Finalmente si alzò dicendo: — Purchè non si versi sangue! Poi, raccogliendo quel tanto di coraggio che basta per essere vile, schiacciò l'occhio, comprimendolo con un pannolino, ma senza guardarlo. Si udì un gemito, inatteso, ma terribile. Il povero barbone spirava urlando. — Che sia a parte del segreto? si domandò Don Giovanni guardando la bestia fedele.
Don Giovanni Belvidero passò per un figlio pio. Inalzò un monumento di marmo bianco sulla tomba di suo padre, ed affidò l'esecuzione delle sue statue ai più celebri artisti dell'epoca. Non fu perfettamente tranquillo se non il giorno in cui la statua paterna, inginocchiata davanti alla religione, impose l'enorme suo peso su quella fossa, in fondo alla quale seppellì il solo rimorso che avesse sfiorato il suo cuore nei momenti di fisica stanchezza. Inventariando le immense ricchezze ammassate dal vecchio orientalista, Don Giovanni divenne avaro; non aveva da provvedere a due vite umane? Il suo sguardo profondamente scrutatore penetrò nel principio della vita sociale, ed abbracciò tanto meglio il mondo, in quanto lo vedeva attraverso una tomba. Analizzò gli uomini e le cose, per finirla in una volta col passato rappresentato dalla storia, col presente raffigurato dalla legge, coll'avvenire svelato dalla religione. Prese l'anima e la materia, le gettò in un crogiuolo, non vi trovò nulla, e da allora divenne Don Giovanni!
Padrone delle illusioni della vita, si lanciò giovine e bello nella vita, sprezzando il mondo, ma facendosene padrone. La sua felicità non poteva essere quella felicità borghese che si pasce di un lesso periodico, d'un buon scaldaletto per l'inverno, d'una lampada per la notte e di pantofole nuove ogni trimestre. No, egli non si impadronì dell'esistenza come una scimia che afferra una noce, e senza trastullarsi a lungo, spogliò saggiamente i volgari involucri del frutto per gustarne la polpa saporita.
La poesia ed i sublimi trasporti della passione umana non gli vennero più tra i piedi. Non commise l'errore di quegli uomini potenti i quali, imaginando talvolta che le piccole anime credano alle grandi, si avvisano di scambiare gli alti pensieri dell'avvenire colla moneta spicciola delle nostre idee vitalizie. Egli ben poteva come essi camminare i piedi sulla terra, la testa nei cieli; ma amava meglio stare seduto ed asciugare col suoi baci più di un labbro di donna tenera, fresca e profumata; giacchè simile alla morte, dove passava divorava tutto senza pudore, volendo un amore di possesso, un amore orientale dai piaceri lunghi e focili. Non amando nelle donne che la donna, si fece dell'ironia un abito naturale all'anima sua. Quando le sue amanti si servivano di un letto per salire al cielo, ove andavano a perdersi in un'estasi delirante, Don Giovanni ve le seguiva, grave, espansivo, sincero quanto può esserlo uno studente tedesco. Ma diceva io, quando la sua innamorata, folle, smarrita, diceva noi! Sapeva mirabilmente lasciarsi trascinare da una donna. Era sempre abbastanza forte per lasciarle credere che tremava come un giovine collegiale che in un ballo dice alla sua prima ballerina: «Amate la danza?» Ma sapeva anche ruggire a proposito, sfoderare la potente sua spada e sfracellare i commendatori. V'era dello scherno nella sua semplicità e del riso nelle sue lagrime, giacchè sapeva piangere come una donna quando dice a suo marito: «Regalami carrozza e cavalli, o muojo tisica.» Pei negozianti il mondo è una balla o una massa di biglietti in circolazione; per la maggior parte dei giovani è una donna; per alcune donne è un uomo; per certi individui è un salone, una consorteria, un quartiere, una città; per Don Giovanni l'universo era lui. Modello di grazia e di nobiltà, d'uno spirito seducente, attaccò la sua barca a tutte le rive; ma facendosi condurre non andava che dove voleva essere condotto. Più visse, più dubitò. Esaminando gli uomini indovinò spesso che il coraggio era temerità; la prudenza poltroneria; la generosità astuzia; la giustizia un delitto; la delicatezza una ingenuità; la probità un'organizzazione; e per una fatalità singolare si accorse che le persone veramente probe, delicate, giuste, generose, prudenti e coraggiose, non godevano presso gli uomini considerazione di sorta. Che gelido scherzo! si disse. Non viene da un Dio. Ed allora, rinunciando ad un mondo migliore, non si levò mai il cappello udendo pronunciare un nome e considerò i santi di pietra nelle chiese come opere d'arte. In tal modo, comprendendo il meccanismo delle società umane, non urtava mai troppo i pregiudizii, perchè non era tanto potente come il carnefice; ma maneggiava le leggi sociali con quella grazia e quello spirito così ben resi nella scena con Monsieur Dimanche. Fu infatti il tipo del Don Giovanni di Molière, del Faust di Goethe, del Manfredo di Byron o del Melmoth di Maturin. Grandi imagini tracciate dai più grandi genii d'Europa, ed ai quali non mancarono gli accordi di Mozart come forse la lira di Rossini. Imagini terribili che il principio del male, esistente nell'uomo, fa eterne, e delle quali di secolo in secolo si ritrovano alcuni esemplari; sia che questo tipo entri a trattare cogli uomini incarnandosi in Mirabeau, sia che si accontenti di agire in silenzio come Bonaparte, o di conglobare l'universo in un'ironia come il divino Rabelais; oppure anco sia che rida degli esseri invece di insultare le cose, come il maresciallo di Richelieu; e meglio ancora, sia che si burli degli uomini e delle cose come il più celebre dei nostri ambasciatori. Ma il genio profondo di Don Giovanni Belvidero riassunse, in anticipazione, tutti questi genii. Si burlò di tutto. La sua vita era uno scherno che comprendeva uomini, cose, instituzioni, idee. Quanto all'eternità, aveva chiacchierato famigliarmente una mezz'ora col papa Giulio II ed alla fine della conversazione gli disse ridendo: — Se bisogna assolutamente scegliere, amo meglio credere a Dio che al diavolo; la potenza unita alla bontà offre sempre più risorse che il genio del male. — Sì un Dio, vuole che si faccia penitenza in questo mondo... — Voi dunque pensate sempre alle vostre indulgenze? rispose Belvidero. Ebbene! per pentirmi dei falli della prima mia vita, ho in riserva tutta un'esistenza. — Ah! se intendi così la vecchiaja, esclamò il papa, arrischii di essere canonizzato. — Dopo il vostro inalzamento al soglio pontificio si può credere qualunque cosa.
E se ne andarono a vedere gli operaj occupati a costruire l'immensa basilica consacrata a san Pietro. — San Pietro è l'uomo di genio che ci ha costituito il nostro doppio potere, disse il papa a Don Giovanni, e merita questo monumento. Ma alle volte, di notte, penso che un diluvio passerà la spugna su di ciò e bisognerà ricominciare...
Don Giovanni ed il papa si misero a ridere: si erano intesi. Uno sciocco sarebbe andato il giorno dopo a divertirsi con Giulio II da Raffaello, o nella deliziosa villa Madama; ma Belvidero andò a vederlo officiare pontificalmente per convincersi dei suoi dubbii. In un'orgia La Rovere avrebbe potuto smentirsi e commentare l'Apocalisse.
Ad ogni modo questa leggenda non fu intrapresa per fornire materiali a quelli che volessero scrivere delle memorie sulla vita di Don Giovanni; è destinata a provare agli uomini onesti che Belvidero non è morto nel suo duello con una pietra, come vogliono far credere alcuni litografi. Allorchè Don Giovanni Belvidero raggiunse l'età di 60 anni, venne a stabilirsi in Ispagna.
Là, nella sua tarda età, sposò una bella ed incantevole andalusa. Ma, per calcolo, non fu nè buon padre, nè buon marito. Aveva osservato che non siamo mai amati teneramente se non dalle donne delle quali non ci curiamo più che tanto. Dona Elvira, santamente allevata da una vecchia zia nel fondo dell'Andalusia, in un castello a poche leghe da San Lucar, era tutta abnegazione e grazia. Don Giovanni indovinò che quella giovinetta sarebbe donna da combattere lungamente una passione prima di cedervi; sperò quindi poterla conservare virtuosa fino alla sua morte. Fu uno scherzo serio, una partita a scacchi che voleva riservarsi di giuocare negli ultimi suoi giorni. Forte di tutti gli errori commessi da suo padre Bartolomeo, Don Giovanni risolse di far servire le minime azioni della sua vecchiaja alla riescita del dramma che doveva compiersi al suo letto di morte. Quindi la maggior parte delle sue ricchezze restò sepolta nelle cantine del suo palazzo a Ferrara, ove andava di raro. Quanto all'altra metà della sua sostanza, fu collocata a vitalizio, per interessare alla durata della sua vita la moglie ed i figli, specie di astuzia che suo padre avrebbe dovuto usare; ma questa speculazione machiavellica non gli fu molto necessaria. Il giovine Filippo Belvidero suo figlio divenne uno spagnuolo così conscienziosamente religioso quanto suo padre era empio, in virtù forse del proverbio: a padre avaro figliuol prodigo. L'abate di San Lucar fu scelto da Don Giovanni per dirigere le conscienze della duchessa di Belvidero e di Filippo. Questo ecclesiastico era un sant'uomo, bello della persona, mirabilmente proporzionato, che aveva dei begli occhi neri, una testa alla Tiberio, logorata dai digiuni, bianca di macerazioni, e giornalmente tentato come lo sono tutti i solitarii. Il vecchio signore sperava forse di potere uccidere anche un frate prima di fluire la prima locazione della sua vita. Ma sia che l'abate fosse abbastanza forte quanto poteva esserlo lo stesso Don Giovanni, sia che Dona Elvira avesse più prudenza o virtù che la Spagna non accordi alle donne, Don Giovanni fu costretto a passare i suoi ultimi giorni come un vecchio curato di campagna senza scandali in casa. Alle volte si divertiva a trovare il figlio o la moglie in fallo nei doveri di religione, e voleva imperiosamente che eseguissero tutte le obbligazioni imposte ai fedeli della corte di Roma. Finalmente non era mai tanto felice come quando udiva il galante abate di San Lucar, Dona Elvira e Filippo occupati a discutere un caso di conscienza.
Intanto, ad onta delle cure prodigiose che il signor Don Giovanni Belvidero metteva per la propria conservazione, i giorni della decrepitezza arrivarono; con quell'età dolorosa vennero gli strilli dell'impotenza, strilli tanto più strazianti, quanto più ricchi erano i ricordi della sua bollente giovinezza, e della sua voluttuosa maturità. Quest'uomo in cui l'ultimo grado dell'ironia era di impegnare gli altri a credere alle leggi ed ai principii dei quali egli si burlava, si addormentava la sera su un forse! Questo modello di buon genere, questo duca, vigoroso in un'orgia, superbo alle corti, grazioso colle donne, i cui cuori erano stati da lui torti come un villano torce un laccio di vimini, quest'uomo di genio aveva un catarro ostinato, una sciatica importuna, una gotta brutale. Vedeva che i suoi denti l'abbandonavano, come alla fine di una serata, le dame più bianche, le meglio abbigliate se ne vanno ad una ad una lasciando la sala deserta e smobiliata. Finalmente le ardite sue mani tremarono, le sue svelte gambe vacillarono, ed alla sera l'apoplessia gli serrò il collo colle sue mani adunche e glaciali. Da quel giorno fatale divenne torbido e duro. Accusava la devozione di suo figlio e di sua moglie, pretendendo a volte che non gli prodigassero le loro cure toccanti e delicate colla voluta tenerezza se non perchè aveva fatto vitalizio di tutta la sua sostanza. Elvira e Filippo versavano allora lagrime amare e raddoppiavano le carezze al malizioso vecchio la cui voce arrocata si faceva affettuosa per dir loro: — Amici miei, mia cara moglie, mi perdonate, non è vero? Io vi tormento un poco. Ahimè! Gran Dio! come si servì di me per provare queste due creature celesti! Io, che dovrei essere la loro gioja, sono il loro flagello. — Così li incatenò ai piedi del suo letto, facendo loro dimenticare dei mesi intieri di impazienza e di crudeltà con un'ora in cui per essi spiegava i tesori sempre nuovi della sua grazia e di una falsa tenerezza. Sistema paterno che gli riescì infinitamente meglio di quello che suo padre aveva usato con lui. Finalmente arrivò a tal grado di malattia che per metterlo a letto bisognava manovrarlo come una feluca che entra in un canale pericoloso. Poi il giorno della morte arrivò. Questo brillante e scettico personaggio, la cui Intelligenza sopraviveva sola alla più terribile delle distruzioni, vide entrare un medico ed un confessore, le sue due antipatie. Ma con essi fu gioviale. Non aveva per sè un lume scintillante dietro il velo dell'avvenire? Su questa tela, di piombo per gli altri, diafana per lui, le leggiere, incantevoli delizie della gioventù scherzavano come ombre.
Fu in una bella sera d'estate che Don Giovanni sentì l'avvicinarsi della morte. Il cielo di Spagna era d'un'ammirabile purezza, gli aranceti profumavano l'aria, le stelle distillavano luci vive e fresche, la natura sembrava dargli dei pegni sicuri della sua risurrezione; un figlio pietoso ed obbediente lo contemplava con amore e rispetto. Verso le undici volle restar solo con quell'essere candido. — Filippo, gli disse con una voce così tenera e così affettuosa che il giovane trasalì e pianse di gioja. Mai quel padre inflessibile aveva pronunciato; Filippo, in tal modo. — Ascoltami, figlio mio, continuò il moribondo. Io sono un gran peccatore. Quindi, durante tutta la mia vita ho pensato alla mia morte. Fui già l'amico del gran pontefice Giulio II. Quell'illustre pontefice temette che l'eccessiva irritazione dei miei sensi non mi facesse commettere qualche peccato mortale nell'intervallo in cui avessi a morire e quello in cui avessi ricevuto l'estrema unzione; mi regalò una fiala nella quale esiste l'acqua santa già tempo scaturita dalla roccia nel deserto. Ho conservato il segreto su questa dilapidazione del tesoro della chiesa, ma sono autorizzato a rivelare questo mistero a mio figlio in articulo mortis. Troverete la fiala nel cassetto di questa tavola gotica che non ha mai abbandonato il capezzale del mio letto... Il prezioso cristallo potrà servirvi ancora, mio amato Filippo. Giuratemi, per la vostra salute eterna, di eseguire puntualmente i miei ordini.