— E che m'importa? rispose Marziale; madama di Soulanges vale dei milioni.

Alla fine di quella contradanza, più di un bisbiglio susurrò a più di un orecchio. Le donne meno belle facevano della morale coi loro ballerini a proposito dei vincolo nascente fra Marziale e la contessa di Soulanges. Le più belle erano sbalordite da una tale facilità. Gli uomini non concepivano la fortuna del piccolo referendario nel quale non trovavano nulla di molto seducente. Alcune donne indulgenti dicevano che non bisognava precipitare un giudizio sulla contessa; i giovani sarebbero bene infelici se uno sguardo espressivo od alcuni passi eseguiti con grazia fossero sufficienti per compromettere una donna. Marziale solo conosceva la portata della sua felicità. All'ultima figura, quando le dame della quadriglia vennero a fare il molinello, le sue dita strinsero quelle della contessa, e gli parve sentire attraverso la pelle fina e profumata dei guanti che le dita della giovane rispondessero all'amoroso suo appello.

— Madama, le disse nel punto in cui finì la contradanza, non tornate in quell'angolo odioso dove avete finora seppellito la vostra figura e la vostra toeletta. L'ammirazione è il solo profitto che possiate ritrarre dai diamanti che ornano il vostro collo così bianco e le vostre treccie così bene ordinate? Venite a fare una passeggiata nelle sale e godervi della festa e di voi stessa.

Madama de Soulanges seguì il suo seduttore, il quale pensava che gli sarebbe più certamente appartenuta, se fosse riuscito a metterla in pubblico. Ambedue fecero allora alcuni giri attraverso i gruppi, che ingombravano le sale del palazzo. La contessa di Soulanges, inquieta, si arrestava un momento prima di entrare in ciascuna sala, e non vi penetrava se non dopo aver teso il collo per gettare uno sguardo su tutti gli uomini. Questa paura, che colmava di gioja il referendario, non pareva calmata se non quando egli aveva detto alla tremante sua compagna: — Rassicuratevi, non c'è. Giunsero così fino ad un'immensa galleria di quadri, situata in un'ala del palazzo, e donde si godeva in anticipazione del magnifico aspetto di un desco preparato per trecento persone. Siccome la cena stava per cominciare, Marziale trascinò la contessa verso un gabinetto ovale che prospettava sui giardini, ove i fiori più rari ed alcuni arbusti formavano un boschetto profumato sotto brillanti tappezzerie azzurre. Il mormorio della festa la veniva a morire. Entrandovi la contessa trasalì, e rifiutò ostinatamente di seguirvi il giovane: ma dopo aver gettati gli occhi sopra uno specchio, senza dubbio vi vide dei testimonii, giacchè andò a sedersi con abbastanza disinvoltura sopra un'ottomana.

— Questo gabinetto è delizioso, ella disse ammirando una tappezzeria color del cielo tempestata di perle.

— Tutto vi respira amore e voluttà, disse il giovane estremamente commosso.

Col favore della luce misteriosa che vi regnava guardò la contessa e sorprese sulla sua fisionomia dolcemente agitata un'espressione di imbarazzo, di pudore, di desiderio, che lo incantò. La giovine donna sorrise, e quel sorriso sembrò ponesse una fine alla lotta dei sentimenti che si urtavano nel suo cuore, prese col modo più seducente la mano sinistra del suo adoratore, e ne levò l'anello sul quale aveva fermata l'attenzione.

— Il bel diamante! esclamò coll'ingenuo accento d'una giovinetta che lascia travedere le lusinghe d'un primo tentativo.

Marziale, commosso dalla carezza involontaria ma inebbriante che la contessa gli aveva fatto levandogli il brillante, fissò su di lei sguardi scintillanti come l'anello.

— Portatelo, le disse, in ricordo di quest'ora celeste e per amore di...