Chi teneva dietro alla stampa liberale del tempo, dal Journal des débats al Siècle, poteva facilmente incorrere nell'illusione, che la nazione bramasse l'annientamento dello Stato della Chiesa. L'imperatore era interprete migliore dell'animo del suo popolo. Laddove l'unità d'Italia incontrava ora caldi partigiani presso le nazioni dianzi ostili, per contro nella Francia alleata le sorgevano giorno per giorno nuovi avversari: la maggioranza dei francesi chiedeva la continuazione del potere temporale del papa, alcuni per gelosia verso l'Italia, altri pei loro sentimenti clericali. Frattanto anche in Italia si principiò a ricredersi delle esaltazioni speranzose e a comprendere l'immensa arduità della questione romana. Una lettera di Massimo d'Azeglio sottopose all'imperatore l'idea di sistemare in Italia la situazione per mezzo di un trattato, secondo che già aveva tentato Cavour. I negoziati con Menabrea a Vichy conclusero alla Convenzione di settembre, la quale impegnava all'evacuazione di Roma e affidava agl'italiani la protezione dello Stato pontificio. Questo accomodamento consentiva agl'italiani per lo meno un termine, per menare a compimento nel nuovo stato l'unità della legislazione e dell'amministrazione. Davanti a un problema storico mondiale il sovrano di Francia non poteva apertamente star soddisfatto né dell'asserzione dei politicastri sbrodoloni nazionalisti, che il papato sopravvivesse a sé stesso, né del rintronante pitaffio del rosso principe Napoleone, che l'ultima fortezza del medio evo doveva cadere. Gli toccava di usare riguardo all'opinione del suo popolo e al sentimento della cristianità cattolica, la quale era tuttora ben poco preparata all'abolizione del potere temporale del papa. Tale era anche l'opinione dei più grandi italiani. Lo stesso Cavour aveva trattato con le Tuileries in questo senso. Certo, anche qui saltava fuori un'altra volta e sempre più l'incurabile contraddizione intima della politica napoleonica. Era palmare, che una nazione risorta testé a nuova vita non poteva rinunziare per sempre alla più gloriosa delle sue città, al focolare sacro della sua gloria antichissima. Un vero grande statista, che comprendesse la potenza della passione nazionale, e, insieme, volesse far ragione ai sentimenti del mondo cattolico, doveva movere dalla persuasione, che in un prossimo avvenire il potere temporale del papa sarebbe tramontato e Roma sarebbe toccata agl'italiani; e doveva solamente cercare d'impedire, che Roma divenisse la capitale d'Italia. Questo infelice disegno fantastico, che non poteva far di meglio che danneggiare il giovine stato, fu allora combattuto vivamente da d'Azeglio e altri leali patrioti, e forse lo avrebbe mandato a vuoto anche una politica francese saggia e generosa. Ma Napoleone, incapace d'intendere interamente le forze spirituali di questa rivoluzione, sperava sul serio, che il movimento unitario si sarebbe fermo e raccolto in venerazione davanti al potere temporale del papa. E costrinse quindi il governo di Vittorio Emmanuele a trasferire la capitale a Firenze, abbassandone in questo modo l'autorità agli occhi degli italiani, laddove solamente un governo forte avrebbe potuto osservare la Convenzione di settembre.
Il trattato era un puro espediente, giacché i due contraenti si riserbarono la mano libera pel caso di una insurrezione dei romani; contava però sul fatto, che durasse e che fosse rispettato. Perciò fu accolto con collera e indignazione in alta Italia; ché questa parte politicamente la più esperta degl'italiani sentì, che col trasferimento della capitale lo stato rinunziava per sempre o per lungo tempo a Roma. Solo la fantasia, poco abituata alla chiarezza, del Mezzogiorno menò gran giubilo: immaginò, che il trattato non fosse pensato seriamente. Quando poi il radicalismo imprese contro Roma un'immatura spedizione di conquista e il gabinetto di Firenze venne meno al dovere del patto, allora alla corte delle Tuileries il partito spagnuolo rialzò il capo, e il sommo sacerdote della religione dell'amore fece fucilare in massa la sua greggia dagli chassepots. A un tale spettacolo ribollì fieramente ogni cuore protestante e di nuovo si persuase dell'indicibile viltà di ogni teocrazia. Ma la colpa di quella atrocità non toccava solamente all'imperatore. Se pel vincitore di Solferino era funesto combattere gl'italiani, pure era impossibile all'imperatore dei francesi tollerare in silenzio l'infrazione aperta di un trattato conchiuso con la Francia. La ragione estrema di questa posizione insostenibile era riposta nelle condizioni interne dell'impero: nella lega con gli ultramontani, che una volta annodata non si poteva più sciogliere, e, altrettanto più, nell'invidioso puntiglio di predominio del popolo francese. I francesi salutarono la giornata di Mentana con una gioia schernitrice, che torna a loro ignominia. L'infame giubilo: les chassepots ont fait merveille, ripercoteva del resto sui tedeschi anche più che sugl'italiani. Giacché l'odio alla Germania attutiva ormai ogni altro sentimento: la Francia gongolava che la sua nuova arme fatata superasse il fucile ad ago dei tedeschi.
Così la politica italiana del bonapartismo, splendidamente incominciata, periva miserabilmente. Il liberatore della Lombardia era riguardato come il nemico mortale degl'italiani, e questa volta ben a ragione; perché la sua guarnigione a Roma era il cuneo di ferro che spaccava in due il giovine regno. Napoleone desiderava sempre la liberazione di Venezia; ma solamente l'imbastardita consorteria successa a Cavour gli prestava l'antico ossequio. In Italia saliva in considerazione il partito di azione, che un tempo la mano sovrana di Cavour teneva a segno; e predicava, che la questione romana non era più a risolvere coi mezzi morali, ma con la guerra alla Francia. I tentativi d'ingerenza di Napoleone durante la guerra boema incontrarono un freddo rifiuto presso la maggior parte degl'italiani: l'Italia non dalla sua mano voleva ricevere il Quadrilatero. La Santa Sede fu da allora il suo solo alleato; e gli rimase unicamente l'enimmatica speranza, che fosse forse per riuscire nell'incerto futuro un papa Bonaparte, che riconciliasse la Curia col suo tempo e col suo popolo. Il vincitore di Solferino era adesso il protettore del papa: l'imperatore cadde, e trascinò seco il papa re.
Nelle complicazioni d'Italia e d'Oriente Napoleone III aveva apportate alcune idee notevoli; e così pure le imprese oltremarine di quel tempo s'ispirano evidentemente a un pensiero serio. Non movevano puramente dal proposito di procurare all'esercito trionfi comodi e a buon mercato, di mostrare ancora una volta al mondo i britanni come i caudatari della Francia, di consentire all'impero di elevare a sé stesso il panegirico che le sue armate avevano vinto in quattro parti del mondo: ma anche di aprire nuovi sbocchi al commercio. I porti della China si schiudevano ai vascelli dei barbari dai capelli rossi, gli ambasciatori del Siam e del Giappone giravano per le corti di Occidente. Davanti a tali benefici l'Europa indulgente dimenticava volentieri, che i saccheggiatori unnici del gran tempio dei cinesi avevano aggiunto una nuova fronda a quella corona d'alloro, le cui foglie portavano scritti i nomi di Speyer, di Friburgo, di Worms e di Heidelberga deleta. L'imperatore, a quanto pare, era convertito all'opinione di Persigny: «la parte guerriera della Francia in Europa è terminata»: sperava di assicurare l'avvenire della sua Casa mercé i benefizi della pacifica espansione dei commerci.
Ma la potente età lanciò nuovi movimenti, che non ubbidivano alla direzione del bonapartismo. Prima di tutto l'insurrezione della Polonia. L'insinuazione saccente, se il dittatore Langievicz non stesse forse al servizio di Napoleone III, già da un pezzo oggi è soggiaciuta al riso meritato. «Dovrei», disse l'imperatore stesso, «riguardare la causa della Polonia come assai popolare in Francia, se arrischiassi per sua ragione la buona intesa con la Russia». Col fatto, questa amicizia con l'impero degli czar, rafforzata al Congresso di Parigi, garantiva allo stato napoleonico l'unico e solo appoggio straniero. Nondimeno, una volta posta la questione, e ridesto il fantastico entusiasmo della nazione per gli antichi alleati di Bonaparte, il napoleonide non poteva esimersi da una fastidiosa ingerenza. Così gli toccò di provare una insolente ripulsa e di assistere all'annientamento della Polonia. Cercò di medicare lo smacco invitando il 4 novembre 1863 i principi di Europa a congresso sulla Senna. «Due vie», esclamò, «stanno aperte: l'una con la riconciliazione e la pace mena al progresso, l'altra mena inevitabilmente alla guerra per la caparbietà di mantenere in vita un passato sommerso». Noi non crediamo che il cervello di un uomo di stato potesse sperare seriamente di levar di mezzo con una riunione diplomatica le formidabili questioni insolute della politica europea. Uno spettacolone, splendido riscontro al Congresso di Vienna, avrebbe dovuto rinsaldare novellamente la riputazione scossa dell'impero, ecco tutto. Ma solo una valutazione smodata della potenza della Francia poteva spingere Napoleone all'illusione, che i grandi potentati avrebbero preso parte ubbidiente alla gherminella. La ricusa dell'invito fu un'altra diffalta del bonapartismo.
Mentre l'imperatore lanciava in tal modo superbiose parole nel vuoto, aveva già posto mano all'impresa inesplicabile della sua vita, la spedizione del Messico. Uno scritto dilettantesco del pretendente già aveva trattato del grande avvenire dell'America centrale; e adesso l'indole appiccaticcia dell'uomo si lasciò ricondurre ai sogni della giovinezza dalle bugie dei profughi messicani e dalle suggestioni del partito spagnuolo alla corte. Non si sarebbe potuto dimostrare in modo più tagliente, che la Francia imperiale era uno stato incostituzionale. Laddove in quasi tutte le sue imprese guerresche l'imperatore si era prima assicurato l'appoggio del liberalismo, questa volta invece l'intrapresa scaturiva dalla volontà personale del despota. La nazione in principio tenne un contegno freddo, poi espresse unanimemente la sua riprovazione. La stessa armata non voleva saperne di trionfi nel paese della febbre; si è preteso perfino di aver sentito di tanto in tanto il grido di «viva la repubblica!» tra le truppe imbarcate pel Messico.
Al dispotismo, più agevolmente che al parlamento, era dato riconoscere ed emendare l'errore intrapreso; ma in questo mal tratto l'autocrata mostrò un incapamento incorreggibile. Anche dopo che l'onore delle armi francesi nel maggio del 1863 era stato ristabilito, la disperata faccenda fu trascinata per altri sei anni fino alla rotta completa. In Germania l'opinione pubblica, che spesso a quel tempo s'ingannava tondo sulle faccende estere, si era collocata dal principio in faccia alla guerra americana col giudizio manifesto: «il nostro idealismo non crederà mai alla vitalità degli stati schiavi inciviliti». Andava altrimenti in Francia e in Inghilterra: lì si ricordavano ancora delle tirate della stampa inglese contro «il tiranno sanguinario Lincoln, che non è stato mai un gentleman», e del grido di angoscia innalzato dal corpo legislativo dell'impero per la caduta di Richmond. Era destino dell'imperatore, cotesto, di partecipare questa volta all'opinione corrente, egli proprio che tanto spesso si era elevato sul suo popolo con la sua più libera concezione della grande politica. Il despota non poteva apprezzare di nuovo le forze morali nell'enorme campo di lotta. Credeva allo sfacelo dell'Unione, offendeva l'antico alleato della Francia senza sostenere efficacemente l'avversario. Lo zio un tempo aveva conchiuso con Monroe il trattato sulla Luigiana: alla corte del nipote l'orgogliosa dottrina «l'America agli americani» era tenuta una frase. Il predominio sulle nazioni latine, già mezzo giocato nelle lotte italiane, bisognava riconquistarlo nel nuovo Mondo. Ma l'Unione anche durante la guerra sosteneva con braccio gagliardo la dottrina di Monroe. Si sarebbe dovuto fondare un impero ereditario con la ben nota gerarchia dei consiglieri di stato, prefetti e sottoprefetti proprio in mezzo a quella vita di economia peonica del tropico, per cui l'unica forma possibile di stato è una gioconda alternazione di anarchia e di dittatura. Sciocchezze politiche inconcepibili, e rincarate, per giunta, dalla fondamentale immoralità dell'impresa. La tragedia raccapricciante, principiata tra i cedri del parco imperiale di Chatapultepec e terminata nei bastioni di Queretaro, rammemora quei giorni di Baiona, in cui lo zio svelò la nequizia diabolica della sua perfida natura.
Così, pel ruzzo di un despota, colarono le forze preziose dell'esercito e delle finanze. Principiò allora l'elevazione della Germania, e colpì al cuore le idee predilette dei francesi. Il regno borbonico aveva fondato il suo predominio esclusivamente sui frantumi della potenza tedesca, e la preponderanza innaturale della periferia poteva continuare esclusivamente finché durasse lo squarcio al centro del continente. Perciò tutti i partiti, compresi Persigny e gl'intimi dell'imperatore, erano concordi nell'avviso, che il nostro genio fosse nemico dell'unità e che il frastagliamento, la belle variété, della federazione degli stati tedeschi fosse la garanzia della pace del mondo. Il giudizio universale seguito sulla Germania si era formato nell'ultimo trentennio e fermato così: la Prussia rappresenta lo stato militare dispotico, gli stati della Confederazione del Reno rappresentano la patria della libertà tedesca. Lo sviluppo delle lotte di partito dei tempi successivi poteva appena intenderlo lo straniero, e meno di tutti il liberale francese; giacché questo si proponeva di limitare la eccessiva potenza del governo, noi, al contrario, guarire la debolezza della nostra vita pubblica per mezzo di un forte potere centrale. Di qua come di là, sopravviveva in talune particolari nature ghiribizzose l'umore acre dei vecchi tempi; e come a noi tedeschi toccò di udire dalla bocca di un esteta pieno d'ingegno l'affermazione, che la Francia non possiede una vera e propria lingua, e altre somiglianti assurdità di gusto teutonico vetusto, così anche la Francia vantava i suoi mangialemanni, cioè i Desbarolles e compagni. Ma tra i francesi colti continuava a predominare un'amicizia indulgente verso la Germania; né alcuno profondeva più elogi agrodolci alla nostra impenetrabile astuzia e alla recentemente scoperta prévoyance usuelle de l'Allemagne. Nel magnifico quadro del Congresso di Parigi di Dubufe i signori von Manteuffel e von Hatzfeldt sono meritamente meschini e cacciati nello sfondo. Era quello il posto che, secondo l'opinione dei francesi, competeva ai tedeschi nella grande politica europea.
La condotta di Napoleone fin dal principio del suo dominio corrispose a siffatte predisposizioni della nazione. Il nipote si era preparato alla politica sia italiana che tedesca con alcune idee dello zio. Arrotondare la Prussia tra il Settentrione e l'Oriente, non consentire a nessuno dei due maggiori stati della Confederazione una posizione dominante, assoggettare gli staterelli all'influenza della Francia, ridomandare quanto più era possibile della Germania occidentale per l'impero napoleonide: a cotesto, press'a poco, erano dirette le segrete speranze del nipote di Napoleone. Perciò, fin da presidente, si era affannato con vigile zelo a sventare lo sperato reame di settanta milioni di uomini del principe di Schwarzenberg; solerzia, la quale per l'appunto dimostrava quanto poco pizzicasse di cose tedesche: e perciò i suoi ambasciatori in tutte le piccole corti tedesche dovevano stimolare incessantemente la gelosia contro le due potenze direttrici della Confederazione. La storia delle segrete relazioni tra la Prussia e la Francia è tuttora al buio; ma dalle schiaccianti rivelazioni fatte al mondo dalla Prussia nel luglio del 1870 è lecito ravvisare con sicurezza, che la condotta di Napoleone verso di noi fu di gran lunga più sleale, di gran lunga più indegna di quanto tutti non credessero al tempo della guerra dello Schleswig-Holstein. Come lo zio, il nipote cercò prematuramente d'intendersi con la Prussia. Non più che un'occhiata alla carta germanica insegna, che la distribuzione territoriale del Congresso di Vienna non poteva durare, e che infallibilmente sarebbe stato tentato ancora una volta il fridericiano corriger la figure de la Prusse; e la Francia, quindi, avrebbe forse tratto vantaggio per sé dall'ambizione, alla quale per la sua situazione stessa lo stato prussiano era sforzato ad uniformarsi. Ma a tali disegni non diedero appicco la lealtà di Federico Guglielmo IV e l'indolenza del ministero Manteuffel.
Se ci è lecito prestar fede al carteggio di quel Tommaso Duncombe, che era sempre ai lati dell'imperatore, Napoleone già fin dal tempo delle complicazioni del Neuenburg si destreggiò per caso mai gli venisse fatto di ottenere di favore dai desiderii del re una striscia di territorio renano. La Prussia resistè alla tentazione, e l'imperatore decise la faccenda in nostro pregiudizio. Né la situazione, quando apparve a Parigi il nuovo ambasciatore von Bismarck, divenne più amichevole. La franchezza ardita e acutamente calcolata della grande Prussia era ritenuta dalla sempre strascicata e succhiellata politica napoleonica come una sventatezza studentesca; e alle Tuileries, dove non si aveva il minimo sentore della potenza sonnecchiante della Prussia, sorridevano dell'inflessibile orgoglio nazionale tedesco come di un vuoto sbraciamento. Cotesto vilipendio della Prussia era partecipato anche dagl'ingegni notabili della nazione. Io mi ricordo ancora volentieri delle conversazioni di quegli anni con un francese di elevata mente. Egli conosceva e amava la Germania, e c'intendevamo facilmente su tutte le questioni della vita intellettuale tedesca; ma come il discorso cadeva sopra «un certo grande stato dal quale voi, mon ami, vi aspettate tanto», allora il français né malin saltava fuori di botto in cattive spiritosità.