La faccendoneria che traspariva irrequieta nelle Tuileries, il disegno, portato in giro per le corti, di una grande unione doganale dei popoli latini, i maneggi odiosi che la Francia iniziò col Belgio e la Svizzera, erano cose che non potevano scemare la diffidenza delle corone. Il napoleonide era il nemico nato dei trattati del 1815, che, sia pure lacerati qua e là, determinavano sempre, però, la conformazione della carta dell'Europa di mezzo. Non poteva certo lasciare l'impero nella posizione modesta, che gli era stata fatta fin dal Congresso di Vienna. L'istituzione della medaglia di Sant' Elena, che fu una vera provocazione sfacciata, dimostrava che il nipote non aveva punto dimenticato le tradizioni militari della sua Casa. Né sulla fiducia personale poteva contare il furbo, che aveva conquistato il trono con un gioco di bindolerie. «Napoleone mente sempre, e quando tace congiura», ecco come lord Cowley fissò più tardi l'avviso allora predominante nelle corti. In effetto, il gusto delle cabale e delle vie traverse durante una vita avventurosa, era diventato nell'imperatore una seconda natura. Gli piaceva di lasciarsi continuamente per lo meno due porte aperte: si atteneva fedelmente al principio, che la politica francese non aveva mai rinnegato da tre secoli, vale a dire all'adagio: promettre ça n'engage à rien. Anche i disegni che non avevano nulla a temere dalla luce del sole, egli curava di prepararli in profonda segretezza, come un cospiratore, lanciandoli poi di colpo fuori delle tenebre. Due tentazioni opposte si contendevano il napoleonide. Seguendo la prima, avrebbe potuto presentarsi come l'erede dello zio e intraprendere contro l'Inghilterra la guerra di vendetta, domandata mille volte da saccenti fanfaroni. Stante la elaborazione ingegnosa del credito inglese, le cui fila si raccoglievano tutte alla capitale, non pareva affatto inconcepibile, che una breve dominazione di truppe straniere a Londra avrebbe potuto scompigliare l'intero regno, e indurre a una pace umiliante quel popolo mercantile e poco bellicoso, còlto alla sprovvista. Oppure, seguendo la seconda tentazione, avrebbe potuto dedicarsi ai disegni del bonapartismo rosso, alle idee pazzesche, che il principe Napoleone fece sostenere dall'Opinion nationale e che poi egli medesimo espresse nel maggio del 1865 nel suo famigerato discorso ad Aiaccio. Il principe venne fuori con la botta demagogica del prigioniero di Sant'Elena: «il mio nome sarà sempre pei popoli la stella polare del loro diritto». E pretese una tendenziosa politica di radicalismo, che, secondo il presagio dello zio, avrebbe collocato il sostenitore a capo dell'Europa; chiese il ripristinamento della Polonia, la lotta contro l'Austria reazionaria, e via di seguito.

È un merito incontestabile dell'imperatore l'essersi ben di rado lasciato traviare nella freddezza del proprio giudizio da propositi frivoli di tal natura, e l'avere respinto continuamente l'odio e la vendetta come «sentimenti che non si confanno più al nostro tempo». Si rifece all'antica politica nazionale della grande età borbonica. Volle risollevare la Francia a potenza direttiva della terraferma, e puntellare coi popoli latini tale preponderanza. Ma bisognava raggiungere il vecchio fine con mezzi moderni. Come Persigny e Cavour, Napoleone III ravvisò la garanzia della civiltà europea nella salda unione delle due potenze occidentali. In verità, questa antica idea di Palmerston, che offendeva anche l'orgoglio tedesco, scapitava ogni giorno un poco della sua plausibilità, sebbene non fosse ancora interamente infondata in quegli anni, in cui l'influenza della Russia pesava tuttora sulla nostra patria. Una volta che il nipote credeva o dava a credere di credere, che il conquistatore del mondo aveva sparso da per tutto «i semi di nuove nazionalità», tant'è, egli stesso sanciva l'importanza, dominante pel nostro secolo, delle idee nazionali. Egli previde, che i trattati di Vienna avrebbero trovato il nemico più formidabile nel sentimento nazionale, quando si fosse ridesto, dei popoli arbitrariamente divisi, e volle promuovere quanto fosse necessario allo scopo. Apprezzò l'influenza dell'opinione pubblica, riconobbe che oggi è determinata dal liberalismo, la celebrò sovente come la sesta grande potenza che sola oggigiorno consenta successi durevoli, e decise di non por mano a nessuna grande impresa senza l'assistenza delle idee liberali. Queste vedute sapienti e moderne erano il fondamento della politica estera nei primi anni dell'impero. Il merito di cotesta politica è tanto più altamente stimabile, in quanto si contrapponeva ad antiche tradizioni e pregiudizi dello stato e del popolo francese. L'opinione media dei francesi era racchiusa nell'aforismo di Thiers: rien n'est plus déplorable que les nationalités; che in tedesco vuoi dire: solamente la Francia ha il diritto di formare un forte stato nazionale.

Senza dubbio, anche nella politica europea di Napoleone apparve lo sconciamento di questo cervello, che in tanti anni di esistenza profuga, in eterni almanaccamenti e sognamenti, aveva affatto disimparato di stare al sodo, e di mantenere immutato un disegno con profonda serietà volitiva. In un'ora di sdegno, dopo la pace di Villafranca, Cavour opinò, che Napoleone portasse nella mente molte idee politiche, ma nessuna matura e pronta, e che per questo era corrivo a lasciare in asso l'opera sul bel principio. Nei giorni tranquilli il grande italiano ha espresso un giudizio più mite; ma noi che oggi abbracciamo con lo sguardo tutta la politica del bonapartismo fino al suo suicidio, possiamo tener buona la parola irata di Cavour. Il napoleonide sedeva sulla carta d'Europa ruminando, limandosi continuamente il cervello se gli convenisse spostare una frontiera al settentrione oppure al mezzogiorno: una fucina di disegni senza mai posa: e con tutto ciò era ben altro che una natura elastica, ma un flemmatico lento, che più cambiava posizione e meno si trovava a posto. E finiva sempre col soggiacere all'intima falsità del dispotismo democratico. Le idee nazionali del secolo dovevano effettuarsi, ma solo con un sistema ingegnoso di alleanze, solo con l'aiuto della Francia, e la nazione felicitatrice di popoli, la nazione dirigente doveva esserne ripagata in terre e genti. Il révendiquer, il ridomandare l'antico territorio napoleonico parve altrettanto irremissibile a tale politica, come la costituzione degli stati nazionali: solo che l'una idea escludeva l'altra.

Il favore della fortuna iniziava l'imperatore in una êra rigogliosa, in cui le condizioni dell'Europa erano mature alle grandi risoluzioni: ed egli, da cervello sistematico qual era, si dava ad approfondire con accorgimento la «questione» emergente, ed era ben in diritto di dire: étudier une question n'est pas la créer. Per molto tempo aveva trattato di politica come giornalista; sovrano, conservò l'antica abitudine. Non un solo atto della politica neonapoleonica fu posto in iscena senza programmi solenni, senza il buscherio delle frasi patetiche. Verrebbe il tempo, che un uomo ben più grande avrebbe svelato, a confusione e scorno, la meschinità di mezzi siffatti. Il conte Bismarck ha dimostrato al mondo, che una vera politica moderna raggiunge magnifici successi solo con l'opera di popoli emancipati, fidanti esclusivamente in sé stessi; e dimostrò, inoltre, che la politica più geniale e inventiva si svolge continuamente nelle forme più semplici degli affari. Il restare a mezzo, il mancato successo di molte intraprese dell'imperatore si spiega meramente con la situazione contraddittoria di un uomo, che era nello stesso tempo un despota e un erede della Rivoluzione, nello stesso tempo uno statista di idee europee e il dominatore della nazione più vanagloriosa.

Il nuovo sovrano non potè resistere a prima giunta alla debolezza del parvenu: cercò di entrare nella sfera di parentado delle corti legittime. Come l'aspirazione gli fu respinta, conchiuse alla lesta un matrimonio impari, e dichiarò pateticamente: «io porto con orgoglio il glorioso titolo di risalito». Gli si sarebbe presto offerta l'opportunità di rendere la pariglia alla più burbanzosa delle dinastie legittime. Noi oggigiorno dobbiamo tenere come indubbio, che lo czar Nicola non intendeva disporre del dominio turco da conquistatore, ma aspirava al protettorato sulla intera Chiesa ortodossa o, con l'espressione caratteristica del suo gabinetto, sul culto greco-russo. Il che voleva dire fondare la sovranità della Russia sui rajahs, decidere la questione orientale a favore della Russia. Anche chi non s'inchina alle idee di Davide Urquhart, deve però oggigiorno gratamente riconoscere con quale acume e sicurezza Napoleone III seppe penetrare, prima dell'Inghilterra, la versuzia dei disegni russi. La corte di Parigi in principio era ben lontana da un tracotante vezzo di guerra; e durante la lotta l'imperatore serbò una misura, che costrinse al riconoscimento perfino un Guizot. Nella contesa pei Luoghi Santi, egli prima, per lusingare gli ultramontani, si fece innanzi in modo abbastanza provocante, poi d'un tratto svoltò, subodorando, che lo stato turco infermo avrebbe potuto a stento tollerare ancora un'altra scossa guerresca. E quando lo czar, con l'abituale alterigia verso l'opinione pubblica, smascherò senza ritegno le mire della sua ambizione, allora finalmente si capì alle Tuileries, che era venuto il tempo non solo di tenere in piedi la Turchia, ma di fiaccare la prepotenza della Russia. I documenti pubblicati dal gabinetto di Parigi diedero per la prima volta al mondo la coscienza della gravità della situazione. Poi, nel corso della guerra, nella mente dell'avventuriero affaccendato sorsero idee lungiopranti di ogni specie. Al generale piemontese Partonneaux confessò: «la Polonia ripristinata, la Finlandia alla Svezia, la Crimea alla Turchia, e poi una rivoluzione in Italia; ecco la soluzione più felice!». Ma imparò a sobbarcarsi, quando il volo vittorioso delle sue aquile andò molto a rilento.

Il momento della decisione parve molto felicemente scelto per la Russia. Lo czar per lo spazio di una generazione aveva portato con successo la maschera del grand'uomo, e di contro alle malferme corti occidentali si ergeva imponente, con quella irremovibile sicurezza che in un Gustavo Adolfo o in un Federico è un privilegio del genio, e in lui era nulla più che un segno di terra terra di pensiero, e di limitatezza. Non vi era principe in Europa, che non gli si fosse umiliato. Le corti tedesche e italiane adulavano il nemico della Rivoluzione, l'Austria gli pareva per sempre obbligata per l'assoggettamento dell'Ungheria. Le due potenze occidentali si erano alienate per via dei discorsi senza freno degli chauvinistes e della contesa pei profughi. Nel parlamento inglese risonò così alta e minacciosa la parola dell'odio alla Francia, che nel marzo del 1853 millecinquecento londinesi stimarono necessario firmare una protesta di devozione all'imperatore. La gara commerciale e industriale in Occidente teneva siffattamente gli spiriti, che a stento pareva ancora possibile una guerra popolare. La nazione francese andò alla guerra in Oriente con la stessa malavoglia che un tempo gl'inglesi nelle lotte napoleoniche: solo durante i fatti d'arme l'ambizione militare riprese il sopravvento sull'amor di pace di un'età industriale. In conclusione, lo czar poté sperare di ottenere nella pace il dominio sui cristiani di Oriente. Napoleone III fu il primo a intravvedere la debolezza della potenza russa e la nullaggine della grandezza personale dello czar. E conchiuse l'alleanza vantaggiosa con l'Inghilterra. Feste di fratellanza e visite a corte sigillarono il nuovo sincero accordo, e per la prima volta nella storia la flotta inglese accolse a bordo soldati francesi.

Le due potenze occidentali si celebrarono reciprocamente con fracassosa millantatura come le custodi della civiltà. L'imperatore ebbe a rilevare, che erano «anche più forti per le idee che rappresentavano, che per la potenza dei loro vascelli e dei loro battaglioni». Drouyn de Lhuys e Moustier col tono arrogante da maestri di scuola verso la Germania provocarono un fiero rimbecco dal signor di Bismarck. Lo stesso Napoleone III nel discorso del trono del 1854 si era concesso l'impudente osservazione: «La Germania, che forse ha dato troppe prove di sottomessa compiacenza (déférence) alla Russia, riacquista l'indipendenza della sua condotta». Oggi nessun tedesco può ripensare senza vergogna alla pacatezza con cui la stampa della Germania esacerbata contro la Russia sopportò una tale iattanza dell'Occidente. Anche i rimproveri astiosi, che il mondo liberale mosse allora alla politica di neutralità della Prussia, hanno da un pezzo ceduto a un giudizio più posato. Non conveniva alla Prussia rendere alle potenze occidentali servigi, che in conclusione avrebbero potuto profittare esclusivamente all'Austria; ed è a lamentare solamente il fatto, che a Berlino non si ebbe animo destro a cavar partito dal garbuglio orientale per la liberazione dello Schleswig-Holstein. Eppure la partigianeria passionata del mondo liberale per le potenze occidentali veniva da un istinto sano. Era il tempo che il partito reazionario in Prussia magnificava il bianco czar come il secondo padre del nostro stato. Questa autorità sovrana dell'impero semi-asiatico gravava così oppressiva sulla vita tedesca, contraddiceva siffattamente all'essenza della civiltà nostra, che qualunque cambiamento di rapporti tra le potenze europee doveva sembrare un progresso.

L'imperatore ravvisò nell'antico dominio del Ponto il solo punto vulnerabile dell'impero russo, giacché un'irruzione in Bessarabia non era possibile senza l'aiuto dell'Austria; ma già da ora, nei giorni di maggior potenza, mostrò, come poi sovente in appresso, una tentennonaggine di esito imprevedibile tra le vedute proprie e le suggestioni altrui. In principio egli voleva tagliare ogni comunicazione tra la Crimea e la terraferma; poi ristette, e permise lo straordinario assedio di una fortezza, che si riforniva continuamente di nuove forze dal territorio alle spalle. Il despota ebbe la soddisfazione, che il suo esercito desse eccellente prova, mentre nell'armata inglese si manifestavano tutti gl'inconvenienti dell'amministrazione militare parlamentare. Quando le truppe vittoriose rimpatriarono, egli poté bene lodarle di avere riconquistato al proprio paese il debito posto in Europa; e Troplong gridò giubilando, che l'Europa riconosceva novellamente il nome della grande nazione. La Francia apparve in pace come in guerra la potenza dirigente dell'Europa. L'imperatore, alla maniera del primo console, trasse subito alla grande alleanza gli stati intermedi del Mezzogiorno e del Settentrione, calcò a bella posta sul carattere liberale della sua politica estera, e ancora nel novembre 1855 esortò l'opinione pubblica a far pressione sui gabinetti.

Certo, la soluzione della questione di Oriente annunziata dalle penne del bonapartismo fu tutt'altro che raggiunta con la pace di Parigi. Cacciata dalle foci del Danubio, la Russia frattanto compì l'assoggettamento del Caucaso e l'abbracciata del Mar Nero: enormi conquiste nell'Asia interna prepararono nuove catastrofi al Bosforo, e appena quindici anni dopo la pace di Parigi la Russia si dichiarò formalmente sciolta dal patto innaturale, che aveva convenuto la neutralità delle acque del Ponto. Le stesse potenze occidentali doverono confessare, che la pace era solamente un armistizio; e anche dopo la pace garantirono per mezzo di un trattato con l'Austria l'indipendenza della Turchia. Ma di garanzie, la Turchia con la guerra di Crimea ne acquistò soltanto una: un rinsaldamento di fiducia nel suo valoroso esercito. La riforma dello stato, che esordì sotto la protezione della Francia, è andata in fumo. Solo i ragazzi possono ammirare l'editto di tolleranza turco, lo Hat-Humayun, splendido cimelio della civiltà napoleonico-ottomana. Un impero orientale non può guarire in virtù dei concetti giuridici occidentali. Secondo il diritto pubblico dell'Islam, il credente può bene concedere tolleranza, ma non mai l'infedele esigere tolleranza. Se in effetto un ringiovanimento dello stato è tuttora possibile, avverrà solamente nel caso che ogni nazione e ogni Chiesa della penisola balcanica sia organizzata in corpo autonomo con amministrazione propria; ma dell'intelligenza di coteste idee di Leopoldo von Ranke e di Lamarche la nuova Turchia napoleonica è priva affatto. Comunque, era già un fatto notevole, che fosse rotto alla fine l'affatturamento d'indolenza, che aveva paralizzato per tanto tempo le potenze occidentali. La Turchia fu accolta nella società degli stati europei, la Russia ebbe ad apprendere che il continente non tollererebbe una soluzione unilaterale della questione orientale. Frattanto furono ripresi in senso umano i disegni egiziani dello zio, e fu condotta a termine la grandiosa opera del canale di Suez.

Le conseguenze della guerra di Crimea furono risentite dall'Europa in modo di gran lunga più profondo, che non dall'Oriente. Napoleone III si valse della potenza recentemente acquistata per effettuare un'idea preferita del suo antenato. Anche egli si sentiva protettore della libertà del mare e delle marine minori; e si adoperò a che il Congresso di Parigi enunciasse i principii di un diritto marittimo più umano: umane teorie giuridiche, che certamente il bonapartismo si sarebbe col plauso della nazione cacciate sotto i piedi, non appena avessero attraversato l'interesse della Francia. La potenza della Francia si levò gagliarda davanti all'astro dell'Inghilterra che impallidiva. Il napoleonide riuscì ad estirpare interamente l'odio mortale alla perfida Albione, che per quarant'anni aveva dominato l'anima dei francesi. Ora si guardava al Canale con amicizia di buoni vicini, perché non si aveva nulla più da invidiare all'Inghilterra. Lo stato isolano sonnecchiava a tutt'agio sui guanciali della dottrina di Manchester, e se talvolta sobbalzava spasmodicamente per rafforzare la squadra di corazzate o per aumentare il numero dei suoi disutili reggimenti di volontari, allora il mondo sentiva quanto fosse avvizzito l'orgoglio dell'Inghilterra. Siccome all'alleanza con questo stato non era più da dare troppo peso, Napoleone si volse ad avviare la buona intesa con la Russia. Al Congresso di Parigi trattò con riguardo l'ambasciatore dello czar, favorì le mire russe nelle provincie danubiane, porse aiuto alla fondazione della grande Rumania, e mandò perfino una flotta a incrociare nell'Adriatico per soccorrere, all'occorrenza, i montenegrini. La Francia era di nuovo in grado, per la prima volta dal tempo del Congresso di Vienna, di procedere a disegni positivi nella formazione della novella Europa, e la guerra d'Italia comprovò, che una volontà prudente guidava il potentissimo stato.