La nuova corte si mantenne insomma una società di nuovi venuti e di avventurieri: Morny, Walevski, Prospero Merimée non furono dai loro singolari rapporti con la casa imperiale trasfigurati niente affatto in persone per bene. Stava a capo una donna di più che equivoco passato, e le mode che questo capetto affaccendato dettava al mondo con turbinosa vicenda, tenevano in frenesia le sgualdrinelle della capitale. L'imperatore, che nel tratto personale mostrava non già un'affabilità ricercata ma la naturale semplicità dell'uomo perspicace addestrato alla scuola della vita, pure nella sua corte non seppe far di meno dello sfarzo senza gusto dell'avventuriero. Sprezzatore cinico degli uomini, quale era da gran tempo, egli non aveva mai creduto che valesse la pena di mettere seriamente alla prova gli uomini onde era circondato, sebbene i rapporti personali del monarca in un governo assoluto tirino dietro di sé conseguenze inevitabilmente politiche. Perciò intorno al sovrano si pigiava un demi-monde di uomini e donne della specie più abietta. Le rivelazioni sulle Tuileries, con cui i catoni della terza repubblica si pensavano di distruggere la fama del secondo impero, non propalarono certo nulla di più piccante di ciò che già tutti sapevano. Ma lo spettacolo è nauseante: quella corte priva affatto di pensiero, barcollante tra la lascivia e una superstizione da carbonai; quei parenti imperiali avventurieri, che assediano il cugino fortunato di lettere di pitocchi insolenti; quell'eletto del popolo, che crede sul serio alle stupide stregonerie del visionario Home! In un tale guazzabuglio di destrezza e di teatralità non erano rari solamente i caratteri, tanto che l'impeccabile patriottismo di Touvenel era solitario; ma era quasi sparita la fede nella lealtà disinteressata, nella buona coscienza dei potenti. Si sacrificava a Mammona anche più spudoratamente che sotto il re borghese: la cupidigia dell'oro e del godimento, la paura di sembrare ridicoli con qualche debolezza nulla nulla idealistica, costituivano il sentimento dominante nelle ampie sfere della gioventù blasée. Quando una volta uno speculatore molto stimato a corte s'impiccò pel suo disgraziato gioco di borsa, pervenne ai giornali l'istruzione, che bisognava risparmiare la famiglia, appianare la perdita dei beni e significare che lo sventurato avesse posto fine ai suoi giorni per l'infedeltà della moglie. Piccoli tratti del genere palesano più chiaramente delle lunghe descrizioni a qual misura quella società misurasse i beni della vita.

Parigi, come sotto la reggenza, formava di nuovo l'alta scuola del vizio a tutto il mondo: la civiltà della Francia, parola magica ancora ignota alla prima rivoluzione e che oggi monta la testa dei francesi, si mostrava principalmente nella propaganda dell'immoralità. Pensatori inglesi guidavano da lungo tempo la sfrontatezza non muliebre, la crescente rudezza delle loro dame sul modello di Parigi; e noi tedeschi in quei brutti raddotti, che dalla tapinità dei nostri borghesucci vennero aperti agli stranieri e che perciò dal tipo schietto parigino furono messi a conto della Francia, giorno per giorno sperimentavamo, che la perfetta spudoratezza sprizza per sé stessa dalla parlata francese; per cui non fa più specie. La grisette del Quartiere latino, che con tutta la sua leggerezza era pure la creatura ingenuamente amabile, cantata un tempo da Béranger, era finita da un pezzo. Le successe la lorette senza cuore e calcolatrice, e più tardi, in linea ascendente, la biche, la cocotte e alla fine, per colmo, la pétroleuse! E nella melma di questa impudicizia si mescolò la masnada letteraria della petite Bohème, di quegli scrittori putridi, che nei cafés litéraires sbraitavano in intemerate frenetiche contro ogni sacro modo della vita umana. Lasciamo ai filistei riscaldarsi per quelle orge selvagge, in cui teneva il dominio il cancan regolato dalle guardie di città: da per ogni dove le onde mosse della vita delle metropoli turbinano lo stesso sudiciume. La singolarità della putredine dei costumi parigini consisteva piuttosto in ciò, che si confondevano sempre più i limiti tra la buona società e l'infame, che nessuno sapeva più dire dove principiasse il circolo delle Tuileries e dove finisse quello di Cora Pearl. La spirituale e briosa conversazione degli antichi saloni era sparita; e fu perdita inestimabile per l'urbanità dell'intero continente. La nuova società non dava posto ai pochi veri gentiluomini, tuttora superstiti di migliori dì; non dava posto ai Tocqueville e ai Circourt. I modi sfacciati e pure affettati del demi-monde, la sua impudenza facchinesca, il fumare e bestemmiare, il gergo della sua langue verte andarono connaturandosi anche nelle più alte sfere. Teresa, l'eroina dei cafés-chantants, trovò con le sue sudice canzoni ascolto presso l'imperatore, ed ebbe una valorosa scolara nella principessa di Metternich; e nei salotti della principessa Matilde i frequentatori giocavano a zecchinette e si vezzeggiavano col nomignolo intimo di animal. La grazia vaporosa dell'antica galanteria francese si era involata; giacché bisognava trovarlo, chi potesse parlare di amore a una femme entretenue, e chi vi perdesse il tempo in quel mondo ansante, a cui Ponsard teneva lo specchio così:

cette aimable jeunesse donne aux femmes le temps que la Bourse lui laisse!

Soltanto poche famiglie per bene si tenevano lontane da quello scialacquio grossolano, serbavano il costume nel focolare tranquillo. Era esiguo il numero delle madri sollecite della propria missione. Generalmente costituiva la regola tra i ricchi l'educazione dei figli fuori di casa. La futura burocrazia in collegio imparava fin dalle calugini l'arte difficile di piegare la schiena al più alto per schiacciarla al più basso. Alla donna era permessa ogni libertà; la fanciulla cresceva nel rigore del monastero.

L'arte aveva dato da molto tempo le spalle a un siffatto mondo della sensualità e della cupidigia. Lacera il cuore apprendere nelle lettere di Tocqueville, come questo uomo geniale si sentisse in patria più straniero che all'estero, come pensasse di essere sopravvissuto al proprio paese, come cercasse invano le parole per descrivere il buio di caverna delle provincie spopolate. Il poeta francese possedeva tuttora un prezioso privilegio sul tedesco: un vero pubblico, che permetteva a ogni ingegno di conseguire una potente efficacia, e che anche recentemente aveva confermato nella colletta per Lamartine la sua gratitudine alla poesia nazionale. E l'antica passione della scena era tuttora così viva, che in questo paese della burocrazia l'intera metà dei 297 teatri erano mantenuti a spese del comune. Ma, ahimè, qual sacro cibo era offerto in cotesti templi! Dove sono andati gli squilli baccanti di voluttà gallica di vivere, che un tempo Rabelais elevò in onore della diva bottiglia? Dove la protervia deliziosa, che ride in ogni accento della Celimene di Molière? Dove solamente quelle ultime faville della passione della bellezza, che sprizzano ancora dalle voluttuose poesie dei giorni di Luigi Filippo? Chi canta ancora una volta: ah qu'elle est belle en son désordre quand elle tombe les seins nus!? Vi fu un tempo che l'amante, la quale amava o fingeva di amare, era già considerata in poesia come un'eroina arrischiata. Adesso è trasportata disinvoltamente sulla scena la troiettuola che non ha mai amato e fa tranquillamente i suoi conti. Gli scapestrati figliuoli di rigidi genitori, giocoso motivo di commedie antichissimo, si riguardavano come vieti: il poeta moderno prediligeva di rappresentare virtuosi figliuoli di viziosi padri, che era un soggetto semplicemente stomachevole, spoglio per giunta anche del triste merito di esser vero nella prosa della realtà. Feydeau creò ora il capolavoro di questa poesia andata a male: Fanny. Quale solletico per gl'imbecilli ammirare in luogo del solito marito geloso l'amante geloso, che spia dalla finestra i coniugali amplessi dell'amata! Che cosa è più orrida in questa sporchizia, la spudoratezza o la scempiatezza? Va sottinteso, che il poeta di una siffatta età esercita la sua arte come una speculazione industriale. Di regola il romanziere fa riprodurre sulla scena in forma di dramma la propria opera per non perdervi il doppio guadagno. Si raffronti la gelida noia dei drammi di Dumas figlio, che seppe strappare all'impudicizia l'ultimo barlume dell'illusione, coi romanzi di Dumas padre, che ancora oggi divertono: è uno spaventevole calo. Anche nei bouffes di Offenbach, impareggiabilmente più spassevoli e vivaci, non incontriamo più la civetteria del vizio, l'avvenentezza del peccato, che è l'antica magagna francese; all'opposto, l'immoralità si presenta aggressiva, con una insolenza inauditamente sfacciata. L'orgoglio patriottico degli spettatori era inoltre soddisfatto da un fracasso di spettacoli guerreschi, che mettevano in mostra lo chic exquis degli zuavi e dei turcos in una gaia vicenda di felici avventure; e il punto culminante era segnato dal sole elettrico di Austerlitz e da una congruente volatina delle rime français succès, laurier guerrier, gloire victoire. Le predilette féeries scesero affatto, fino alla fantocciaggine da burattinai; rape scollate e carote in maglione facevano pirolette; ogni senso estetico si spense in un tafferuglio di cattiva musica e di quadri spettacolosi. L'antico dominio delle salde regole accademiche aveva ceduto alla disordinata incertezza del gusto: l'uomo di mondo blasé e il piccolo borghese ingenuo erano concordi nel bearsi della volgarità oscena.

A mio avviso, cotesto lento inaridimento dell'anima popolare si tradisce nel modo più spiacevole proprio nei libri, che si propongono uno scopo morale. Nella sua opera L'amour Michelet intese di sovvenire di nuovo alla nazione la santità del matrimonio: eppure qual uomo, che abbia goduto la proba felicità di un matrimonio tedesco, può leggere senza compassione quelle arrembate frasi sentimentali? L'enigma così meraviglioso e pure così semplice del cuore femminile, il filosofo in conclusione non sa spiegarselo, se non con lo spacciare tutte le donne per fisiologicamente malate! Chi non conosce Monsieur, Madame et Bebé di Gustavo Droz, il bizzarro libro che, diffuso in più di trenta edizioni, rappresenta con precisione fotografica la media delle esperienze della vita coniugale francese? Certo, c'è anima in queste pagine, c'è affetto, anzi anche qualcosa come religione: ma anche quanto triviale solletico dei sensi, quanta vuota eleganza! Quando il pover'uomo descrive le gioie del suo amore, niente lo rapisce tanto, come il profumo penetrante dei capelli dell'amata; e il lettore chiude involontariamente il libro per vedere se questa meravigliosa pommade philocome bisogna acquistarla da Pinaud et Co, dalla Société higyènique, oppure da qualche altro ami de la tête. Leggendo questi scritti morali dei moderni francesi, non ho mai potuto tenermi dal pensare: o disgraziata nazione, che non sa più distinguere tra le cianciafruscole false dei negozi di mode parigini e i beni eterni della vita!

Non ostante la sua freddezza prosaica, ma con l'istinto dell'uomo di stato, Napoleone III capì quale pericolo per la società si annidava in un'arte tanto abbrutita. Assegnò premi ai drammi morali che offrivano al popolo esempi virtuosi e «idee sane», protesse la commedia casalinga di Ponsard «la Borsa» che gridava al mondo la geniale verità:

l'argent est un bonheur, mais ce n'est pas un titre.

Avrebbe dovuto apprendere però, che l'estro dell'arte è un figlio del tempo: quanto poco sarebbe potuto sorgere un Sofocle sotto Alessandro, tanto meno poteva attecchire il dramma morale nell'aria impura della nuova Parigi. Alcune fini commedie di Augier, alcune opere di Ponsard, principalmente Le lion amoureux che è, di questo poeta, il canto del cigno compenetrato da un nobile e forte spirito patriottico, sono i soli frutti sbocciati sopra l'universale imbecillità della recentissima poesia. E anche nelle arti figurative, quale caduta in pochi decenni, da quando Paolo Delaroche aveva dipinto il magnifico emiciclo della École des beaux arts! Il parigino partecipava ancora con ardore, come nei giorni più favoriti, all'esposizione del Salon, ancora il talento tecnico della colorazione virtuosa non era perduto nella pittura, ancora qualche artista, come Gerôme nel suo quadro dei gladiatori, sapeva dare a un soggetto brutto un'esecuzione che incantava. Ma il valore spirituale dell'arte si andava inaridendo, e l'osservatore della recentissima pittura storica era continuamente premuto dalla domanda, se effettivamente donne nude e calzoni rossi di soldati rappresentassero tutto il senso profondo della vita umana. Lo schietto fervore artistico soccombeva quasi sotto l'invasione dei dilettanti, che avevano un compagno e un protettore naturale nel direttore dei musei imperiali, il conte Nieuwekerke.

Chi considera tali segni non dubbi della decadenza artistica, generalmente si lascia subito andare all'affermazione, che sotto il nipote il bonapartismo abbia soffocato il talento come sotto lo zio. Se non che anche in questo campo si manifesta al giudizio posato l'ampio divario che corre tra il secondo impero e il primo. L'arte nel nostro secolo prosaico non costituisce più la misura infallibile della vita spirituale. Per contro, l'Italia di Cavour e di Manin ben a ragione protesta, che si valuti alle opere di Verdi la sua potenza geniale; e anche noi tedeschi, quanti poeti drammatici, che potrebbero collocarsi accanto a Ponsard e ad Augier, non abbiamo avuto in quei cinquant'anni tanto fecondi pel nostro sviluppo? Per lo meno può oggi considerarsi l'arte drammatica come lo specchio fedele dell'educazione del popolo. Il tesoro accumulato dei più antichi drammi libera la scena dal dominio illimitato della poesia recentissima: mentre la poesia drammatica contemporanea decadeva, il Théâtre français, che è sempre il primo teatro del mondo, riproduceva alla ribalta in esecuzioni magistrali i personaggi di Corneille e di Molière. La scienza offre un più valido appoggio al pregio della cultura moderna, e se noi guardiamo addentro, non solamente il confronto del secondo impero con la desolazione spirituale del primo ci appare ridicolo, ma ci si presenta la questione, se la valentia modesta della recente scienza francese non abbia donato al mondo più frutti sani e durevoli, che non dianzi la letteratura presuntuosamente rumorosa della monarchia di luglio.