PARTE QUARTA
LA REPUBBLICA E IL COLPO DI STATO
La repubblica e il colpo di Stato. [Scritto ad Heidelberg nel 1868.]
I.
Nei giorni che Napoleone ritornò da Mosca, il generale Mallet una mattina evase dal manicomio di Parigi dov'era rinchiuso. Propalò la favola, che l'imperatore era caduto: da un momento all'altro la macchina di quel potente impero dispotico si rifiutò di funzionare. Funzionari e ufficiali s'inchinarono al pazzo, il quale osò dichiarare: «il governo sono io!». Il prefetto della Senna dispose la sala del consiglio, in cui si sarebbe adunato il governo provvisorio di Mallet: un ministro fu tenuto sotto catenacci e serrature; le truppe della guardia aprirono la prigione ai compagni della cospirazione. Quando l'imperatore venne a sapere con quale illimitata potenza era venuto fatto a un pazzo di comandare una mattina sulla capitale a sua posta, esclamò sdegnato: «Un uomo qui è tutto? I giuramenti, le istituzioni non contano nulla?». Era passato da allora un lungo tempo, in cui pareva che la vita parlamentare si sostenesse sulla libera cooperazione del popolo o almeno della classe dominante. Eppure la sostanza di questo stato era rimasta dispotica, il governo si teneva in lotte incessanti con l'umore mutevole della società. Bastava un improvviso momento di debolezza alle Tuileries, e un ardito colpo di mano compiuto da un piccolo partito avrebbe potuto rovesciare l'autorità dello stato e imporre una costituzione aborrita dalla maggioranza del paese. La rivoluzione di febbraio fu appunto un colpo di mano siffatto, non propriamente altrettanto insensato, ma appena meno ingiustificato della scesa di testa del pazzo nel 1812.
Il ministro Rouher sollevò l'indignazione dei partiti liberali, quando espresse, tuttora sotto la repubblica, la prima e la più famigerata delle sue alate parole, qualificando la rivoluzione di febbraio come una catastrofe. Se non c'inganniamo interamente, verrà tempo in cui il giudizio della storia sonerà di gran lunga più aspro, e designerà la rivolta di febbraio come una pazzia e un delitto. Chi riconosce l'inconsistenza della situazione di fatto, e noi non abbiamo punto palliato gli errori del governo di luglio, non per questo giustifica coloro, che senza un disegno e senza una meta distruggono le istituzioni in vigore. Laddove il movimento grandioso del 1789 e la necessaria difesa della libertà del 1830, altamente giustificati in sé stessi, riceverono puramente una significazione più elevata dalla potente ripercussione sul mondo europeo, all'opposto la rivoluzione di febbraio non ci porge nulla che sia degno di ammirazione. La sua grandezza consiste solamente nelle conseguenze, da nessuno volute, che produsse in Francia, e principalmente nell'influenza spiegata in Germania e in Italia, dove l'idea dell'unità nazionale, maturata in lunghi dolori, aspettava soltanto il segnale per cimentarsi nella lotta. Senza dubbio un avvenimento così importante non era un caso; anzi una necessità profonda si annidava nel duplice fatto, che la borghesia di Francia non mosse un dito per la difesa del proprio dominio, e che un regime apparentemente consolidato potè cadere di botto, per un tumulto improvviso di piazza. Ma in questo guazzabuglio di debolezza che ha perduto la testa e di passione losca, solamente l'adulazione al popolo scoprirà un segno di grandezza, la voce della sollevata coscienza nazionale.
Nella lotta per la riforma della legge elettorale l'opposizione con imprevidenza puerile si attenne al pericoloso mezzo delle dimostrazioni popolari. Il partito sovversivo, che per sua propria confessione non contava tra i seguaci sicuri a Parigi più di tremila affiliati, profittò dell'occasione per una lotta di barricate: e la lotta pareva cessata, perché il re aveva ceduto e Guizot si era dimesso. La pace era conchiusa, quando di botto dalla folla ammassata davanti al ministero degli esteri partì quel colpo enigmatico, di cui nessuno neppure oggi sa dire con sicurezza se fu un caso o l'atto precipitato di uno spaurito o una bricconata demagogica sull'esempio delle bravate consimili nella guerra della fronda. I soldati di guardia al ministero si credettero assaliti e risposero al colpo con un fuoco mortale: la folla scoppiò in un urlo selvaggio di vendetta. Gli operai si sollevarono in cieco furore. Il re, rovesciato da quel fatale abattement du troisième jour paventato in tutte le rivoluzioni di Parigi, diede inconsideratamente la partita perduta prima del tempo: il partito vincitore del momento dichiarò la repubblica. E la repubblica s'insediò in cima a un ordinamento amministrativo dispotico, che a mala pena era in grado di comportare un trono parlamentare. Un popolo di raffinata civiltà ricevè il governo dalle grida di una turba plebea nel palazzo Borbone; e questo governo improvvisato si dové subito completare coi nomi di una seconda lista, acclamata nel palazzo di città da un'altra moltitudine di popolo. La più lussureggiante città del mondo fu obbligata di botto ad avvezzarsi alla semplicità della vita repubblicana, che in un ambiente siffatto non poteva riuscire ad altro che ad una caricatura della monarchia. Una nazione, le cui classi colte quasi alla vecchia maniera spagnuola vedevano la meta della propria ambizione unicamente nelle cariche dello stato, gettò questo immenso potere statale nelle mani di un magistrato mobile. In verità, l'insensatezza dei fantasticatori politici non ha mai osato una più pazza incongruenza.
Trentacinque milioni di francesi riceverono per telegrafo la notizia, che il loro stato aveva cambiato regime, e si conformarono senza resistenza al nuovo ordine. Predominò l'apparenza, che in questo stato accentrato non sarebbe sorta la questione, decisiva in ogni paese germanico, del come si sarebbero comportate le provincie davanti al colpo di mano della capitale. Ma, col fatto, la volontà del paese non era ancora spenta completamente. Già sotto Luigi Filippo un giornale liberale aveva sentenziato, che Parigi era tuttora solamente la cittadella del potere, ma non era più il cuore della Francia. Questa sentenza adesso si sarebbe avverata per un breve corso di tempo: per la prima volta dai tempi della Convenzione la provincia mostrò indipendenza di risoluzione verso la dittatura della capitale.
La borghesia e la popolazione conservatrice delle provincie erano troppo straniate dall'attività politica, le pubbliche autorità troppo abituate all'ubbidienza meccanica, perché difendessero risolutamente la costituzione giurata. Ma, passato il primo sgomento della sorpresa, la maggioranza della nazione si mise all'opera con efficace costanza e con l'istinto infallibile della disperazione, per ribattere il regime improvvisato del febbraio e scotere il giogo dei radicali e degli operai della capitale. La nazione era priva di qualsiasi attaccamento a una determinata dinastia, ma era convinta della necessità della monarchia e tanto più della intangibilità dell'ordinamento vigente del diritto di proprietà; e manifestò con sicuro tatto questo sentimento prima con le elezioni reazionarie dell'assemblea nazionale, poi col suo atteggiamento ostile verso la sommossa di luglio e in fine con l'elevazione di un pretendente al seggio presidenziale. Tenendoci strettamente a cotesti dati, noi siamo in grado di prendere la difesa del popolo contro l'indignazione di parecchi nobili francesi, i quali a proposito di questa rivolta arrabbiata alzano le spalle e sentenziano, che il carattere di tale popolo sia siffattamente originale, che si sorprende sempre di sé stesso.
Chi si proponesse di considerare la rivoluzione di febbraio con l'animo del satirico, troverebbe nell'orribile guazzabuglio di questa società in frantumi la materia rispondente. Comunque, la civiltà mite dei nostri tempi non si smentì nemmeno in quei giorni di vertigine. Non appena la barbarie della plebaglia si fu sfogata nel saccheggio di alcuni castelli, principiò un governo umano e decoroso con a capo uomini personalmente integri. Tale moderazione apparve molto confortante nella condotta seguita dal nuovo governo rispetto agli Orléans; e con legittimo orgoglio Lamartine poté dire nell'assemblea nazionale: «Nessuno può rivolgerci questa domanda: che cosa avete voi fatto della vita di un cittadino?». Ma se il movimento fin dal principio rifuggì da un inutile spargimento di sangue, esso però palesò ben poco di quell'entusiasmo giovanile e idealistico, di quell'ebbrezza di speranza, che illuminò e infiammò gl'inizi della prima rivoluzione. Migliaia d'impiegati spergiuri domandarono l'abolizione del giuramento politico, e la repubblica annuì alla preghiera. Noi non spendiamo una sola parola sull'imprudenza politica di tale provvedimento: giacché precisamente il morso della coscienza negli uomini dimentichi del dovere dimostra, che per la media degli uomini il giuramento pure costituisce un legame di fedeltà più solido di quello che la frivolezza voglia concedere. Domandiamo semplicemente: l'anima giovanile di uno schietto movimento di popolo sarebbe stato capace di una tale manifestazione di cinico disprezzo umano? E che cosa si era mai raggiunto con la caduta della monarchia, con la slealtà generale della burocrazia? Solamente una nuova semplice rivoluzione contro il trono, solo un cambiamento alla cima dello stato.