Pochi mesi dopo che Jules Favre aveva pomposamente assicurato, che non esisteva plebe a Parigi, le petroliere della Comune apparecchiavano l'orrenda festa dei morti! Gli atti del Congresso del Lavoro di Ginevra del 1866 porsero un quadro istruttivo del cambiamento di animo di queste classi. Non un discorso sulle fantasticherie comunistiche dei tempi andati. Si disputò commercialmente, con talento pratico e con minacciosa serietà: gli operai intendevano di diventare capitalisti, consideravano la povertà e il salario come un'infamia e desideravano quanto meno la riduzione della giornata a otto ore, laddove al tempo della rivoluzione di febbraio le moltitudini si tenevano a dieci ore. Più tardi, al Congresso del Lavoro di Bruxelles, si domandò il pareggiamento della cultura, di égaliser les intelligences, se il mondo voleva effettivamente ottenere la vera eguaglianza. Quando il demi-monde ritornava dalle corse di Vincennes all'elegante quartiere di Notre Dame de Lorette, ed era uno splendido rimescolio di cabs, di broughams, di chaises, di snelli cavalli inglesi e di gravi percherons, di lacchè rossi e di postiglioni verdi, la folla domenicale che si allineava sui vasti boulevards gettava occhiate in cagnesco e insulti sulla sfilata, e accadeva sovente, che uomini in camiciotto rompessero le file per strappare dalla sua carrozza una bella dama ingioiellata. Chi ha assistito a una tale scena dev'essere ben fanciullone per credere, che la coscienza del popolo si elevi al cospetto del vizio scialante. Era l'antico immortale livore contro la ricchezza, e nemmeno il fasto della corte sfuggiva a una siffatta invidia. «Io voglio lavorare con le vostre mani e voi dovete digerire col mio stomaco»; così dice, secondo il Propos de Labiénus, il patto fondamentale conchiuso da Napoleone III col suo popolo; e mille e mille seguivano l'opinione di Rogeard. L'atteggiamento politico di cotesta turba ignorante e insolente, che nemmeno l'emigrazione dei senza mestiere determinato sarebbe riuscita ad espurgare, non si poteva assolutamente calcolare. Anche la battaglia di giugno del 1848 aveva abbattuto solo pel momento la furia di saccheggio dei comunisti. L'iscrizione a una società segreta era, come per l'innanzi, il congruente dovere di onore di ogni operaio che sapeva leggere e scrivere; la lega dell'Internazionale, i cui inizi rimontano probabilmente ai giorni della rivoluzione di febbraio, coscriveva segretamente numerosi affiliati. Il nuovo diritto di sciopero fu abusato fino ai più rozzi e insensati scioperamenti. Una volta, prima delle elezioni comunali a Marsiglia, i giornali ufficiosi minacciarono, che se le elezioni fossero riuscite contrarie al governo, si sarebbero sospese le costruzioni pubbliche della città, che occupavano circa 50.000 operai: ma fu una minaccia che poi naturalmente non si ebbe il coraggio di effettuare. Ciò non ostante, gli operai votarono per l'opposizione, e non già perché amassero i retori del partito in parlamento, ma perché il governo, per quanto avesse fatto per loro, non aveva mai fatto abbastanza. A farla breve, nemmeno alle arti magiche del socialismo monarchico era riuscito di riconciliare il lavoro col capitale.
A tutta prima, la preferenza data ai lavoratori delle città sulle popolazioni delle campagne sembra enimmatica, perché l'imperatore ai ceti agricoli doveva il trono. Sovente egli si qualificava, con orgoglio imperatore contadino; e assicurava spesso che, più giusto della monarchia di luglio, intendeva di compiere l'elevazione dell'agricoltura prima della riforma della politica commerciale. Dichiarò il miglioramento dell'agricoltura più importante della trasformazione edilizia delle città, ed esigé dai prefetti, che alla coltura delle terre «rifacessero il debito posto tra i grandi interessi del paese»; per cui i ministri, poiché notoriamente ogni ordine imperiale veniva eseguito, affidarono che gl'illuminati intendimenti di Sua Maestà erano da tempo effettuati, e che l'agronomia non era mai stata tanto popolare e stimata come al presente. Il duca di Persigny curava con zelo particolare coteste inclinazioni bucoliche dell'imperatore; faceva la sua regolare apparizione in tutte le festività agricole del suo paese, nel contado di Forez; per esaltare di contro all'irrequietudine e all'odio di classe delle città l'innocenza, la fedeltà, la temperanza dei contadini. Anche i prefetti impararono presto a melodiare sui trilli di questo Teocrito bonapartista. Ad onta di ciò, perché mai l'agricoltura rimase la figliastra dell'impero? Dai tempi dei bagaudi galloromani l'agricoltore francese effettivamente non era mai stato fortunato: ma perché questa antica triste legge della storia francese non si mutò sotto l'imperatore contadino? I contadini costituivano il sostegno più sicuro dell'impero; il loro sentimento bonapartistico era talmente appassionato, che in caso di bisogno sarebbe stato agevole rievocare appunto nelle contrade più rozze, dell'impero una jacquerie per l'imperatore. Ma precisamente per questo tornava meglio trascurare i contadini anziché gli operai, di cui era immediato il pericolo che minacciavano. Inoltre la modestia e la lentezza dei lavori agricoli offriva poco spazio a quei magnifici spettacoli di parata, di cui la tirannide aveva bisogno. L'agricoltura è la più libera delle professioni e non può fiorire durevolmente senza una certa indipendenza dei comuni campagnuoli; ragione per cui subisce l'opposizione istintiva della burocrazia. Inoltre gl'impiegati, del tutto educati e conformati cittadinamente, si ritrovano nuovi, in completa incompetenza, davanti alla coltura della terra. Da tempo immemorabile non esisteva un prefetto, che fosse egli stesso un attivo agronomo: quel vincolo tra gli uffici amministrativi e le grandi proprietà fondiarie che in modo così prezioso è stabilito nei consigli provinciali prussiani, non era concepibile nelle condizioni sociali della Francia. Fin dalla rivoluzione di luglio la grande proprietà fondiaria era sospettata di sentimenti legittimisti: la monarchia borghese dimostrò al Congresso centrale degli Agricoltori, presieduto dall'antico ministro borbonico Decazes, un malvolere dichiarato, che da allora si perpetuò nella burocrazia. Siccome, per giunta, a ogni grande possedimento fondiario è collegato un casato aristocratico, e siccome i progressi tecnici notevoli dell'agricoltura non possono di regola venire che da questi aristocratici campagnuoli, anche la stampa nel suo zelo di eguaglianza porse un gramo appoggio agli sforzi per le riforme dell'agricoltura.
Talché in tale campo i saggi felicitatori dell'imperatore ebbero esito scarso, sebbene Napoleone III abbia indiscutibilmente procacciato, per l'agricoltura mille volte più della monarchia di luglio. Furono fondate una folla di società agricole, e fatte innumerevoli esposizioni, in cui il prefetto appuntava al solerte agricoltore il distintivo d'onore dal nastro azzurro, e anche, nei momenti solenni di virile commozione, imprimeva un casto bacio sulle labbra di una esemplare vergine vaccaia. Grandiosi istituti di credito dovevano riparare alla scarsezza di capitale dei contadini, e fin dal 1859 esisteva, messa su riccamente, una società di assicurazione per la gente di campagna. Nelle scuole elementari fu resa di rigore la diffusione delle cognizioni agricole, e nel 1866 fu disposta con gran fragore un'inchiesta di stato su tutte le escogitabili condizioni dell'agricoltura. Lo stato ha con dispendi enormi dissodato le landes deserte del Mezzogiorno occidentale e le ha ripartite a piccoli proprietari, in modo che oggigiorno la Guascogna comprende tuttora soltanto 9.500 ettari di terre incolte contro 283.000 che erano nel 1857. Nelle regioni più abbandonate della Sologna e del Berry l'imperatore fondò anche poderi modello, i cui successi tecnici, strappati a forza di spese fuori di ogni convenienza, non offrivano certo alcun modello al povero contadino. Tuttavia il maggior merito, che l'imperatore si fece rispetto all'agricoltura, era fondato nella sua politica commerciale. Quando Napoleone III tra l'esosa resistenza dei proprietari di terre ridusse prima il dazio sulle telerie e il bestiame e poi soppresse i dazi protettori agricoli e abolì interamente la scala mobile, egli menò a termine una riforma salutare, che sarà riconosciuta un giorno da una generazione imparziale.
Purtroppo, i propositi illuminati del monarca erano però attraversati di continuo dalla saccenteria burocratica. Le società agricole erano sottoposte alla sorveglianza dei prefetti, e perciò non prosperavano. La loro unificazione a un centro era tenuta pericolosa; perfino negli ultimi tempi più liberali dell'impero fu proibito un congresso di vinicoltori. I commercianti eleggevano bensì le camere di commercio, ma il prefetto nominava il conseil, che nelle questioni agricole gli dava i pareri tecnici. In tal modo accadeva, che nei consigli non prendeva parte nemmeno uno solo dei grandi proprietari di terre. Il prefetto aveva la presidenza e nominava il segretario. L'onnisapienza burocratica non si teneva non di rado dal vietare la raccolta, se il grano secondo l'opinione del prefetto non era ancora maturo, e vietava la sarchiatura della paglia, perché la tirannide socialistica doveva aver cura degli spigolatori; e quante altre cose meglio sono degne del paese degli Abderiti, il signor di Esterno le ha descritte nella sua unilaterale ma istruttiva monografia Les privilégiés de l'ancien régime et les privilégiés du nouveau. Se il sistema delle strade vicinali, ad onta di tutti i richiami dell'imperatore, non si potè sviluppare, e alcune regioni della Francia centrale ricordavano le Gallie romane perché magnifiche strade imperiali attraversavano un paese impraticabile, la colpa era ora e sempre dell'amministrazione burocratica. Solo i comuni autonomi costruiscono le vie vicinali; e, parimente, solo i comuni autonomi assicurano i rimedi all'inconveniente, che i ragazzi dei contadini non imparino mai a conoscere le idee elementari della teoria del loro mestiere.
Gl'istituti di credito posti in iscena con tanta pompa, aggranfiati dal furibondo spirito affarista del tempo, non profittarono quasi in niente al mestiere senza pretese del contadino. La società del Crédit foncier impiegò in 13 anni, dal 1852 al 1865, 714 milioni, di cui la metà nella trasformazione edilizia di Parigi, e per la campagna non più che la somma risibilmente meschina di 57 milioni. Anche le cités ouvrières doverono presto rinunziare all'assistenza di quella società, giacché i dividendi alti, che lo speculatore agognava, non potevano certo uscire da un'impresa veramente di pubblica utilità. Altrettanto sterile per l'agricoltura si dimostrò il così detto Crédit agricole. C'è di più: gli esattori delle imposte, agenti ufficiali del Crédit foncier, ricevendo il premio per ogni somma che versavano alla società, si davano da fare per attirare a Parigi i risparmi dei contadini, invece di far affluire sull'agricoltura il danaro della capitale. Importanti società agricole per assicurazione dalle alluvioni e simili furono costituite invano; il gioco di borsa o l'alto dividendo delle banche di credito di Parigi sembravano più attraenti. E come inciampò nella speculazione, il contadino si disaffezionò dal suo modesto mestiere. In questo modo l'agricoltore ebbe a soffrire sotto il socialismo monarchico per due ragioni: i capitali della campagna affluirono alla metropoli, e in pari tempo salì il salario pei lavori campestri, perché i lavori edilizi delle città richiamavano i giornalieri.
Il dirizzone burocratico impedì anche a questo regime del moto perpetuo di metter mano a correggere le antiche leggi difettose che opprimevano l'agricoltore. Il Code rural, al quale dal 1808 lavorarono cinque sistemi, non fu mai ultimato. Il principio salutare della libera divisibilità delle terre sortisce effetti palesemente rovinosi, se non viene alleviato l'aggravio delle preselle. Ma l'elevata tassazione delle permute, che i Borboni avevano abolito sull'esempio della Prussia e dell'Inghilterra, reintegrata poi dagli Orléans, continuò tuttora sotto l'impero, in guisa che le contribuzioni degli appezzamenti ampiamente scompartiti avanzavano appena. Le tasse sulla vendita dei fondi e annesse spese legali ammontavano al 10 per cento del valore: nel 1862 furono venduti per 2 miliardi di fondi con un dispendio di 214 milioni tra spese e tasse. Non meno oneroso riusciva con le sue spese e formalità afflittive l'ordinamento ipotecario tuttora immutato. Ma ciò che opprimeva i contadini non erano le imposte dirette, come affermavano gli oratori di opposizione; e nemmeno le tasse irragionevoli sulle porte e le finestre, poiché gli abituri senza finestre, che tanto ripugnano all'occhio dell'uomo del Nord, non sono affatto incomportabili con le abitudini di vita degli uomini del Sud. Ciò che pesava duramente sull'agricoltore era la mancanza di credito, aggravata da una legislazione agraria introdotta sotto il dominio delle classi medie urbane e dalla febbre della speculazione dell'impero. Nel 1850 di 7,846 milioni di proprietà fondiarie 3 milioni erano esentate per insolvibilità. L'assoggettamento della campagna al capitale cittadino, cotesto antico malanno dell'Italia, cominciò a propagarsi anche in Francia: assai di frequente il piccolo proprietario rustico nelle regioni molto appezzate del canale veniva incettato affatto dai fabbricanti di Rouen e di Elbeuf. Perfino la sicurezza delle persone e della proprietà non era abbastanza tutelata in campagna. Tale ineguaglianza era gravemente sentita da un popolo, che aveva rotto con tutti i privilegi.
Questa terra meravigliosamente ricca, i cui immensi rinfranchi non possono apprezzarsi facilmente, superò senza troppi lamenti, sugli esordi dell'impero, tre cattive raccolte l'una dietro l'altra, il colera, varie guerre e inondazioni. L'agricoltura cavò, come è giusto, qualche vantaggio dal nuovo risveglio dell'ardore economico. Menzioniamo soltanto l'allevamento dei cavalli, il cui numero e valore, non ostante le ferrovie, salì notevolmente. L'esportazione dei percherons crebbe di anno in anno, e i corridori francesi batterono ripetutamente nelle corse di Baden e di Parigi i cavalli inglesi e tedeschi. Noi inoltre non siamo affatto dell'avviso di molti politici conservatori, che sia necessario all'agricoltura francese il passaggio al sistema inglese dell'affitto. Qui si tratta di costumi e idee tenaci della nazione, che sono più potenti delle dottrine di partito. Ammesso pure che il fittaiuolo inglese raggiunga risultati tecnicamente più splendidi, nulladimeno la Francia nei suoi milioni di liberi contadini possiede un tesoro morale, il cui valore politico aprirebbe facilmente gli occhi agli scettici nell'evento di una guerra europea. Ma i monti d'oro, che l'impero prometteva agli agricoltori, sono tuttora un sogno. Il piccolo agricoltore, ignorante e senza capitale, sa tuttora usare assai poco i concimi, e non sa quasi affatto d'irrigazione e di bonificamento; e tuttora risuona l'antico lamento degli agronomi, che l'agricoltura si volga unicamente ai cereali e trascuri l'allevamento del bestiame e gli erbaggi. Insomma anche sotto l'imperatore contadino l'agricoltura rimase il mestiere più umile, incomparabilmente meno onorato e lucrativo della burocrazia e del foro, dell'industria e della borsa.
Mentre l'agricoltura non sapeva risollevarsi dalla sua malsania inveterata, per contro il commercio e l'industria venivano iniziati alle fortune di un'età novella da un atto dell'imperatore, che, già mezzo dimenticato dagl'ingrati contemporanei, basta da solo ad assicurare al nome di Napoleone III una fama imperitura. Per assicurare la libertà del commercio, l'imperatore dové romperla con alcuni dommi della religione napoleonica, con le abitudini burocratiche e coi pregiudizi nazionali; anzi, di più, addirittura con la tradizione storica del suo stato. Un tempo egli aveva rispettato fidamente le idee protezioniste dello zio; poi era stato testimone oculare dell'ardita conversione di Roberto Peel, e più tardi apprese da Cavour, da Michele Chevalier e dai conservatori progressisti della monarchia di luglio, Morny e Girardin, quanto le loro aspirazioni liberoscambiste avessero esacerbato la borghesia. Ma lo stesso Girardin si aspettava solo per un lontano avvenire l'abiura, da parte del governo, dell'antichissima consuetudine del sistema proibitivo. Frattanto l'imperatore aveva capito le mutate condizioni del commercio mondiale; e che egli abbia osato gettarsi nell'alta marea della moderna vita commerciale, che sia stato capace di comprendere la nuova età sullo sboccio, che abbia opposto una volta all'egoismo delle classi un atto monarchico di giustizia distributiva, ecco, in ciò appunto consiste la più bella gloria del suo governo. Egli previde, che la riforma delle insostenibili tariffe della Francia e dell'Inghilterra s'imponeva, e che questa riforma, senza un'intesa reciproca, minacciava di sconvolgere gl'interessi industriali dei due paesi. Ed egli profittò del momento favorevole, quando la riputazione dell'impero dopo le vittorie in Italia toccava il culmine, per cercare, con l'opera di specialisti dei due stati, principalmente di Cobden e di Chevalier, un accomodamento delle reciproche pretese, per altro estremamente difficile, tanto era grande la differenza delle due tariffe. Finalmente il 23 gennaio 1860 il trattato di commercio fu concluso. Subito dopo la statua di Richard Cobden fu rizzata a buon diritto nel castello di Versailles in mezzo ai grandi della Francia. Quando la somma di tutto il commercio di esportazione e d'importazione, che nel 1850 ascendeva a non più che 2500 milioni, ammontò nel 1865 a 7614 milioni; quando l'esportazione, singolarmente degli articles de Paris e degli oggetti anche più fini in cui s'invaloriscono il senso squisito della bellezza e il gusto dei francesi, crebbe affatto smisuratamente; allora siffatti numeri doverono ben provare a ogni persona imparziale i benefizi del libero traffico, ad onta della riconosciuta abilità della statistica imperiale, che dimostrava continuamente ciò che voleva dimostrare.
Considerazioni politiche ed economiche costrinsero, l'imperatore a spingere la libertà del commercio sulla via dei dazi differenziali e dei trattati commerciali. Si trattava di cattivare il consenso del corpo legislativo, del quale, dato il cambiamento legale generale delle tariffe, era impossibile far di meno. Si trattava inoltre d'indurre, col timore di perdere il mercato francese, gli stati vicini sul cammino del libero traffico e, nello stesso tempo, assicurare qualche compenso all'industria francese. E soprattutto l'eletto del popolo aveva a cuore di apparire al mondo come l'apportatore di pace e il precursore di un progresso europeo. Volle sentirsi in diritto di dire alla camera di commercio di Lione: «la Francia in Europa dà l'impulso a tutte le idee grandi e magnanime»; e conciliare in tal modo molti interessi di classe danneggiati, appagando la vanità nazionale. Si susseguirono rapidamente l'uno all'altro i trattati di commercio col Belgio, con l'Italia, con la Germania. La diplomazia, conformandosi al sogno d'oro dell'apostolo della pace, parve immergersi completamente nella politica commerciale; e nacque allora quella nuova forma umanissima dei trattati di commercio, la quale non mira più ad assicurare prerogative alle parti contraenti, ma vuole soltanto impedire, che rimanga adito al privilegio dei terzi. Mercé questa catena di trattati commerciali, mercé il trattato di passaporto con l'Inghilterra e via dicendo, fu fondato il mercato libero dell'Europa occidentale, e fu effettuato in senso equo e ragionevole quel sistema federativo europeo, a cui invano si era sforzato di pervenire lo zio con astuta cupidigia di dominio. L'imperatore poté annunziare con soddisfazione: «è compiuta finalmente la terribile invasione da tanto tempo predetta sul suolo inglese», e invitare la sua nazione a «inaugurare baldamente una nuova êra di pace».
Cotesta ascensione dei popoli promossa dal dispotismo non ispira certo un appagamento così sereno, quale fu dato un tempo da quel rinfrancante spettacolo di rischiaramento degli spiriti nella libera disputa, che precede in Inghilterra l'abolizione delle leggi sul grano. I liberoscambisti di Francia un tempo lamentavano, che fosse loro rifiutata la diffusione delle proprie idee con la libertà di parola; ma accettarono ora con allegrezza il coup d'autorité, anzi lo accettarono con orgoglio. Il che è certamente un triste argomento per l'inefficacia dell'educazione politica. Bisogna pur dire la cruda parola: senza l'imposizione imperiale, la Francia ancora per decenni sarebbe rimasta priva del benefizio del libero scambio. La spaventosa insipienza e l'egoismo della maggior parte dei membri del corpo legislativo, inviluppati in mille affari d'industria e di accanita speculazione, non lasciavano dubbio, che una riforma parlamentare della politica commerciale fosse impossibile. La volontà del monarca in questo caso speciale aveva non soltanto migliorato la legge, ma anche sollecitato l'educazione della nazione alla libertà, almeno per quanto la libertà era compatibile in questo paese. Il momento politico favorevole della riforma fu, sotto l'aspetto economico, scelto assai infelicemente. Il paese soffriva della cattiva raccolta del 1861, il commercio del cotone della guerra americana; e alcuni rami dell'industria effettivamente non erano ancora abbastanza maturi per reggere alla concorrenza inglese. Nulladimeno la disposizione liberoscambista del Mezzogiorno e dell'Occidente prese a poco a poco il sopravvento sulle perplessità protezioniste del Settentrione. Se in Francia si sono consumate nel passato decennio non più che 10 libbre di caffé e 3 libbre di zucchero a testa, e nell'Unione doganale, incomparabilmente meno favorita dalla natura, 10, 50 libbre di caffé e 4 di zucchero, bisogna sempre a ogni modo tener conto delle differenti abitudini di consumo dei settentrionali e dei meridionali; tuttavia anche da queste e consimili cifre risulta chiaro, che l'economia del privilegiato paese non dava ancora ciò che poteva. Principalmente nella stampa si fece sempre più viva la persuasione, che solo l'affrancamento delle forze economiche avrebbe potuto mettere interamente in valore la potenzialità del paese: se la pace durava, pareva impossibile una ricaduta nel sistema proibitivo inteso secondo i dettami della scuola pratica degli ultimi anni. La libertà del commercio dà all'uomo moderno la piena coscienza della sua energia personale. E assai di rado la prima ampia breccia nel sistema della tutela burocratica è stata aperta da un atto dispotico del governo burocratico.