Greg. E come c’entra con la tua invenzione?
Erm. Voglio che il nome degli Ekdal torni ad essere onorato.
Greg. Nobile scopo.
Erm. Voglio salvare questo naufrago; egli ha sofferto troppo dal giorno in cui il giudice per la prima volta l’interrogò. — Hai visto poco fa quella pistola, con la quale noi tiravamo ai conigli; essa, vedi, ebbe una gran parte nella tragedia della nostra vita.
Greg. Quella pistola?
Erm. Quando il verdetto dei giurati condannò il luogotenente Ekdal alla galera, egli impugnò quell’arma, deciso di finirla con la vita....
Greg. Ebbene?
Erm. Non ne ebbe il coraggio. Fu un vile. Perduto, non gli rimaneva che di uccidersi. — Mi comprendi, Gregorio? Egli si vide crollare e avvenire e speranze di gloria, tutto. Comprendi tu, come un uomo in tali condizioni abbia preferito la vita alla morte?
Greg. Io sì lo comprendo.
Erm. E io no. Più tardi.... Egli era in galera.... E io ero solo, solo al mondo.... Oh! Quelli furono tristi anni, Gregorio; un giorno vinto dal dolore, mi chiusi in camera mia e mi puntai quella pistola al petto, ma.... il sole che entrava nella mia camera, il profumo primaverile che dalle finestre aperte saliva fino lassù alla mia stanzetta, il rumore delle voci argentine dei bambini arrivavano al mio orecchio, fecero sì che il mio braccio ricadde.... Che il colpo non partisse. Fui vile.... Io non so cosa provassi allora, non comprendevo che altri avessero a ridere mentre io piangevo; mi sentivo solo, abbandonato, dimenticato da tutti.... Volevo uccidermi, capisci.