—Eppure, è verissimo.

—Ma se non me ne ricordo!

—Ne sono persuasa. Vediamo un po': Com'era, cinque anni sono, il parato di questa camera?

—È sempre stato così.

—Niente affatto. Io lo feci mutare quand'eri piccina, com'è ora il tuo fratellino.

—Curiosa! Non me ne avvidi neppure.

—I bambini così piccini non si avvedono mai di quanto avviene intorno a loro, e se fra cinque o sei anni chiederai al tuo fratellino qualche schiarimento sulla giornata d'oggi, vedrai che non si ricorderà di nulla.

—Anch'io, dunque, ho avuto il latte della mamma?

—Senza dubbio, rispose il babbo. Se tu sapessi quanto la poveretta si è affaticata per te! Eri tanto debolina, che non potevi inghiottir nulla e noi temevamo sempre di vederti morire da un momento all'altro. La tua mamma diceva: Oh se la mia povera bambina dovesse patire! E s'ingegnava di farti ingoiare qualche gocciola di latte. Spesso, quando dopo una lunga giornata di strapazzi, si addormentava, tu la svegliavi coi tuoi strilli: e lei, sempre paziente e amorosa, correva alla tua culla per racchetarti.

—Anch'io, da piccina, avrò adunque avuto la testa debole e molliccia come quella del mio fratellino?