La Gemma aveva messo da parte nientemeno che settantacinque centesimi; e con settantacinque centesimi si possono fare dimolte cose: si può comprare una bambola quasi vestita, un anellino quasi d'oro, un vezzo di perle quasi buone, o se no, un mezzo chilogrammo di biscottini.

Ma la Gemma aveva un'altra idea: voleva fare un regalo alla mamma e non sapeva proprio dove battersi il capo. Pensa e ripensa, si decise di confidarsi con la sua maestra. E questo è il partito più savio al quale possa appigliarsi una bambina imbarazzata.

La Gemma avrebbe voluto comprar tutto Firenze, e se tutto Firenze non c'entrava, si sarebbe contentata di una bella pelliccia di martora, col manicotto eguale. Ma la signora maestra che era una signorina di giudizio, fece osservare alla fanciulla, che con settantacinque centesimi non si compra neanche la fodera del manicotto.

—O allora?—fece la Gemma sgomenta.—Capirà, signorina, che io non posso regalare alla mamma una trombettina o una palla di gomma elastica!

—È vero anche codesto, rispose la maestra sopra pensiero. Poi, a un tratto, come colpita da un'idea improvvisa:

—Perchè, ora che sai far la maglia discretamente, non le regali un paio di calze, fatte con le tue mani?

—Un paio di calze! ripetè la Gemma, allungando, il labbro di sotto con un visibile segno di disgusto.—Non le pare un regalo troppo...troppo rozzo?

—No, rispose con serietà la maestra, no, fanciulla mia: quando un regalo, per modesto che sia, è offerto col cuore, non c'è rozzezza che tenga. Eppoi s'io fossi una mamma, preferirei che la mia figliuola, prima di applicarsi a dei gingilli eleganti ma inutili, si addestrasse nei lavori necessari.

—Facciamo dunque le calze! disse la Gemma, che poi in fondo era una bambina assai docile. Crede però che i soldi sieno sufficienti?

—Mi pare. Cinque once di cotone a quindici centesimi l'oncia, fanno per l'appunto settantacinque centesimi.