Quando Don Giovanni ebbe chiusa la porta della sala, camminò in una lunga galleria altrettanto fredda quanto oscura, e si sforzò di assumere un'apparenza teatrale; pensando alla sua parte di figlio aveva buttata via col tovagliolo la mattana. La notte era nera. Il servitore silenzioso che conduceva il giovine verso una camera mortuaria, faceva scarsamente lume al suo padrone, di modo che la morte, ajutata dal freddo, dal silenzio, dall'oscurità, per una reazione d'ubbriacatura forse, potè insinuare alcune riflessioni nell'animo di questo dissipatore, che interrogò la sua vita e divenne pensieroso come un uomo sotto processo che s'incammina al tribunale.
Bartolomeo Belvidero padre di Don Giovanni era un vecchio nonagenario che aveva passata la maggior parte della sua vita nei traffichi mercantili. Avendo spesso attraversati i magici paesi dell'Oriente, aveva acquistate immense ricchezze e cognizioni, come egli diceva, più preziose dell'oro e dei diamanti dei quali allora più non si curava. — Preferisco un dente ad un rubino ed il potere al sapere, diceva qualche volta sorridendo. Questo buon padre si compiaceva nell'udire Don Giovanni raccontargli una scappata giovanile, e diceva con aria maligna prodigandogli l'oro: Mio caro figlio, non fare altre sciocchezze che quelle le quali ti divertiranno. — Era il solo vecchio che provasse piacere a vedere un giovane; l'amor paterno lo illudeva nella contemplazione di una vita così brillante. All'età di sessant'anni Belvidero si era innamorato di un angelo di pace e di bellezza. Don Giovanni era stato il solo frutto di questo tardo e passeggero amore. Dopo quindici anni il buon uomo deplorava la perdita della sua cara Juana. I numerosi suoi servitori e suo figlio attribuivano a questo dolore del vecchio le singolari abitudini che aveva contratte. Rifugiato nell'ala più incomoda del suo palazzo, Bartolomeo non ne usciva che assai di rado, e Don Giovanni stesso non poteva penetrare nell'appartamento di suo padre senza averne ottenuto il permesso. Se questo volontario anacoreta andava e veniva nel palazzo, o per le vie di Ferrara, pareva in cerca di cosa che gli mancasse; camminava tutto impensierito, indeciso, preoccupato come un uomo in lotta con un'idea o con un ricordo. Mentre il giovane dava delle feste sontuose, ed il palazzo rimbombava degli scoppii della sua gioja, i cavalli scalpitavano nelle corti e i paggi questionavano giocando ai dadi sui gradini, Bartolomeo mangiava sette oncie di pane al giorno e beveva dell'acqua. Se gli occorreva un po' di pollame, era per darne le ossa ad un barbone nero, suo fedel compagno. Durante la malattia, se il suono del corno e gli abbajamenti dei cani lo sorprendevano nel sonno, si accontentava di dire: — Ah! è Don Giovanni che rincasa.
Su questa terra non si era mai incontrato un padre così comodo e così indulgente, quindi il giovane Belvidero, avvezzo a trattarlo senza complimenti, aveva tutti i difetti dei fanciulli viziati; viveva con Bartolomeo come una cortigiana capricciosa vive con un antico amante, facendo passare un'impertinenza con un sorriso, vendendo il suo buon umore e lasciandosi amare. Ricostruendo mentalmente il quadro dei suoi anni giovanili, Don Giovanni si accorse che gli sarebbe stato difficile trovare in difetto la bontà di suo padre. Sentendo in fondo al cuore nascere un rimorso, nel momento in cui attraversava la galleria, si sentì quasi spinto a perdonare a Belvidero d'aver vissuto così a lungo. Tornava a sentimenti di pietà filiale, come un ladro diventa uomo onesto per il possibile godimento di un milione bene occultato. In breve il giovane attraversò le alte e fredde sale che componevano l'appartamento di suo padre. Dopo aver provato gli effetti d'un'atmosfera umida, respirata l'aria densa, l'odore stantìo che esalava dalle vecchie tappezzerie e dagli armadii coperti di polvere, si trovò nell'antica camera del vecchio, davanti a un letto nauseabondo, presso un focolare quasi spento. Una lampada posta sopra un tavolo di forma gotica, gettava a intervalli ineguali degli sprazzi di luce più o meno forti sul letto e mostrava così la figura del vecchio sotto aspetti sempre diversi. Il freddo fischiava attraverso le finestre mal chiuse; e la neve sferzando i vetri produceva uno strepito sordo. Questa scena faceva un contrasto così spiccato con quella che Don Giovanni aveva lasciata, che non potè a meno di trasalire. Poi ebbe freddo quando, avvicinandosi al letto, un barbaglio abbastanza violento di luce, spinto da un soffio di vento, illuminò la testa di suo padre; i lineamenti ne erano scomposti, la pelle aderente alle ossa aveva delle tinte verdognole che la bianchezza del guanciale su cui riposava il vegliardo rendeva ancora più orribili; contratta dal dolore, la bocca semichiusa e priva di denti lasciava passare alcuni sospiri la cui lugubre energia era sostenuta dagli urli della tempesta. Ad onta di questi segni di distruzione, su quella testa splendeva un carattere incredibile di potenza. Uno spirito superiore vi combatteva la morte. Gli occhi, infossati dalla malattia, avevano una fissità singolare. Pareva che Bartolomeo cercasse col suo sguardo di morente di uccidere un nemico steso ai piedi del suo letto. Quello sguardo fisso e freddo era tanto più spaventoso, in quanto che la testa restava in una immobilità simile a quella dei cranii posti sulle tavole dei medici. Il corpo, nettamente disegnato dalle coperte del letto, annunziava che le membra del vecchio avevano la stessa rigidezza. Tutto era morto, meno gli occhi. I suoni poi che uscivano dalla bocca avevano qualche cosa di meccanico. Don Giovanni provò una certa vergogna di arrivare al letto di suo padre morente conservando sul petto il mazzolino di una cortigiana, e portandovi i profumi di una festa ed il sentore del vino.
— Tu ti divertivi! sclamò il vecchio, vedendo suo figlio.
Nello stesso momento la voce pura e leggiera d'una cantante che rallegrava i convitati, fortificata dagli accordi della viola sulla quale si accompagnava, dominò i rantoli dell'uragano, e risuonò fino in quella funebre stanza. Don Giovanni voleva non intendere quella selvaggia affermazione data a suo padre.
Bartolomeo disse: — Non te ne faccio un carico, figliuol mio.
Questa parola piena di dolcezza fece male a Don Giovanni, che non perdonò a suo padre quella pungente bontà. — Che rimorso per me, padre mio! gli disse ipocritamente. — Povero Juanino, rispose il morente con voce sorda, sono sempre stato così buono con te, che tu non desidererai la mia morte? — Oh, sclamò Don Giovanni, se fosse possibile rendervi la vita dandovi una parte della mia! (Queste cose si possono sempre dire, pensava lo scialacquatore; gli è come se offrissi il mondo alla mia amante.) Appena finito il suo pensiero, il barbone abbajò. Quella voce intelligente fece fremere Don Giovanni: credette di essere stato compreso dal cane. — Sapeva bene, figlio mio, che potevo contare su di te, gridò il moribonda Io vivrò. Va, tu sarai contento. Vivrò, ma senza toglierti un giorno di quelli che ti appartengono. — Ha il delirio, disse fra sè Don Giovanni. Poi aggiunse a voce alta: Si, caro padre, voi vivrete certo, tanto come me, giacchè la vostra imagine sarà continuamente nel mio cuore. — Non si tratta di questa vita, disse il vecchio signore raccogliendo le sue forze per mettersi a sedere, giacchè fu agitato da uno di quei sospetti che non nascono se non sotto il capezzale dei morenti. Ascolta, figlio mio, continuò con una voce affievolita da quest'ultimo sforzo, io non ho maggior voglia di morire che tu non l'abbia di far senza innamorate, vino, cavalli, falconi, cani ed oro. — Lo credo bene, pensò il figlio inginocchiandosi davanti al letto e baciando una delle mani cadaveriche di Bartolomeo. Ma, riprese a dire, padre mio, mio caro padre, bisogna sottomettersi alla volontà di Dio! — Dio son io, replicò il vecchio brontolando. — Non bestemmiate! gridò il giovane vedendo l'aria minacciosa che assunsero i tratti di suo padre. Guardatevene bene; avete ricevuta rastrema unzione ed io non potrei più consolarmi, se vi vedessi morire in peccato. — Vuoi ascoltarmi? gridò il morente ringhiando.
Don Giovanni tacque. Regnò un orribile silenzio. Attraverso i pesanti fischi della neve, gli accordi della viola e la voce deliziosa arrivarono ancora, deboli come lo spuntare del giorno. Il moribondo sorrise. — Ti ringrazio di aver invitato delle cantanti, d'aver condotto della musica. Una festa, delle donne giovani e belle, bianche coi capelli neri! tutti i piaceri della vita. Falle restare, io sto per rinascere. — Il delirio è al colmo, disse Don Giovanni. — Ho scoperto un mezzo per risuscitare. Guarda! Cerca nel cassetto del tavolo, l'aprirai spingendo una molla nascosta dal grifone. — Ci sono, padre mio.
— Là, bravo, prendi una boccettina di cristallo di rocca.
— Eccola. — Ho impiegato venti anni a.... In quel momento il vecchio sentì avvicinarsi la sua fine, e raccolse tutta la sua energia per dire: appena avrò reso l'ultimo sospiro, mi strofinerai tutto con quell'acqua, ed io risusciterò. — Ve n'è ben poca replicò, il giovane.