapienza dei Bruck e dei Beust. Tuttavia Napoleone III a buon conto poteva gloriarsi, che il benessere della nazione non aveva dato sotto nessun governo precedente un così magnifico balzo. Sapeva inoltre, che con l'egoismo dei ricchi e con l'astio e l'invidia dei poveri il sistema del lasciar andare non bastava, e che era indispensabile l'aiuto diretto dello stato per l'elevazione delle plebi. Le pretese delle classi lavoratrici verso lo stato salirono incommensurabilmente con le male abitudini di quei diciotto anni; e nessun governo francese potrà in avvenire sottrarsi al socialismo monarchico. L'origine del nuovo potere, il bisogno di sicurezza, il gusto dispotico del vanaglorioso abbagliamento, e, non per la parte minore, l'animo buono e umano dell'imperatore pel quale il soccorrere era una gioia, cooperarono di conserva a imprimere nel secondo impero le idee della fraternité socialista. Non indarno sulla porta del nuovo palazzo del Louvre grandeggiava la statua del Lavoro col corno dell'abbondanza, non indarno in tutti i manifesti napoleonici era esaltato l'ordine come la prima fonte del lavoro. L'ideale dell'imperatore era di menare a termine nella società la vittoria della democrazia mercé la rimozione della miseria delle plebi, mercé i benefizi dell'istruzione, del credito e dei lavori pubblici. «Io voglio», disse una volta, «conquistare alla religione, alla morale, al benessere quella parte tuttora tanto numerosa della popolazione, che conosce appena il nome di Cristo, che può appena soddisfare ai bisogni necessari della vita».
Noi tedeschi professiamo l'opinione avita, che, solo per eccezione e per non poterne far di meno, la fraterna opera dello stato possa mischiarsi nel libero moto delle energie economiche. Più vasti confini sono prefissi al potere statale della Francia dal cammino della sua storia, ed è innegabile che il socialismo monarchico, accanto a molti esperimenti immaturi e precipitosi, ha anche prodotto molte opere di beneficio durevole. Le sociétés de secours mutuel legarono al sistema migliaia e migliaia. Cotesta cassa di risparmio viene istituita in ogni comune, dove il prefetto la giudica necessaria; il presidente è nominato dall'imperatore. Ne crebbe il numero da 2000 nel 1852 a 4118 in 7 anni, con 534.233 soci e 23 milioni di lire di capitale. I fondi, come quelli di tutte le comunità e corporazioni, dovevano depositarsi presso le autorità dello stato: che era un passo avanti sulla via del socialismo monarchico. Gli antichi istituti di beneficenza, numerosi fin dal tempo antico in questo paese cattolico, furono quasi generalmente riordinati sotto Napoleone III; furono amministrati sotto la sorveglianza dello stato da commissioni di nomina prefettizia. Nuove istituzioni crebbero in folla: cucine pei figli degli operai, novelli ospedali e associazioni per la cura degl'infermi a casa: asili per gli operai mutilati e pei convalescenti, «affinché gl'invalidi dell'officina siano pareggiati agl'invalidi della guerra». I fournaux del principe imperiale assicuravano al lavoratore un pasto economico; le casse operaie dovevano «rifiutare il pregiudizio che i prestiti si fanno soltanto ai ricchi, e affermare la verità che una buona riputazione è una vera proprietà». La capitale aprì i bagni gratuiti e i comuni riceverono sussidi dallo stato per ottenere ai lavoratori i lavatoi a basso prezzo. I grandi mercati di Parigi provvedevano pel conveniente acquisto dei generi di necessità. La cassa dei fornai percepiva un centesimo per ogni chilogrammo di grano e dava sussidi ai fornai, tanto che il costo di un chilo di pane era disceso sotto la tariffa intrasgredibile di 50 centesimi: e in questo modo l'operaio aveva il pane a buon mercato e il fornaio speculava sul basso prezzo. Anche la liberalità dei fornai e dei beccai sarebbe tornata a vantaggio dei consumatori del quarto stato, se la resistenza dei privilegiati non l'avesse lasciata quasi senza effetto. Nei giorni di penuria, come al tempo della guerra americana, venne perfino distribuito per ragion di stato danaro contante tra i lavoratori. Infine l'imperatore abbozzò il vasto disegno di una grande cassa di assicurazione statale dei lavoratori: che era, chiaro e lampante, un'idea socialistica. L'intento sostanziale raggiunto da tanti e tali benefizi fu l'attaccamento personale degli operai alla Casa dell'imperatore. Napoleone III dichiarò pubblicamente dopo l'incoronazione: «la mia prima visita d'imperatore sarà ai sofferenti»; e d'allora in poi tutte le associazioni pel miglioramento delle classi lavoratrici furono poste sotto il patronato dell'imperatore, dell'imperatrice e del principe ereditario.
Fin da quando era presidente, Napoleone III aveva fatto tradurre il libro di Henry Roberts sulle case operaie, ed egli stesso abbozzò modelli di abitazioni delle cités ouvrières. Il tedesco era invaso da un sentimento assai amaro, allorché, passeggiando in quegli anni per le vie della bella Sundgau, che pareva perduta per sempre per noi, vedeva a sera le schiere fitte di uomini poderosi emigrare dalla porta di Mühlhausen per le linde casette ingiardinate della città operaia: purtroppo, erano la più parte nostri compatrioti, che laggiù erano perduti alla vita tedesca. Il che non ha trattenuto gli economisti nostrani dal riconoscere i meriti umanitari della Société industrielle de Mulhouse e dal leggere con gratitudine i suoi bollettini tanto istruttivi. Era questa effettivamente una riforma sociale che andava al fondo: l'operaio che nella gioconda dimora si abitua ai costumi casalinghi e con una modica contribuzione annuale acquista dopo alquanti anni la proprietà della sua casa, ebbene, non è soltanto elevato economicamente; egli viene rifatto moralmente. E mentre lì e nelle vicine Gebweiler e Beaucourt l'antico spirito delle città imperiali animava l'energia di eccellenti cittadini tedeschi, come J. Dollfus, a menare avanti l'opera benefica a cui lo stato contribuiva solo con parchi sussidi, per contro altre città operaie venivano costruite esclusivamente e in preponderanza coi mezzi offerti dallo stato: così a Lilla la cité Napoléon che contava 9000 abitanti, così a Parigi il nuovo quartiere operaio del sobborgo Sant'Antonio. Delle società operaie fondate sotto la repubblica poche erano sopravvissute: sorte con tendenze radicali, dovevano lottare contro il malanimo del governo; ed erano la più parte, per giunta, consorzi di produzione, e si movevano perciò nel dominio malagevolissimo e ingratissimo della vita consorziale. Ma negli ultimi anni dell'impero il favore dello stato ricercò anche coteste leghe di lavoratori. Alla fine il buon diritto dello sciopero venne riconosciuto, e l'importante legge del 25 maggio 1864 accordò alle associazioni operaie piena libertà.
Provveduto in tal modo al pane al quarto stato, non potevano mancare i circensi: parate ed esposizioni per tutto l'anno, rappresentazioni di ogni specie col nuovo benefizio della libertà del teatro, luminarie e spettacoli il genetliaco di Napoleone. Alla Porta San Martino, dove gli antichi boulevards confinano col quartiere operaio, l'imperatore fece sorgere il Gran Café Parisien, in cui l'operaio su un divano di velluto poteva gustare il suo petit verre nella luce di candelabri abbaglianti. Parimente, anche il quarto stato doveva partecipare ai vantaggi del debito pubblico, anche la sua borsa attaccarsi al trono imperiale. Dopo che l'assegnazione del titolo fu abbassata a una somma affatto esigua, il numero dei possessori di rendita salì da 292.000 nel 1848 a 1.095.688 nel 1867. È per sé evidente, che cotesta democratizzazione della rendita procurò al sistema molti aderenti; ma è anche più evidente l'influenza nociva sulla sicurezza del credito dello stato, giacché l'uomo di umile condizione è per solito particolarmente suscettibile al timor panico. Dopo la conversione della rendita intrapresa da Villèle sotto i Borboni, e dopo la ripetizione di tale provvedimento per opera di Bineau e di Fould, la cartella al tre per cento fece regola nel debito pubblico francese, come nell'inglese. Di 341 milioni di rendita 303 milioni erano al 3 per cento; e quei titoli erano i preferiti dagli speculatori, giacché la bassa percentuale garantiva la sicurezza da ogni altro possibile abbassamento; salvo, però, che la stessa bassezza della percentuale non andava certo a grado all'uomo d'affari. Ma come fu tremendamente alimentata la foia del gioco, come fu minacciata la solidità del benessere dalla enorme diffusione di tali cartelle, che altalenavano affannosamente nei conflitti della borsa senza mai posa! Non ostante la grande diligenza, il francese ha poca gioia del lavoro: produce indefessamente durante venti anni, per poi apparecchiarsi prematuramente un comodo autunno della vita. La democratizzazione della rendita fondava su questa debolezza nazionale, come aveva fatto, prima della Rivoluzione, l'introduzione del costume antieconomico delle tontine. Il numero dei petits rentiers, che a quaranta o cinquant'anni incrociano le braccia, crebbe considerevolmente sotto l'imperatore; e il bonapartismo trovò appunto in quella cerchia una folla fitta di partigiani zelanti, chauvinistes appaltoni. Esaminando ancora una volta cotesto multiforme armamentario della tirannide democratica, siamo indotti a convenire, che un così immediato legame dei bassi ceti con la persona del capo dello stato si ebbe tutt'al più sotto il dominio degl'imperatori romani, ma nella storia moderna non era esistito mai.
Uno dei più importanti tra quegli energici espedienti socialistici intesi a domare insieme e ad accontentare i lavoratori, fu il famoso riassetto delle città. L'imperatore volle porsi in grado di buttar giù con la mitraglia ogni turbolenza piazzaiuola; e, se si propose di prevenire il ritorno di sorprese tanto sciagurate quale la rivoluzione di febbraio, adempì puramente al suo dovere monarchico. L'ampia via di Rivoli collegò le Tuileries col palazzo di città, centro antico delle sommosse; il boulevard di Sebastopoli fu gettato tra la via Saint-Martin e la via Saint-Denys, già teatro di tante lotte sotto il regime borghese. L'asfalto, con cui i boulevards furono pavimentati, portò via agli eroi delle barricate i consueti materiali di costruzione. Il palazzo imperiale formò in uno col Louvre una piccola fortezza, che era possibile sbarrare subitamente coi massicci cancelli della piazza del Carosello. Ampi cammini sotterranei pel decorso dei rifiuti, servivano anche, nel caso, a preparare un inaspettato arrivo di truppe sui punti minacciati. Salde caserme in tutte le posizioni strategiche importanti; squares verdi nei nodi stradali, ameni agli occhi e ai polmoni, ma anche agevoli ad abbarrarsi allo scoppio della battaglia nelle strade. In una parola, l'impero parve abbastanza assicurato da un rude colpo di mano. Quando una volta fu squarciato a colpi di mitraglia un quartiere operaio in rivolta, l'imperatore rifiutò con commoventi parole il nome di Boulevard de la reine Hortense proposto per la nuova strada, e scelse quello di un operaio, Richard Lenoir, salito alla ricchezza col proprio lavoro; volendo così attestare la propria alta estimazione alla nobiltà del lavoro e, nello stesso tempo, ricordare agli operai che l'impero sapeva adoperare tanto la frusta che il bericuocolo.
Lo stato non si propose di provvedere puramente alla sicurezza, ma anche alla bellezza e alla sanità delle città e alla facilitazione delle vie di traffico. Chi ha visitato Rouen nel 1865, quando le nuove nette linee stradali avevano sventrato allora il vecchio reticolo di vie muffite, vorrà consentire che molte città mancano affatto di aria, di luce, di libero respiro. Ma l'impresa, ben giustificata e condotta sul principio, ingrossò presto oltre tutti i limiti ragionevoli, si contraffece in uno di quei violenti rivolgimenti sociali, che possono accadere soltanto negli stati non liberi. Il colossale è una prerogativa dei despoti; le gigantesche demolizioni e riedificazioni del bonapartismo ricordano in verità quelle grandiose costruzioni di Oriente, che testimoniano non già della grandezza del popolo che le eresse, ma solo della cupezza della sua schiavitù, della potenza dei suoi despoti. Parigi e Lione, Bordeaux e Marsiglia, tutte le grandi e perfino le medie città dell'impero gareggiarono in cotesta furia edificatoria. Strade e acquedotti, cattedrali e palazzi di borsa sprillarono di sotterra; accanto al potente porto militare di Cherbourg, creazione favorita del primo imperatore, naturalmente menata a termine in grande stile dal nipote, sorgevano in tutte le piazze marittime nuovi moli e darsene. Un decreto imperiale accordò ai comuni il diritto di espropriazione, e il socialismo autoritario, imperversando nella più sorprendente spregiudicata maniera contro la proprietà privata, non sorvolò, nelle domande di risarcimento, sulle opinioni politiche dei proprietari cacciati via. Le case più solide vennero così abbandonate al capriccio della fortuna: Ledru-Rollin riguadagnò con un boulevard imperiale i propri beni per metà perduti, cento altri piangevano la rovina dei loro averi. A Parigi, dove il prefetto della Senna Haussmann dovè costringere all'espropriazione sé stesso, ogni estate apportava nuove meraviglie. Nel 1865 erano già stati spesi in dodici anni 1222 milioni, e nel 1869 altri 1500 milioni per la trasformazione della capitale. Bagattelle come i dodici magnifici boulevards che a guisa di raggiera danno all'Arc de l'Étoile, attiravano appena l'attenzione. Il potere illimitato di un uomo nella superba capitale era unico nella storia moderna. Dove si era mai udito, che a un possente comune sia stato dichiarato di ufficio, che i suoi abitanti sono nomadi e che esso non appartiene a sé medesimo, ma allo stato?