Se Bartolomeo non poteva più parlare, aveva ancora la facoltà di intendere e di vedere; a quelle parole volse la testa verso Don Giovanni con un movimento spaventosamente brusco; il suo collo restò torto come quello di una statua di marmo dal pensiero dello scultore condannata a guardare da un lato: i suoi occhi ingranditi contrassero una ributtante immobilità. Era morto, morto perdendo la sua sola, la sua ultima illusione. Cercando un asilo nel cuore di suo figlio, vi trovava una tomba più vuota di quella che di solito gli uomini fanno ai loro morti. Quindi i suoi capelli furono sparpagliati dall'orrore, ed il suo sguardo convulso parlava ancora. Era un padre che si levava dal suo sepolcro per domandare vendetta a Dio! — To'! il buon uomo è finito, esclamò Don Giovanni.
Nella premura di presentare alla luce della lampada la boccetta misteriosa, come un bevitore consulta la sua bottiglia alla fine del pranzo, non aveva veduto imbianchire l'occhio di suo padre. Il cane estatico contemplava alternativamente il padrone morto e l'elisir, come Don Giovanni guardava tratto tratto suo padre e la fiala. La lampada gettava delle fiamme ondeggianti. Il silenzio era profondo, la viola muta. Belvidero trasalì credendo di vedere suo padre che si muoveva. Intimidito dall'espressione fredda dei suoi occhi accusatori, li chiuse, come avrebbe spinta una persiana mossa dal vento in una notte d'autunno. Si tenne ritto, immobile, ingolfato in un mondo di pensieri. Tutto ad un tratto uno strepito aspro, simile allo stridore di una molla irrugginita, ruppe quel silenzio. Don Giovanni, sorpreso, per poco non lasciò cadere la boccetta. Un sudore più freddo dell'acciajo d'un pugnale, esci dai suoi pori. Un gallo di legno dipinto si alzò al di sopra di un orologio e cantò tre volte. Era una di quelle macchine ingegnose coll'ajuto delle quali i dotti di quell'epoca si facevano svegliare all'ora fissata pei loro lavori. L'alba tingeva già in rosso le finestre. Don Giovanni aveva passate dieci ore a riflettere. Il vecchio orologio era più fedele al suo servizio ch'egli non lo fosse nel compimento dei suoi doveri verso Bartolomeo. Quel meccanismo si componeva di legno, di molle, di corde, di ruote, mentre egli aveva quel meccanismo particolare all'uomo che chiamasi un cuore. Per non esporsi più a perdere il misterioso liquore, lo scettico Don Giovanni lo ricollocò nel cassetto della piccola tavola gotica. In quel momento solenne udì nelle gallerie un sordo tumulto; erano voci confuse, risa soffocate, passi leggieri, fruscii di seta, insomma lo strepito di una allegra brigata che cerca di raccogliersi.
La porta si aperse, ed il principe, gli amici di Don Giovanni, le sette cortigiane, le cantatrici, apparvero nello strano disordine in cui si trovano delle danzatrici sorprese dal chiarore del mattino, quando il sole lotta colle fiamme delle candele che impallidiscono. Arrivavano tutti per dare al giovine ereditiero le consolazioni d'uso. — Oh! oh! il povero Don Giovanni avrebbe dunque presa sul serio questa morte? disse il principe all'orecchio della Brambilla. — Ma suo padre era un gran buon uomo, ella rispose.
Le meditazioni notturne di Don Giovanni avevano impressa sui suoi lineamenti un'espressione così singolare, che impose silenzio a quel gruppo. Gli uomini restarono immobili. Le donne, i cui labbri erano arsi dal vino, le cui gote erano chiazzate dai baci, si inginocchiarono e si misero a pregare. Don Giovanni non potè a meno di trasalire vedendo gli splendori, le gioje, le risa, i canti, la gioventù, la bellezza, il potere, tutte le personificazioni della vita, prosternarsi così davanti alla morte. Ma in questa adorabile Italia, stravizzo e religione si accoppiavano allora così bene, che la religione era uno stravizzo, lo stravizzo una religione. Il principe strinse affettuosamente la mano a Don Giovanni, poi tutte le faccie avendo formulata simultaneamente la stessa smorfia tra la tristezza e l'indifferenza, quella fantasmagoria disparve lasciando vuota la sala. Un bel quadro della vita! Discendendo le scale il principe disse alla Roverbella: — Eh! chi avrebbe creduto Don Giovanni uno spaccone d'empietà! Ama suo padre! — Avete osservato il cane nero? chiese la Brambilla. — Eccolo immensamente ricco, soggiunse sospirando la Bianca Cavatoline. — Che m'importa? sclamò la fiera Varenese, quella che aveva spezzata la scatola da confetti. — Come? Che t'importa? esclamò il duca. Coi suoi scudi adesso è altrettanto principe quanto lo sono io.
Da principio Don Giovanni, agitato da mille pensieri, ondeggiò fra diversi partiti. Dopo avere consultato il tesoro ammassato da suo padre, tornò la sera nella camera mortuaria coll'anima gonfia di un terribile egoismo. Trovò nell'appartamento tutte le persone della casa occupate a disporre gli ornamenti del letto di parata sul quale fu monsignore doveva essere espostoli giorno dopo, in mezzo ad una superba camera ardente, curioso spettacolo che tutta Ferrara doveva venire ad ammirare. Don Giovanni fece un segno, ed i suoi uomini si fermarono tutti, interdetti, tremanti. — Lasciatemi solo qui, disse con voce alterata, non vi ritornerete che al momento in cui io uscirò.
Quando non risuonarono più che debolmente i passi del vecchio servitore che se ne andava per l'ultimo, Don Giovanni chiuse affrettatamente la porta, e, sicuro d'essere solo, esclamò: — Proviamo!
Il corpo di Bartolomeo era steso su una lunga tavola. Per togliere agli occhi di tutti lo schifoso spettacolo di un cadavere che l'estrema decrepitezza e la magrezza rendevano simile ad uno scheletro, gli imbalsamatori avevano gettato sul corpo un drappo che l'avviluppava, meno la testa. Quella specie di mummia giaceva nel mezzo della camera ed il drappo, naturalmente morbido, ne disegnava vagamente le forme, ma acute, stecchite, gracili. Il volto era già segnato da larghe chiazze violacee che indicavano la necessità di completare l'imbalsamazione. Ad onta dello scetticismo di cui era armato, Don Giovanni tremò sturando la magica fiala di cristallo. Quando arrivò presso alla testa, fu anzi costretto di attendere un istante, tanto tremava. Ma quel giovane era stato di buon'ora sapientemente corrotto dai costumi d'una corte dissoluta; una riflessione degna del duca d'Urbino venne a dargli un coraggio eccitato da un vivo sentimento di curiosità; gli sembrava anzi che il demonio gli avesse suggerito queste parole che rimbombarono nel suo cuore: Imbevigli un occhio! Prese un pannolino e dopo averlo con parsimonia intinto nel prezioso liquore, lo passò leggiermente sulla pupilla destra del cadavere. L'occhio si aperse. — Ah! ah! disse Don Giovanni stringendo in pugno la boccetta, come noi stringeremmo in sogno il ramo al quale siamo sospesi al di sopra di un precipizio.
Vedeva un occhio pieno di vita, un occhio di fanciullo in una testa da morto; la luce vi tremolava in mezzo ad un fluido giovanile e, protetto da belle ciglia nere, scintillava simile a quei lumi isolati che il viaggiatore vede in una campagna deserta nelle sere d'inverno. Quell'occhio fiammeggiante pareva volesse slanciarsi su Don Giovanni, e pensava, accusava, condannava, minacciava, giudicava, parlava. Vi si agitavano tutte le passioni umane. Erano le preghiere più tenere; una collera di re, poi l'amore di una giovinetta che chiede grazia ai suoi carnefici; finalmente lo sguardo profondo che getta un uomo nel salire l'ultimo gradino del patibolo. Scintillava tanta vita in quel frammento di vita, che Don Giovanni spaventato rinculò, passeggiò per la camera, senza osare di mirare quell'occhio che rivedeva sulle pareti, sulle tappezzerie. La camera era seminata di punte piene di fuoco, di vita, d'intelligenza. Dappertutto brillavano degli occhi che gli abbajavano dietro. — Sarebbe risuscitato per altri cento anni, gridò involontariamente quando, ricondotto davanti a suo padre da un'influenza diabolica, contemplò quella scintilla luminosa.
Tutto ad un tratto la pupilla intelligente si chiuse e si riaperse subitanea, come quella di una donna che acconsente. Se una voce avesse gridato: «Sì!» Don Giovanni non ne avrebbe provato maggior spavento. — Che fare? pensò. — Sì, disse l'occhio ammiccando con una sorprendente ironia. — Ah! ah! gridò Don Giovanni, v'è della stregoneria. E s'avvicinò all'occhio per schiacciarlo. Una grossa lagrima rotolò sulle guancie appassite del cadavere, e cadde sulla mano di Belvidero. — Scotta, gridò egli sedendo.
Questa lotta l'aveva estenuato come se, a somiglianza di Giacobbe, avesse combattuto contro un angelo.