Nessun terzo può descrivere l'inutilità di cotesta rivoluzione più causticamente, che non abbia fatto lo stesso Lamartine con invidiabile ingenuità. Non appena il governo provvisorio nel palazzo di città si fu liberato della calca delle turbe plebee, i novelli capi dello stato si misero a tutt'uomo a fissare le grandi idee politico-sociali, che la repubblica avrebbe realizzate. I tribuni del popolo si frugarono bene nel petto per «trovare quei pensieri che sgorgano dal cuore e che sono la suprema politica, perché sono la suprema natura e la suprema verità». Giacché l'istinto, come c'insegna Lamartine, è il legislatore supremo; chi traduce nella scrittura le decisioni dell'istinto scrive sotto l'alito di Dio! Finalmente i pensatori si alzarono da sedere e con ardente entusiasmo notificarono alle turbe la seguente «filosofia delle rivoluzioni»: suffragio universale e abolizione delle leggi di settembre (cioè due desiderii, che Luigi Filippo in sostanza aveva già accettati negli ultimi tempi del suo regno); inoltre alcune nuove acquisizioni, e cioè: fraternità come supremo principio statale, esterminio della miseria mercé l'amore e, per soprassello, soppressione della schiavitù dei negri! Giorni dopo, Lamartine aggiunse anche il principio dell'abolizione della pena di morte; in fine i grandi uomini si diedero con le lacrime agli occhi «il bacio della vita» e annunziarono il lieto messaggio al popolo in delirio.
Per tutto questo, dunque, le strade della capitale furono arrossate di sangue, per questo una scossa terribile fu riserbata alla pace del mondo! E che cosa sarebbe mai stato della rettitudine e chiarezza tedesca, se mai noi avessimo potuto ammirare una tale vertigine! Fu tirato fuori tutto l'armamentario della rettorica rivoluzionaria: fu chiamato al voto «ognuno che nel suo titolo di 'uomo' porta i diritti del cittadino»: ogni francese è sovrano e nessuno da ora in poi può dire a un altro: «tu sei più sovrano di me». In tre giorni i vecchi partiti invecchiarono di un secolo, e come allora il gran Carnot organizzò la vittoria della libertà sul dispotismo, adesso il nuovo ministro dell'istruzione Carnot si mise a organizzare la vittoria della luce sulla cultura! L'albero della libertà splendeva su ogni piazza; su ogni chiesa, su ogni edifizio pubblico l'iscrizione: «Libertà, Eguaglianza, Fraternità!». Il superbo nome di «cittadino» cacciò via di nuovo il cortigiano «signore»; e il poeta popolare Festeau si diede a magnificare con iperboli spocchiose il nuovo «Risveglio del popolo»: le géant souffle, un trône est emporté! Né doveva mancare la sublime semplicità dei liberi stati del mondo antico: un carro tirato da buoi trascinò la statua della libertà sotto gli occhi ironici dei parigini blasés, e sui boulevards fu portato su e giù a spasso un grande bossolo di stato, in cui ogni cittadino poteva versare il suo obolo per la repubblica.
Nelle vene del radicalismo moderno non scorre una sola goccia di quell'austerità rigidamente morale, che animò un tempo i pii compagni della democrazia inglese. Perciò, non appena il rigore delle autorità si allenta, non si manifesta in nessun luogo la coscienza del dovere politico, anzi all'opposto si rivela dovunque solo sfrontata cupidità del proprio interesse sociale. Aveva poca consistenza il magnanimo entusiasmo suscitato pel momento nel popolo eccitabile, quando a teatro la Rachel declamava con fervore infiammato la Marsigliese. Neppure un sol ceto della società, fin giù agl'invalidi e ai sordomuti, si teneva dal presentare, esigendo e minacciando, i suoi desiderii all'autorità dello stato. Una legione di cacciatori d'impieghi assediava il governo: ogni ambizione, che non aveva trovato il suo appagamento sotto il sistema parlamentare, ora faceva ressa. Osservando la quantità delle nuove uniformi repubblicane e il nepotismo sfrontato che s'inoculò nella repubblica sul modello del regno di luglio, ci ricordiamo con terrore di ciò che un tempo Luigi Filippo aveva predetto: che, cioè, le condizioni dell'America spagnuola sarebbero state il campione della Francia. Onnipotenza dello stato e rapido cambiamento dei detentori del potere: ecco il nocciolo delle nuove aspirazioni del popolo. Nei primi giorni della rivoluzione il consiglio municipale di Parigi, insediato dietro elezione, fu subito deposto; e in suo luogo fu nominata una commissione di cittadini giudicati idonei alla carica pel fervore dei loro sentimenti repubblicani. Tutti gl'impiegati furono dichiarati senz'altro dimissibili per ragioni di pubblico bene. E soprattutto l'amovibilità dei giudici fu tenuta per un gioiello di libertà repubblicana: un principio, che col fatto ebbe esecuzione e che fu difeso con ardore da Victor Hugo e i suoi colleghi. Tutto ciò in nome della libertà! A tutti gli impiegati era dovuto dallo stato lo stipendio, a tutti gl'indigenti l'assistenza.
Dopo la vittoria gli operai lì per lì confermarono ancora una volta l'antico principio, che ogni classe sociale, dove proceda come classe, cade nell'egoismo, nella πλεονεξία. Il parlamento operaio, che nelle sale del palazzo del Lussemburgo dibattè sotto la presidenza di Luigi Blanc la soluzione della questione sociale, trattò di tutto e di ciascuno; ma si rimase d'accordo solo in questo, che gli operai parigini lavorassero un'ora al giorno meno dei compagni delle provincie, come pure, che dei 34 candidati di Parigi alla dieta non meno di 20 appartenessero al ceto operaio! Quando gli agricoltori domandarono di essere ammessi alle deliberazioni, furono loro concessi quattro rappresentanti su quattrocento lavoratori cittadini. Posto in ansia, il padre di famiglia delle classi medie ritenne conveniente esprimere la sua alta considerazione alla nuova potenza della classe operaia. Ognuno, anche l'artista, il negoziante, l'industriale, si dichiarò operaio, e perfino il candidato reazionario, che non poteva negare di essere affetto dal peccato della proprietà fondiaria, si denominò almeno propriétaire cultivateur. Si guardava con occhi sentimentali il camiciotto di Albert, operaio e membro del governo: il camiciotto era esposto nella bottega, come indicava il Moniteur, e ognuno poteva persuadersi, che effettivamente la Francia aveva la fortuna di essere governata da un chiavare in corpo e persona. Sopra questa società, in cui si era destato tutto l'egoismo dei bassi ceti e ogni forte sentimento del dovere era spento, era collocato un governo, che si qualificava da sé eccellentemente attraverso la confessione dello stesso Lamartine: la popularité c'est le pouvoir tout entier: un governo soggetto a ogni capriccio del popolo eccitato, senza forse nemmeno un capo universalmente riconosciuto. Un nuovo tempo era venuto, tutti i vecchi capiparte erano logori, dovunque s'invocavano uomini nuovi.
Un sintomo di rovina più significativo di questi e inseparabile dai grandi rivolgimenti, era la menzogna universale di quasi tutti i partiti. La menzogna costituiva il più esoso tratto caratteristico del movimento, e un ammonimento per tutti coloro che trattano i gravi affari della politica come un gioco fantastico. Troppo spesso Cormenin nei suoi libelli velenosi aveva gridato per scherno alla monarchia di luglio: «la repubblica è morta davvero! Contro chi promulgate le vostre leggi di settembre, se non contro i repubblicani?». Troppo spesso la classe operaia era celebrata anche dalle persone moderate come il vero e proprio popolo, ed era ripetuta l'intelligentissima massima: «le repubbliche sembrano guidate immediatamente dalla Provvidenza, perché non si vede nessuna mano mediata tra il popolo e il suo destino!». Ora dunque la repubblica ideale era fondata mercé l'esaltazione del quarto stato divinizzato, e sul momento apparve manifesto, che la celebrata forma di stato prettamente francese contava nelle classi colte non più che pochi seguaci seri. Ma gli uni erano legati dalla forza delle loro proprie frasi, gli altri aderivano alla repubblica per paura.
Il secondo e poco meno penoso tratto caratteristico della nuova società era la mancanza di riflessione prodotta dalla paura della morte. La sollecitudine per la sicurezza della borsa e della testa smorzava ogni altro sentimento. Fin dalla caduta dell'impero la nazione non aveva più goduto un lungo periodo di pace interna, ed entrava quasi altrettanto affaticata nella nuova rivoluzione, come si era trovata al termine della prima. Sentiva quanto poca forza morale le era rimasta per opporre resistenza all'anarchia; sapeva per una tremenda esperienza ciò che significava il dominio del quarto stato; e imparava ora, che nel tessuto artificiale della moderna economia fondata sul danaro e sul credito ogni perturbazione sociale si presenta impareggiabilmente più devastatrice che non nelle semplici relazioni di scambio del secolo decimottavo. La paura era la grande schiava del tempo; e rimane a spettacolo memorabile e profondamente vergognoso il vedere fino a qual segno questa, che era la più generale delle passioni, amareggiasse e abbrutisse le classi possidenti. Uno dei più famosi masticaspavento, Dupin, confessa egli medesimo, che in quel tempo parve diventata letteralmente una verità l'ardita immagine miltoniana della tenebra visibile. La signora di Girardin chiuse i suoi intellettuali articoli di appendice, scritti durante il tempo della pace sotto il nome di Visconte de Launay, con una dipintura acre, ma purtroppo veritiera, dell'abbrutimento contemporaneo. La Francia, esclamò, si spezza in due eserciti col duplice grido di guerra: guillotinez! fusillez! Gli uni vogliono il saccheggio, gli altri la difesa dai saccheggiatori con tutti i mezzi del potere.
Il contrasto degl'interessi tra il terzo e il quarto stato, che dopo i giorni di luglio era apparso appena leggermente e confusamente, nel febbraio scoppiò subito violento, e sentito con lucidità di coscienza. Gli operai si erano battuti per le strade; la borghesia, che durante la battaglia si era tenuta in disparte, fece presto a riacquistare il senso delle cose e a capire che nella sanguinosa lotta di classe le toccava lottare a che fossero strappati al quarto stato i frutti della vittoria. Perciò anche i vecchi repubblicani del medio ceto, come Arago e Marie, principiarono di botto a perdere le staffe del loro ideale. Perciò perfino il misuratissimo Tocqueville parlò con passionata violenza dei repubblicani borghesi, del maledetto color di rosa in politica; perché questo pugno di ben pensanti fantasticatori aveva ingenuamente improvvisato una forma di stato, che non poteva derivare la forza di vivere altronde che dal dominio del quarto stato. Ma nessun popolo colto, e tanto meno l'accentrata Francia, può stare senza governo, nemmeno per un istante. La repubblica esisteva di fatto, teneva frattanto in suo potere la macchina burocratica, offriva la sola garanzia possibile per la sicurezza della borsa. Perciò avvenne, che gli stessi borghesi che nel loro intimo esecravano la repubblica e i suoi fondatori, si dichiararono unanimemente pel nuovo governo. Gli stessi nomignoli di partito, «repubblicano di oggi» e «repubblicano di ieri», tradiscono la corruttela morale di questa società frustata dalla paura. Come profondamente era discesa la intellettuale nazione, se applaudiva le frasi vuote di Lamartine, perché il poeta metteva avanti la faccenda dell'«ordine»! Lo stesso maligno cospiratore Caussidière fu ammirato dai borghesi riconoscenti. Costui aveva costituito una guardia di polizia con gli eroi delle barricate, e questi baldi compagni «creavano l'ordine col disordine».
Nessuno meglio del partito vincitore conosceva il valore di cotesti omaggi ai poteri del momento. Perciò annunziò il principio: «la repubblica è al di sopra del suffragio universale»; contestò al popolo e alla rappresentanza popolare il diritto di ristabilire la monarchia, e volle il differimento delle elezioni fino a quando il popolo fosse istruito. Ledru-Rollin comandò ai prefetti di prendere tutti i provvedimenti che assicurassero alla repubblica la cooperazione del popolo! Conseguentemente volle subito mandare nelle provincie commissari con poteri illimitati, secondo l'uso della Convenzione, per plasmare la nazione. Saggiamente, non fu sottoposta immediatamente al voto generale la domanda: riconoscete la repubblica? L'elezione per l'assemblea nazionale fu ciò che gli americani del nord chiamano a Hobson-choice: un'elezione, in cui non è possibile un no. Solo il cieco dottrinarismo della nuova democrazia francese poteva dare un qualsiasi valore al fatto per sé stesso comprensibile, che i deputati eletti in nome della repubblica salutassero il nuovo regime con diciassette o con ventisei voti. Come stavano le cose, importava solamente la voce: noi vogliamo che lo stato sussista. L'enorme maggioranza dei deputati era decisa a sostenere la repubblica fino a quando fosse stata l'ultimo baluardo della proprietà, e a scavalcarla immediatamente, non appena si fosse presentata la possibilità della monarchia.
Lo spacco profondo, che separava la società, correva anche attraverso il governo. Il caso aveva collocato cotesti uomini sulla breccia della società; e governavano, come disse incisivamente Lamartine, pel diritto del sangue versato che bisogna stagnare. Magari tutti i membri del governo avessero avuto parimente salda e chiara soltanto la volontà di stagnare quel sangue! Invece, accanto ai repubblicani moderati, quali Lamartine, Arago, Dupont, il crudo radicalismo era rappresentato in tutte le sue gradazioni, fin giù al comunismo, da Ledru-Rollin, Luigi Blanc, Albert. Le passioni di classe della borghesia e degli operai, eccitate al più alto grado e pel momento inconciliabili, ecco che avrebbero dovuto intendersela tra loro entro l'ambito di un governo! Il mondo civile non disconoscerà mai al Lamartine, quanto spesso nei primi giorni dello scompiglio abbia fronteggiato la furia, degli anarchici ora con frasi impetuose, ora col pronto dileggio, sempre con alto coraggio personale. Noi sopravviventi di quella età sappiamo bene, che un singolo uomo, e tanto più un uomo di lettere, poteva assai scarsamente a quei tempi, e sappiamo pure come risibilmente abbia esagerato i propri meriti il vanitoso tribuno del popolo; nulladimeno egli per un momento parve davvero il campione del terzo stato e della proprietà, e fu esaltato come tale ben oltre le frontiere della Francia dai più entusiasti oratori della borghesia. Fece del suo meglio per serbare incolume ai francesi il loro glorioso tricolore, ed espiò in tal modo una parte della colpa, gravante su di lui, di avere egli stesso scatenato improvvidamente la rivoluzione. Ma il coraggio del bizzarro sognatore riuscì solo per un momento a calmare la paura dello spettro rosso: egli stesso, Lamartine, qualifica l'andazzo del suo governo come un correre verso un lontano oscuro, marcher vers l'inconnu. Alla debolezza dei moderati parve soprattutto impossibile stabilire l'unità nel seno del governo ed escluderne i democratici sociali; d'altronde si temeva che un passo ardito non provocasse lo scoppio della guerra civile. Perciò tra i membri di questo governo esisteva così poca coerenza, che Lamartine non sapeva proprio nulla del pazzesco disegno di Ledru-Rollin d'inviare in tutto il paese commissari come quelli della Convenzione!
I repubblicani moderati al governo non erano liberi, toccava anzi a loro portare le conseguenze della propria misura, e, una volta che avevano abbattuto il trono con l'aiuto dei comunisti, lusingare almeno con parole sonanti la cupidigia dei loro alleati. Lamartine dichiarò che lo stato, la provvidenza dei forti e dei deboli, aveva in caso di necessità l'obbligo di procurare lavoro ai bisognosi. Carnot annunziò che l'economia politica, finora scienza della ricchezza, sarebbe divenuta d'ora in avanti una scienza della fraternità. Di gran lunga più pericoloso sonava il linguaggio dei giornali ufficiosi a proposito della proprietà, e la cosa non si fermò alle parole, I finanzieri moderati Garnier-Pagès e Duclerc compilarono un disegno d'imposta progressiva, e intendevano di raccogliere nelle mani dello stato l'amministrazione delle ferrovie, delle banche, delle società di assicurazione. L'occhio acuto di Cavour discerse subito, che cotesta condiscendente debolezza dei moderati avrebbe incomparabilmente più che non la minaccia del rosso spaventati i possidenti. Cotesti esperimenti economici non si accordavano quasi a parola coi provvedimenti proposti dall'icario Cabet per arrivare a poco a poco dall'ordinamento costrittivo della proprietà privata all'eden comunistico? E non si viveva già in pieno paradiso comunistico, se lo stato costringeva i risparmiatori ad accettare titoli di rendita di stato in luogo dei 335 milioni di lire di pure rimesse, che avevano depositato nelle casse di risparmio, e per giunta assegnava loro un ottavo in più sulla rendita? Già ricompariva il sinistro disegno di emettere assegnati in quantità arbitraria; e solo con gran fatica fu combattuto da Fould e dallo scritto occasionale di Bastiat Maudit argent. Marie, ministro dei lavori pubblici, aveva già aperto le sue officine nazionali; e vi accorrevano in folla migliaia di operai senza pane, i quali percepivano dallo stato il salario del loro non far niente. Il ministro nutriva la puerile fiducia, che queste turbe pagate dalla repubblica avrebbero formato una guardia di sicurezza contro il comunismo. Anche Luigi Blanc trovò ridicole tali speranze, e infatti gli operai profittarono della loro vita in comune nelle officine nazionali per organizzarsi militarmente alla guerra delle barricate. Nessuna meraviglia, che di 1329 milioni di entrate quell'anno 613 milioni, cioè 61 milioni più che nel 1847, siano stati spesi nella sola capitale!