Il detto di Napoleone III: «un popolo è tanto più ricco e felice quanta più ricchezza e felicità contribuisce ad arrecare agli altri», era a poco a poco divenuto in Francia un luogo comune. Era a sperare, che cotesta verità fondamentale umana della moderna arte di governo sarebbe appresa anche nei rapporti delle classi e sarebbe applicata nella politica estera. Ma in questo, come in tutti gli altri campi della vita pubblica, la guerra germanica e la terza repubblica hanno apportato una rude reazione: la follia della politica commerciale del grande cittadino Thiers doveva di nuovo dimostrare al mondo, che la médiocrité méconnue di Luigi Napoleone ad onta di tutti i suoi falli era stata più prudente e più liberale che non sarebbe mai un uomo di stato dell'ultima generazione francese.

Il famoso aforismo: «la Francia è abbastanza ricca per pagare la sua gloria», non manca di fondamento: la prodigiosa potenza del lavoro e del risparmio nell'economia moderna supera ogni previsione. La terraferma non aveva mai visto forse una produzione economica così gigantesca, come nei due massimi momenti della speculazione sotto l'impero, cioè dopo il colpo di stato e dopo la guerra di Crimea. Era il tempo che Girardin disse: il n'y à plus rien à faire aujourd'hui que de se faire millionaire. Perfino cotesto instancabile regime imperiale non poté tener dietro ai colossali progressi del traffico. La riforma delle poste e l'estensione delle linee telegrafiche, che destarono tanta meraviglia dopo il colpo di stato, a breve andare non bastarono più: presto la posta francese rimase alla coda rispetto ai paesi vicini. All'antica rete ferroviaria delle sei grandi compagnie se ne aggiunse una seconda e più recentemente anche una terza: talché, mentre nel 1857 si avevano 1330 chilometri di ferrovie, nove anni dopo si era a 21.050 chilometri in esercizio o in costruzione, e ogni giorno sorgevano nuovi progetti. Le opere dell'impero nel campo della politica economica posero affatto in ombra i provvedimenti dei Borboni e degli Orléans; solo che risentivano morbosamente dei due difetti, che rimontano ai mali politici fondamentali del sistema. L'esagerato accentramento gravava anche sul traffico: il monopolio della banca era sempre in vigore, ed effettivamente la Banca di Francia non era in realtà che la banca di Parigi, e il suo credito andava in preponderanza tutto a favore della capitale. E lo spirito di speculazione vertiginosa e vanagloriosa, che era nell'essenza della tirannide democratica, raggiunse appunto nella vita industriale un'altezza spaventevole: una pioggia d'oro doveva consolare la borghesia defraudata dei suoi beni ideali. Certo, il gioco di borsa è inveterato sul suolo di Parigi, era già in vigore in tempi di economia tuttora bambina, nei giorni di Law, quando evidentemente tornava più rovinoso di ora, che una parte degli speculatori di borsa esercitano come una seria incombenza l'ufficio di pionieri. Ma i 9998 milioni di prestiti esteri che furono negoziati alla borsa di Parigi nei dieci anni dopo il 1855, e nel solo anno 1863 1205 milioni, indicano in verità uno stato di febbre; e tanto più, perché i prestiti più vertiginosi degli stati più discreditati, quali l'Austria e il Messico, l'Italia e la Spagna, la Russia e la Turchia, godevano del particolare favore dei pezzi grossi della borsa di Parigi. Quando gl'ipocondrici eruditi hanno ravvicinato gli epuloni del secondo impero a Roma antica, l'obiezione da fare era semplice: la ricchezza moderna è ammassata col lavoro, quella dei Romani era un ammassamento di rapine. Tuttavia innanzi alle ditte Mirès e Solar, Pereire e Co., e tante altre scandalose fortune nate di fresco, anche quest'ultima consolazione sembra di dubbia efficacia.

Il governo stesso risentiva penosamente di cotesta strapotenza artificialmente abbottata della borsa, e si vide costretto nei suoi disegni politici a trarre un partito supremamente indecoroso dal ribasso; e raccolse così non altro che i frutti del suo operato. Il potere statale del bonapartismo si credé in dovere di additare la via anche al capitale della nazione. Indusse i possidenti a collocare miliardi in Italia, nel Messico, in Austria; e a tutti è noto quanto favore partigiano accordò lo stato ai nuovi istituti di credito, e con quanta spudoratezza la Società del Credito mobiliare ebbe agio di sfruttare i più importanti interessi commerciali del paese alla locupletazione della ditta. L'idea di una società di credito che deve servire soltanto allo scopo di trovare nuovi collocamenti al capitale e di provocare nuove imprese per azioni, risponde chiaramente al carattere di uno stato burocratico dove ognuno è abituato a seguire la spinta venuta dall'alto; ragion per cui non ha mai trovato il buon terreno di attecchimento nei paesi dell'attività industriale indipendente, in Inghilterra e nell'America del Nord. La società condusse alcuni anni di abbagliante splendore, che sedussero alla lode anticipata anche l'economista londinese; in seguito, in quel tempo di sfiducia che fin dal 1864 gravò sul traffico, risultò palese, che l'unione in una sola mano di una così ponderosa e multiforme congerie d'imprese superava oltre ogni misura la potenza intellettuale di un uomo. La splendida intrapresa volse al tramonto: anche in questo caso il sistema seppe svegliare energie, ma non seppe menarle avanti e conservarle. Riflettendo su tali esperienze, noi intendiamo bene il perché uno dei nostri principali commercianti tedeschi, un autentico rappresentante della vecchia borghesia, soleva dire mestamente: «tempi come quelli di Luigi Filippo, noi non li rivedremo più!». L'estensione degli affari era smisuratamente aumentata fin dai giorni della monarchia borghese; ma l'arrabattarsi febbrile dello stato socialistico, la grossolana foia di godimento del tempo facevano apparire anche l'attività economica come un'avventura, come un giocar d'audacia. Inoltre la formazione del capitale sempre dal nuovo fu turbata dal fasto della corte e dalle guerre, dall'inaudita spensieratezza dell'amministrazione finanziaria.

Se promesse vi sono, non mantenute in seguito, sono indubbiamente quelle fatte dal pretendente di economie napoleoniche, che ritornano sempre negli scritti di Luigi Bonaparte in mezzo a vivaci attacchi contro gli sperperi del parlamentarismo. Ma il nipote non poteva, come lo zio, alleggerire il proprio stato mercé i tributi dei paesi soggiogati, né possedeva il talento finanziario, il senso militare dell'ordine che aveva l'antenato. Il motto d'ordine in voga tra i malcontenti, «libertà o bancarotta», era certo una frase, e altrettanto vuota e frivola come l'altra «libertà o guerra». Le finanze dell'impero anche nella primavera del 1870 non versavano affatto in condizioni tanto disperate, come il bilancio dell'antico regime prima della Rivoluzione; e nemmeno possiamo concedere, che ai tempi parlamentari il mantenimento dello stato si sia segnalato in fatto di ordine e di economia. Soltanto la Restaurazione ha amministrato esemplarmente le finanze, e ciò per opera di burocratici come Villèle e Louis, i quali del resto non aderivano minimamente alla dottrina costituzionale. Durante la fioritura del parlamentarismo l'indebitamento dello stato crebbe invece irrefrenabilmente, sebbene la monarchia di luglio ben poco avesse fatto pel benessere dei molti e per la potenza del regno. Anche la situazione malsincera e malsicura del bilancio è una eredità del tempo parlamentare. Fin dal 1848 Lasteyrie mosse l'accusa ben giustificata: «l'impalcatura del nostro bilancio è rinzeppata d'inganni e finzioni». L'ultimo prestito del regno di luglio, nel 1847, fu conchiuso al corso di 75 lire e 15 centesimi; ma le rendite furono subito iscritte nel Gran libro, mentre il capitale fu versato a poco a poco appena in due anni; donde sortì un corso solamente di poco più favorevole di quello, a cui poté arrivare nel 1868 l'impero, dopo provvedimenti incomparabilmente più grandi e onerosi a favore del pubblico bene. La nota lettera del duca di Joinville scritta poco prima del febbraio porge spiegazioni indubbie sulle angustie dell'economia pubblica del regime borghese.

La tirannide socialista volle fare grandi cose, e perciò non le fu lecito di spaventarsi davanti alle spese elevate e ai debiti sopra debiti: più volte ha sospeso subito o limitato l'ammortizzazione del debito; ma a ogni modo anche sotto il regno di luglio si poteva elevare il sensato dubbio: a che cotesto ammortizzamento in piena perdita, se in pari tempo sono contratti nuovi debiti più grandi? L'impero si propose di compensare le spese in necessario aumento con un progresso anche più vivo dell'economia. Un tale sistema non si condanna con l'allegazione di alcuni grandi numeri. Noi piuttosto domanderemo: il benessere del popolo è davvero cresciuto più prontamente che non il carico dello stato? e le enormi spese pubbliche sono state effettivamente produttive? Alla prima domanda bisogna assentire, alla seconda non si può rispondere che con un no reciso.

Per sé stesso il peso del debito non era esorbitante. Se la Gran Bretagna portava con facilità i suoi 19 miliardi, la Francia non poteva certo finire di esinanizione sotto il carico di 12 miliardi e 123 milioni. Anche rispetto alle imposte il ricco paese con un sistema razionale avrebbe reso di gran lunga di più che sotto Napoleone; certamente 2 miliardi e mezzo. L'affermazione del benemerito statistico Horn, che ogni francese pagava allo stato un quarto delle proprie entrate, deve essere riguardata da qualunque persona imparziale come un'esagerazione suggerita dall'odio partigiano. Ma la difettosa ripartizione del peso tributario e l'oppressione dell'agricoltore rincarata dallo stesso stato, rendevano impraticabile un inasprimento delle imposte dirette; talché a ogni nuova esigenza lo stato non vedeva altra via che le contribuzioni indirette e i prestiti. E con che furioso aumento crebbero spese e debiti! Il bilancio di emissione aveva rotto già da un pezzo il terzo miliardo, e si arguiva facilmente che non sarebbe mai più ridisceso ai due miliardi: ben a proposito Thiers aveva esclamato una volta, dopo che il bilancio aveva sormontato il primo miliardo: saluez ce milliard, vous ne le reverrez plus! L'impero divorò in media 800 milioni all'anno più del regno di luglio. L'amministrazione del debito consolidato aveva a pagare, nella primavera del 1870, 364 milioni di rendite annue; dei quali 54 milioni risalivano alla repubblica, 133 milioni erano sopraggiunti sotto l'impero. Cosicché il debito si era raddoppiato in 22 anni, e proprio in quelli in cui il suolo francese non era stato mai calcato da soldato straniero. Inoltre era stato preso a prestito tra comuni e dipartimenti un capitale di 2 miliardi; e il debito fluttuante dello stato raggiunse in fine la vertiginosa altezza di 923 milioni. L'avventatezza di una finanza siffatta è palmare. Nello stesso tempo, però, il movimento ferroviario crebbe di dodici volte, il numero delle locomotive salì da 7779 a 25.027, le miniere di carbon fossile diedero un prodotto di 11 milioni di tonnellate nel 1864, vale a dire considerevolmente più dell'intera produzione europea di carbon fossile calcolata da Villefosse pel 1808; e dopo che gli ultimi prestiti della terza repubblica, non ostante le perturbazioni guerresche tanto gravi, hanno pure condotto a un risultato così cospicuo, è lecito tuttavia affermare, che il benessere del popolo sotto Napoleone III è proceduto a ogni modo di pari passo con lo sbalzo violento del bilancio.

Ma in che cosa dunque furono impiegate quelle somme colossali? Sopra abbiamo visto, che dei capitali usati nei lavori pubblici una parte, e non più che una parte, può tenersi produttiva. Il politico deve considerare come produttivi anche i 1348 milioni inghiottiti dalla guerra di Crimea, e le spese della guerra d'Italia: la scuola di Manchester ci perdonerà una tale eresia. Pure, come era formidabilmente ingrossata l'inveterata dissipazione e la disonestà della burocrazia sotto la stupidità materialistica di cotesto sistema! Quanti milioni in quelle grandi imprese dello stato sdrucciolavano nelle saccocce di luridi costruttori e borsaiuoli di borsa! La corte, le camere e le supreme dignità dello stato esigevano sotto Luigi Filippo 31,5 milioni all'anno; l'impero dové offrire ai suoi fidi ben altre provvisioni, e richiese a tal fine 58,5 milioni, di cui solo per la corte 26,5 milioni, laddove il re borghese si contentava di 13,3 milioni: la metà. Perfino siffatte spese la stampa cortigiana ascrisse a gloria dell'imperatore; e impiantò come una novella scoperta scientifica la tesi, che il lusso, che è giustificato e riesce allietante solamente come un sintomo di elevato benessere popolare, crei addirittura nuovi valori: che è quell'antica teoria del «dar danaro alla gente», che una volta fu bandita in Germania da penne ligie, al tempo del polacco Augusto e dello svevo Carlo. Solo che una favola da nutrice, che cento anni fa riusciva a stento a mettere l'animo in pace alla buona gente paziente della sorgiva del Nesen e dell'Elba Superiore, avrebbe poi trovato credito durevole presso una nazione orgogliosa e tutt'altro che devota suddita?

Circa il 1860 il bonapartismo credé di aver trovato il mezzo di appagamento franco di spesa della sete di gloria nazionale: infatti le spese di spedizioni armate transoceaniche in paesi semibarbari sarebbero state coperte dal bottino e dai tributi. Già le imprese in Cina e in Cocincina avevano dato un esito finanziario dubbio; poi in fine l'inconcepibile follia della spedizione messicana gravò infruttuosamente e ingloriosamente lo stato di un altro miliardo; e d'allora in poi le spese militari, la grosse affaire du budget, salirono con una spaventosa rapidità. Rientrava semplicemente nel corso naturale della politica questa espiazione che ora faceva lo stato di vecchi peccati di omissione, e questo non voler rinunziare alla gloria di prima potenza militare. Negli ultimi anni prima della guerra germanica la Francia consumava 449 milioni annui per l'esercito e la flotta; vale a dire 100 milioni interi in più della Confederazione germanica del Nord, che ne usciva con 91 milioni e mezzo di talleri: e bisogna aggiungere i nuovi prestiti, devoluti quasi esclusivamente a scopi militari, e tra quelli, nel solo anno 1868, un prestito di 440 milioni. L'impero si trovava in cattiva coscienza davanti ai discorsi iracondi dell'opposizione, giacché soltanto la sua propria colpa, la disgraziata impresa del Messico, aveva fatto dei nuovi armamenti una necessità. E come fossero delittuosamente scialacquati i denari delle enormi spese militari, lo avrebbe rivelato la guerra tedesca. Il finanziere più capace del bonapartismo, Fould, si esaurì in esortazioni ed ammonizioni; dopo la sua morte l'impero non ebbe che due uomini, i quali godevano di una certa riputazione alla borsa, Germiny e Vuitry. I creditori dello stato, inquieti già da un pezzo, domandavano per propria sicurezza un sindacato parlamentare più severo sulle finanze. Le notevoli sottoscrizioni ai prestiti del 1868 non affidarono minimamente come una prova di un saldo credito statale, perché il ristagno del commercio versava sul mercato abbondanti capitali disoccupati, e dopo le cattive esperienze fatte lo speculatore si guardava dagli altri titoli di borsa. Il politico serio però non può contentarsi del motto di spirito del signor Thiers: «se è pericoloso, come dicono, possedere la libertà, è però molto costoso non averla»: egli anzi deve penetrare la grave contraddizione di principio in cotesta strana economia statale. Le spese statali erano state mutate fondamentalmente dal socialismo monarchico, ma il sistema delle entrate, astrazion fatta della riforma doganale, sostanzialmente non era stato trasformato: un'idea economica creatrice, che facesse piovere dall'alto le ricchezze della nazione per la politica della felicitazione del popolo, non era nata nel mondo in nessun luogo. La Francia soffriva dello sforzo impossibile di voler conservare in pari tempo tutto il lusso e la lussuria della pace e, insieme, il formidabile arnese della politica di conquista. Presto o tardi doveva scoccare l'ora, che una guerra infelice avrebbe mandato a rotoli il castello di carta di questa economia pubblica di farnetico.

V.

Con quale frequenza non fu espresso nel generale abbrutimento della società sotto la repubblica il nostalgico desiderio: ci si conceda il diritto alla quiete, e il genio francese spiccherà nuovi voli! La quiete venne, venne quiete a macca, ma l'anelato rifiorimento della vita intellettuale non venne; e che non potesse tornare lo mostrava lo stesso lamento, che il mondo si fosse abituato a considerare il pensiero come un lusso, come un'occupazione delle ore morte. La monarchia aristocratica del tempo antico poteva bene portare avanti gli uomini significativi, laddove sotto un dispotismo fondato sulla completa eguaglianza sociale, la potenza delle menti e degli animi non poteva elevarsi di troppo. Si eleggesse pure a modello quanto voleva il bonapartismo i portamenti e le cerimonie di Versailles: i giorni di Racine e di Molière erano andati, e con loro anche il garbo fine di Luigi XIV non tornava più.