A chi si volta a guardarli, i grandi rivolgimenti compiuti appaiono semplici e spiegabilissimi, e futili rispetto alle speranze del domani i loro risultati duraturi. La gente ingiusta, che oggi rivà al potente anno 1859 con le idee del 1871, non vuole ponderare sul serio con quanta gratitudine i più saggi e competenti patrioti d'Italia, i Cavour e i D'Azeglio, apprezzarono le benemerenze di Napoleone III verso la loro patria. L'imperatore si vantava: «se vi sono uomini che non intendono i propri tempi, io non appartengo a costoro»; ed ebbe il raro coraggio di por mano a disegni europei, che la più parte dei suoi contemporanei e quasi tutti i gabinetti tenevano per utopistici. All'opinione pubblica la saldezza incrollabile del regime della sciabola austriaco pareva tanto indubitata, quanto la incapacità politica degl'italiani. La grande maggioranza della nazione, che amava chiamarsi la nation initiatrice, era abbarbicata alle antiche idee dell'invidia politica. Non erano i soli ultramontani quelli che temevano il risorgimento dell'Italia come un pericolo pel papato, e che vedevano con soddisfazione, che il partito reazionario nella Penisola, dopo la conquista di Roma, riguardava la Francia come un saldo sostegno. Anche i rossi radicali credevano tuttora fermamente all'antichissimo principio fondamentale della politica italiana dei francesi: nella Penisola non è ammissibile nessuna potenza indipendente, né straniera, né italiana. Solo di malavoglia gli alti ceti si confecero all'idea, che la Francia sguainasse la spada pel re delle marmotte. Perfino tra i sommi consiglieri dell'imperatore si annoveravano molti proseliti del partito delle dame spagnuole: al tempo del Congresso di Parigi l'ambasciatore napoletano Carini qualificò il conte Walewski come il migliore «tra la canaglia che circonda l'imperatore». Ma nello scambio d'idee con Cavour, Napoleone III venne alla decisione di riprendere e sostenere con spirito energico il principio del non intervento, che tra le deboli mani di Luigi Filippo si era volto in una frottola: come aveva tentato di distruggere la supremazia russa in Oriente, così ora intendeva di spezzare la dominazione dell'Austria nel Mezzogiorno, e accordare mano libera agl'italiani nella determinazione del proprio destino; ben inteso, sotto la guida della Francia e dietro ampia indennizzazione.
Indaghino pure i furbi, se il carbonaro non fosse legato a un grave giuramento; le idee direttive della politica napoleonica bisogna spiegarle con motivi più semplici. Il condottiero di bande della Romagna aveva affinati, non già dimenticati, gl'ideali della sua giovinezza: lo dimostrò la sua lettera a Edgardo Ney. Gli antichi legami della sua dinastia coi patrioti italiani erano continuati: i Pepoli erano imparentati coi Murat, il conte Arese era stretto in amicizia col monarca piemontese, come col francese. Il fanatico del papato liberale, il padre Ventura, viveva alle Tuileries come confessore, Farini durante l'esilio aveva frequentato la casa di Gerolamo. Anche più efficace riuscì la segreta attività del triumviro romano esiliato Livio Mariani, il quale per anni e anni non ristette mai dal ricordare all'imperatore i sogni di gioventù. Il nipote, condotto sempre a rifarsi alle idee dello zio, vedeva nel Piemonte l'erede naturale del napoleonico Regno d'Italia; in questo stato doveva aver centro il riordinamento della Penisola e anche l'influenza della Francia. A più riprese il despota si permise d'immischiarsi con pedagogheria nella situazione interna del piccolo ma libero stato, e per un pezzo appoggiò perfino i clericali torinesi contro il gabinetto liberale; pure, egli non rinunziò mai a sperare un'alleanza gallo-sarda, vagheggiata fin da dopo la battaglia di Novara. «Sono nubi passeggere», disse confortante all'italiano Collegno poco dopo la fondazione del trono imperiale; «verrà il giorno che i nostri eserciti lotteranno insieme per la nobile causa dell'Italia». Conosceva l'Italia: l'acuta osservazione e la notizia sicura delle cose lo condussero all'opinione, che nel proclama di guerra compendiò nelle parole: «le cose sono state spinte dall'Austria a tal segno, che o l'Austria deve dominare fino alle Alpi Marittime, o l'Italia esser libera fino all'Adria». Conosceva la stretta affinità dei due popoli, sapeva che gli uomini di stato del Piemonte erano affatto imbevuti di cultura francese, e che perfino Cesare Balbo, il patriota idealista, soleva affermare: «io sono prima italiano e dopo francese». E previde che le popolazioni di Francia, sempre sensibili ai moti magnanimi, avrebbero accolto con gioia la guerra di liberazione del paese consanguineo.
Già prima del Congresso di Parigi era andato a lui Cavour, che era il patrocinatore del suo popolo oppresso e, insieme, era l'ideale dello «spirito positivo», compenetrato di quel sicuro istinto del possibile, che il pretendente aveva di continuo esaltato come il più alto dono dell'uomo di stato. Davanti all'Europa riunita l'italiano doveva esprimere sotto il consenso tacito dell'imperatore i lamenti d'Italia: l'Austria, abbandonata da tutte le potenze, mieteva ora i frutti della sua superbia e di quella politica delle cose a metà, che offendeva a morte la Russia senza appagare le potenze occidentali. Cavour tornò in patria con la ferma fiducia, che l'imperatore voleva la guerra; e da allora si comportò con una arditezza provocante, che spaventò gli stessi diplomatici dell'imperatore, che non erano addentro. Mentre negli anni seguenti le potenze occidentali guarivano delle ferite riportate nella guerra di Crimea, le sommosse e le cospirazioni a Genova e a Livorno, a Napoli e in Sicilia dimostravano con quanta giustezza Cavour avesse descritto le condizioni precarie della patria; e sopravvenne l'attentato di Orsini come un formidabile richiamo al debito insoddisfatto.
L'imperatore si teneva sempre al suo cauto metodo delle due porte aperte. Si abboccò con lo czar a Stoccarda e, nello stesso tempo, diede affidamenti tranquillanti alla corte di Vienna. Mentre a Plombières stringeva la grande congiura con Cavour, i suoi giornali di corte parlavano con freddezza glaciale delle speranze d'Italia. Napoleone III fu sorpreso egli stesso dell'effetto del suo amaro saluto di Capodanno all'ambasciatore austriaco. Alcune settimane dopo fu conchiuso il matrimonio del principe Napoleone: la sollecitudine dinastica del risalito non si smentì neppure in quei giorni pieni di fecondi disegni. Nel febbraio il discorso del trono annunziò «che l'interesse della Francia si trova dovunque occorra porgere la mano a una causa di giustizia e di civiltà». Allora stesso uscì l'opuscolo di Laguerronière che dichiarava: «governare vuoi dire prevedere»: anche sul trono il sistematico curava tuttora di presentare all'opinione pubblica le tesi della lotta politica. Seguì il gioco magistrale della diplomazia gallo-sarda, per via del quale l'avversario fu posto dalla parte del torto e l'aggredito dipinto come aggressore. Accecata dalla superbia, l'Austria andava barcolloni alla guerra, e i più pazzi sogni della politica della Restaurazione ripullulavano alla corte di Vienna, quando Napoleone III, salutato per la seconda volta dal plauso dei liberali di occidente, intraprese la lotta e gittò sulla causa italiana la posta della durata della sua dinastia. Questa campagna, che presentò non più che una magnifica manovra ben riuscita, cioè la contromarcia nascosta dell'armata francese in Lomellina, non è certo comparabile con la gloria delle giornate di Lodi e di Arcole. Napoleone non dettò punto al nemico la legge della guerra; ché, anzi, si appiccarono due grandi battaglie contro l'aspettativa dell'una e dell'altra parte. A Magenta decise la risoluta energia di Mac-Mahon, a Solferino l'inettitudine del Comando austriaco. Ma tanto più alta fu l'importanza politica della lotta. Furono davvero giorni gloriosi, quelli in cui Napoleone gridò agli italiani: «siate oggi soldati, se volete essere domani cittadini liberi e indipendenti!» e quando nell'ingresso a Milano liberata il popolo ebbro di entusiasmo premeva sulla criniera del cavallo imperiale. L'impresa d'Italia aprì una novella età: l'imperatore pose inconsapevolmente la prima pietra dell'unità d'Italia e della Germania.
La pace di Villafranca dissipò l'ebbrezza della gratitudine, l'immagine di Orsini coprì l'immagine di Napoleone. «Con la prosecuzione della guerra io avrei osato ciò che un principe deve osare solamente per l'indipendenza del proprio paese!»; in questo modo l'imperatore giustificò davanti al senato francese la conclusione della pace, e il giudizio della posterità non saprà un giorno aggiungere nulla a questa parola recisa. La decisione della pace non mosse dall'orribile vista del campo di battaglia di Solferino, né dal timore della malaria della «terra ferma», né dalle pressioni del circolo imperiale pel ritorno, ma dal contegno minaccioso della Prussia, la quale, trasportata dal cieco furor di guerra della Germania meridionale e fatta inquieta dalla crescente potenza della Francia, era proprio sul punto di incorrere in un enorme errore politico. In un rapido dialogo l'imperatore con la forza della sua superiorità personale seppe tirare a una pace precipitosa l'avversario sconcertato. Ma quando il convegno di Villafranca levò in alto nel mondo diplomatico la riputazione di Napoleone III e corroborò la fama della sua scaltrezza impenetrabile, quel giorno fu finita per la Francia la parte di condottiera.
Erano scatenate le naturali potenze della passione nazionale, diaboliche potenze, superiori a ogni arte diplomatica. L'imperatore intendeva di strappare l'Italia alla dominazione dell'Austria, non di fondare lo stato unitario: al principio della guerra nemmeno la grande mente di Cavour vedeva davanti a sé l'unità statale come un fine fisso, indefettibile. Napoleone desiderava un saldo stato intermedio in Toscana, da far contrappeso al Piemonte; e, ad onta delle denegazioni sia degl'italiani che dei francesi, oggi è fuori di dubbio, che in segreto meditava su una corona reale di Etruria pel principe rosso. Appoggiò alquanto più apertamente le mene dei Murat a Napoli; ché da schietto Bonaparte credeva all'incurabile miseria del sangue borbonico. Perciò a Plombières si era accennato appena alla sfuggita alla Toscana e a Napoli: Cavour penetrava l'occulto intendimento dell'alleato e sperava di attraversarlo. L'imperatore era fermo nell'idea, già espressa chiaramente nell'opuscolo di Laguerronière, di una confederazione italiana, che fosse diretta, sotto la tutela della Francia, da un forte regno subalpino. Ogni volta che il lupo austriaco fosse lanciato sull'ovile italiano, il Piemonte si vedrebbe alla mercé della grazia della Francia. Il disegno era fino, non effettuabile. Chi aveva sfrenato le passioni nazionali, non poteva comprendere la semplice verità, che soltanto la piena indipendenza dell'intera Penisola avrebbe avuto virtù di appagare il sentimento del popolo. Con tutta la sua conoscenza dell'Italia, il despota non aveva alcun sentore della forza dell'orgoglio italiano, dell'implacabilità dell'odio alle antiche dinastie; cresciuto tra le grette tradizioni della sua corona, il dominatore della Francia non poteva elevarsi all'idea, che era per sorgere sul Mediterraneo uno stato nazionale del tutto indipendente. E gli parve serio, nell'ottobre, esortare Vittorio Emmanuele a smettere le illusioni e a riconoscere la confederazione italiana, per la quale la Francia si era impegnata.
Cavour non ha forse compiuto mai nulla di così importante, come in quel mese autunnale in cui movendo la mano dalla sua tranquilla Leri stornò i disegni federalisti della diplomazia imperiale. Ma anche Napoleone III riprese subito il senso netto dell'uomo di stato; e comprese, che nessuna potenza al mondo era in grado di contenere il movimento unitario nell'Italia centrale, tanto meno egli stesso, che aveva testé sguainato la spada pel principio del non intervento. La piega decisiva corse in senso affatto contrario al punto di partenza del 1859. Thouvenel, l'amico magnanimo dell'Italia, assunse il ministero degli esteri, e il trattato di commercio con l'Inghilterra corroborò alla corte delle Tuileries la vittoria delle idee liberali. Il 31 dicembre 1859 l'imperatore scrisse al papa la famosa lettera: «i fatti hanno una logica inesorabile»; la rinunzia alle Legazioni fu tenuta una necessità, e, contemporaneamente, apparve l'opuscolo il Papa e il Congresso. Era questo il secondo grande servigio che Napoleone rendeva agli italiani, e, conforme al giudizio di Cavour, altrettanto importante quanto la battaglia di Solferino.
La lettera toccava il problema più grave della questione italiana, il punto in cui si concatenavano insieme la politica interna e la politica estera dell'impero. Tre anni avanti Pio IX avea tenuto a battesimo il figlio della Francia, e il primogenito della Chiesa non aveva affatto intenzione di guastare il buon accordo col papa. Tutte le lettere e i proclami dell'imperatore annunziavano il proposito di conciliare la libertà con la religione, di liberare dall'oppressione straniera il Santo Padre, di non sacrificare né gl'italiani al papa né il papa agl'italiani. I fatti insegnavano quanto volentieri il Vaticano soffriva quell'oppressione straniera. La Curia riprovò la pace di Villafranca, vantaggiosa per lei, con tutto il rodimento del fanatismo pontificio. Il vincitore di Solferino fu accolto in patria da una tempesta d'indignazione ultramontana, tanto che si vide costretto a dichiarare conciliativamente al clero di Bordeaux: «verrà il tempo che tutto il mondo parteciperà alla mia persuasione, che il potere temporale del papa non è incompatibile con la libertà e l'indipendenza d'Italia». Onde si accinse in un opuscolo «a studiare da sincero cattolico la questione romana». Si può debitamente motteggiare sull'immagine idillica, che l'imperiale pamphlétaire abbozza dello Stato della Chiesa dell'avvenire; su cotesto popolo sotto un pio Padre, paziente popolo che vivrà unicamente alle parrocchie e alle loro grandi memorie, alla contemplazione e alle arti, al culto e alla preghiera. Quell'opuscolo, in verità, non era un monumento d'ipocrisia, come lo qualificò il papa adirato: indubitabilmente annunziava l'idea direttiva della recentissima politica imperiale, l'intendimento, cioè, di mantenere in un dominio ristretto il potere temporale. Napoleone non poteva desiderare l'annientamento dello Stato pontificio, se non voleva accendere in Francia un pericoloso movimento ultramontano, né, insieme, rinunziare all'idea dell'egemonia sui popoli latini. Giacché la Spagna, il Messico, l'America del Sud parteggiavano unanimi pel papa re. Il consiglio dato al papa di rinunziare alle Legazioni, era il massimo che l'imperatore evidentemente potesse fare per l'Italia. Quello scritto rinfocolò il movimento italiano in ristagno, compì l'unità dell'Italia centrale.
Le conseguenze dell'azione dell'uomo di stato furono bilanciate da uno sgarrone massiccio: l'imperatore domandò la Savoia, stata già stabilita a Plombières in corrispettivo della libertà dell'Adria, come compenso alle annessioni dell'Italia centrale, e, inoltre, anche Nizza. A ogni modo, tutto questo non era un furto arbitrario di territori. La potenza del partito ultramontano infrancesato del tutto in Savoia, come pure il rapido progresso della lingua e dei costumi francesi nel nizzardo già italiano a metà, dimostravano che in quelle regioni non veniva ad essere sostanzialmente offeso il principio della nazionalità. Pareva quasi irrecusabile per un Bonaparte l'occasione di riprendere per lo meno le frontiere del 1814. La nazione, che dal generoso entusiasmo dell'estate del 1859 era da un pezzo ricaduta nel vecchio egoismo, pretendeva la ricompensa dei sacrifizi della guerra. Ma in questa circostanza l'imperatore doveva sperimentare egli stesso la verità della parola da lui espressa un tempo a Milano quando vi apparve da trionfatore: «oggigiorno si è più forti con l'influenza morale che con le conquiste sterili». I suoi rapporti coi patrioti d'Italia furono irremediabilmente spacciati da questa politica ignobile, come Cavour col suo sguardo limpido aveva previsto da un pezzo; e nello stesso tempo Napoleone, come Cavour aveva parimente presentito, apparve agli occhi delle grandi potenze come il complice di tutti i futuri avanzamenti della rivoluzione italiana. Il plebiscito nelle nuove provincie diede al mondo ancora un'altra prova dell'orribile depravazione morale dell'impero. La goffa falsità dell'asserzione, che la Francia abbisognasse del versante delle Alpi per la difesa dei suoi confini, l'oltracotanza soperchiatrice, che si palesò con l'incorporazione anche delle parti neutrali della Savoia, il bugiardo tiro alla Confederazione elvetica, che di botto fu perfidamente defraudata di Chablais e di Faucigny dianzi promessele formalmente; tutti cotesti tratti dell'antica politica napoleonica di sopraffazione misero in moto il mondo diplomatico. Il tentativo della Prussia di formare una coalizione contro la Francia andò a vuoto propriamente per la debolezza dell'Inghilterra, ma sulla corte imperiale pesò di nuovo la diffidenza di tutto il mondo. Non era dunque inconfutabile la savia osservazione fatta nell'ira da Peel e da Roebuck: «se oggi la Francia esige Nizza per ragioni geografiche, domani per le stesse ragioni può pretendere il Reno»?
L'onda della rivoluzione italiana aveva buttato in disparte l'imperatore, che le aveva disserrato le chiuse; ed egli cadde affatto nell'ombra, quando Garibaldi pigliò l'ardimentosa impresa nel Mezzogiorno. Dai rapporti di ambasciata del napoletano De Martino noi ora sappiamo con quanta pena e ripugnanza l'imperatore seguisse i progressi dell'unità d'Italia. Come mai avrebbe egli potuto comprendere un Garibaldi? il despota comprendere il condottiero delle libere falangi, l'imperatore dei francesi il patriota di Nizza? L'inimicizia e l'affinità del destino dei due uomini vanno tra i fenomeni più meravigliosi di questa età opulenta di grandezze. L'uno e l'altro avevano cominciato nello stesso tempo la loro carriera con un puerile tentativo di sollevazione, l'uno e l'altro avevano trovato asilo di là dall'Oceano, l'uno e l'altro toccarono quasi la stessa ora la dittatura framezzo al turbine della rivoluzione. Ed ora per la quinta volta si scontravano in una lotta irreconciliabile la sublime anima di fanciullo del demagogo e la fredda mente calcolatrice del politico pratico. L'imperatore bramava di salvare le Marche alla Santa Sede, ma l'accecamento della Curia respinse la sua mano. Accorrere in aiuto dei Borboni era impossibile: Napoleone III non aveva le mani legate solamente per via dei suoi affari e delle ansie per i capitali francesi, che egli stesso aveva attirato in Italia; sapeva, per giunta, che gl'italiani lo stimavano legato: et voilà ma faiblesse! Donde il riguardo all'Inghilterra, che Cavour aveva cattivata interamente all'unità italiana. Temporeggiando, tra nuovi indugi e vecchie ricadute, lasciò finalmente che l'ineluttabile corresse per la sua china. Fintanto che visse Cavour, Napoleone non riuscì mai ad alienarsi completamente dalla causa italiana. Il potente intelletto sapeva sempre rabbonire il despota; e nella primavera del 1861 si era già in procinto d'intendersi pacificamente sull'avvenire di Roma. Proprio allora il grande statista morì; e subito il dispetto compresso di Napoleone si manifestò bruscamente. Il regno d'Italia fu riconosciuto dalla Francia non prima del gennaio 1862. Non prima della lettera del 20 maggio 1862 l'imperatore principiò a riavvicinarsi alla nuova potenza: espresse la fiducia, che il papa avrebbe accordato ai suoi sudditi le libertà municipali, e che l'Italia avrebbe riconosciuto i confini dello Stato della Chiesa. L'infame sottomissione del gabinetto italiano e la catastrofe di Aspromonte condussero in fine all'accordo.