Gli Etruschi, venendo in Italia, portarono seco un patrimonio artistico relativamente misero, che accrebbero immensamente a contatto coi Greci asiatici e del continente, e coi Fenici. Ma nemmeno questo scambio di idee, di costumi, di aspirazioni valse a togliere dall'arte etrusca quell'impronta di rigidezza, di goffa asprezza, di sproporzione, che essa presenta anche nei momenti dell'arte libera.

Tanto il Martha citato (ved. Art étrusque ), quanto l'Amelung ( Führer durch die Antiken in Florenz ) rilevano, però, come vi fosse negli Etruschi, in compenso della mancanza del sentimento estetico e della facoltà dell'invenzione, oltre il principio di assimilazione e di verismo citati, anche una gran cura e quasi uno sfoggio nel ritrarre i particolari dei vestiti, degli ornamenti, delle decorazioni, e un gran culto per l'arte greca, che essi imitano, diffondono, e fanno apprezzare, come s'è detto, anche ai Romani.

II. —
Toreutica.

1. Osservazioni generali. — Abbiamo già notato che gli Etruschi riuscirono più valenti nell'arte applicata o industriale, che non in quella pura. La parola toreutica veramente indica il lavoro di cesello (τορευτική, lat. caelum, caelatura ), ma il vocabolo si estese con più largo senso alle varie forme di lavoro di incisione, di rilievo, o di commessione dei metalli (oro, argento e bronzo). Lavori di toreutica si hanno in gran numero nelle raccolte d'antichità etrusche, perchè erano dei rami più produttivi e più sviluppati. Opere di industria così fiorente erano candelabri, lampadari, tripodi, bracieri, coppe, varie foggie di vasi, specchi, cofanetti o ciste, patere, anelli, e le così dette bulle, che erano un ornamento portato dai fanciulli, a guisa d'amuleto, d'origine e d'uso propriamente etruschi, passato poi ai Romani; insomma ogni guisa d'ornamenti femminili, fornimenti di cavalli, o phalerae, armi, utensili domestici. La quantità di queste opere, mirabili per la ricchezza della materia e la finitezza del lavoro, è prova della prosperità e dell'inclinazione al lusso della nazione etrusca.

2. Candelabri. — Celebrati erano i candelabri tirreni di bronzo, cesellati con varietà di figure e d'invenzioni ornamentali, e destinati all'uso domestico e religioso. Di queste opere l'arte industriale etrusca faceva esportazioni. Un frammento di Ferecrate, comico dei tempi di Pericle[73], cita un candelabro tirrenico come un capolavoro. Candelabri si trovarono nei sepolcri insieme con altri arredi sacri o domestici. Constano generalmente di un'asta su base, con punte in cima da infiggervi le candele, o con piattello o bacinetto per la lucerna ( lychnuchus ). La grande varietà e l'eleganza delle forme sono prova dell'ingegno inventivo degli Etruschi. Le basi sono o di piedi belluini, o di ben composte forme umane od animali; le aste o fusti raffigurano colonne, o alti steli terminati in capitelli varî, in fiorami, in bacini, o coppe ornate. Su per il fusto sono spesso figure rampanti d'animali, talora figure umane in vario atteggiamento fanno da sostegno, ed altre si ripetono sull'estremo dell'asta (ved. Atl. cit., tav. XXX ).

I lampadarî pendenti dall'alto, con più fiamme, con ricchi ornati usati dagli Etruschi, e in genere dagli Italici, nelle case signorili e nelle tombe, sono designati col nome di lychni[74]. L'esemplare più insigne di questa classe è il lampadario rinvenuto a Cortona nell'anno 1840, e ancòra conservato in quella città, mirabile per grandezza, per figurazione assai ricca e variata, e per isquisita finezza di lavoro a cesello in alto e basso rilievo[75].

3. Specchi. — Una classe singolare e assai importante di bronzi etruschi è costituita dagli specchi; sono dischi piatti, con un leggiero rialzo all'ingiro, con manubrio, lisci da un lato, ornati di disegni nell'opposto, solitamente incisi o graffiti a punta, più raramente fatti a rilievo. Si rinvennero nelle tombe etrusche, e dapprima si chiamarono col greco nome di φιάλαι, o col romano di paterae, cioè tazze da libazione nel sagrifizio; poi Inghirami li riconobbe come specchi, loro attribuendo però un significato ed un valore religioso e mistico; a questo dava special motivo il fatto di trovarli frequentemente dentro cofanetti, o ciste, anch'esse qualificate per mistiche. Oggi però è accettata l'opinione che siano specchi comuni, come lo sono le ciste e la loro suppellettile muliebre. L'uso di questi dischi come specchi comuni è comprovato dal vederli rappresentati in mani femminili sui bassorilievi e sui vasi dipinti. Le rappresentazioni incise a punta, e spesso accompagnate da inscrizioni dichiarative delle figure, sono assai importanti per lo stile dell'arte, per il contenuto mitologico, e per i nomi che vi sono inscritti.

Il contenuto delle rappresentazioni è solitamente di miti greci nazionalizzati etruschi. Frequenti sono le figure alate senza inscrizioni, che soglionsi dichiarare per imagini della Fortuna etrusca, il cui culto passò poi a Roma. Tali rappresentazioni della Fortuna con suoi attributi si riferiscono allo scongiuro del fascinus, o della jettatura, diffusissima superstizione italica. Con la Fortuna si hanno imagini di altri Dei averrunci, quali, p. es., i Penati. Le rappresentazioni di scene della vita comune sono rare. Il progresso dello stile vedesi negli specchi, come negli altri rami dell'arte etrusca. Alcuno ve n'ha con rappresentazione di stile arcaico, che mi sembra prossimo a quello delle situle estensi (ved., per es., specchio etrusco di Castelvetro, illustrato dal Cavedoni[76] ). I più hanno uno stile diligente, ma stentato e penoso, e nelle figure scorretto. In questi monumenti, come nelle urne o sarcofaghi, vedesi l'arte etrusca, che tenta di ravvivarsi con la greca, o forse l'arte greca che si corrompe in mano di artefici etruschi. La maggior parte degli specchi ornati di figure viene dalle tombe dell'Etruria propria; parecchi, ma con qualche differenza di carattere, da tombe del Lazio, e specialmente da Preneste; pochi, e per lo più lisci, sulle due faccie, salvo qualche leggier fregio di ornato, provengono dall'Etruria Circumpadana (v. Atl. cit., tav. XXXI )[77].

4. Le ciste a cordoni. — Parlando delle scoperte felsinee si sono ricordate le ciste a cordoni, deposte in tombe per contenervi ceneri, ma effettivamente prima oggetti da toletta. La forma a cordoni è la più antica, la primitiva per tali ciste; le quali per la maggior abbondanza di ritrovamenti in regioni padane, a cominciar dalla prima scoperta a Monteveglio, nel Bolognese, l'anno 1817, si credettero opera degli Etruschi settentrionali. Altro genere di ciste, o a dir meglio, ciste lavorate in tempo d'industria e d'arte assai più progredite, e fornite quindi d'un maggior pregio intrinseco, ma derivanti dal tipo primitivo della cista a cordoni, sono le ciste trovate in tombe dell'Etruria propria, a forma di vaso cilindrico riposante su peducci lavorati, chiuso da coperchio, ornato di rappresentazioni figurate, incise a punta, o fatte a rilievo. Il passaggio dalla forma primitiva a questa più sviluppata parrebbe rappresentato da una cista trovata a Vulci, che ha il corpo ornato di quattro cordoni rilevati ed è sostenuta da peducci ad unghia forcuta sormontati da testa di Medusa[78].

La celebre cista Ficoroni, ora al Museo Kircheriano in Roma. Tav. 34. — Per l'epigrafe ved. Serafino Ricci, Epigrafia latina. Milano, Hoepli, 1898, tav. LII, e relativa bibliografia intorno alla cista Ficoroni.