Sig.ª Alving. Ma lascia, ti prego, la tua pipa, ragazzo mio, non voglio che ci sia fumo in questa stanza.
Osvaldo. Hai ragione. Volevo soltanto provarla. Vi fumai una volta sola allorchè ero piccino.
Sig.ª Alving. Davvero?
Osvaldo. Sì. Ero un bimbo allora. Mi ricordo che una sera entrai nella camera di mio padre e ch’egli era così gaio, così animato....
Sig.ª Alving. Ma che! Tu non puoi ricordarti di quell’epoca.
Osvaldo. Oh! Me ne ricordo benissimo. Egli mi prese sulle sue ginocchia e mi fece fumare nella sua pipa. «Fuma, fuma, ragazzo mio,» mi disse. E io fumai sinchè mi fu possibile, sinchè mi sentii impallidire e il sudore bagnarmi la fronte. Allora egli rise così di cuore....
Il Past. Strano, davvero!
Sig.ª Alving. Amico mio, dev’essere un sogno di Osvaldo questo.
Osvaldo. No, mamma, non è un sogno. Tant’è vero — te ne ricordi? — che tu sei entrata e m’hai portato nella mia cameretta; là mi sono sentito male e ricordo anche d’averti veduta piangere. Ma il papà soleva fare di simili scherzi.
Il Past. Nella sua gioventù egli era molto allegro.