Nessuno che si trovi a Cantù deve omettere di vedere l'antichissima chiesa di Galliano, per quanto ruinata e mal custodita. Presenta, secondo i canoni dell'antica disciplina, tre navi; nella destra presso la porta d'ingresso s'erge una torre e dirimpetto alla porta l'altare e l'abside; ove in quattro gironi è dipinto il martirio di San Vincenzo, patrono di quella chiesa. Sono innumerevoli le figure che adornano quella volta, una delle quali, ora levata, rappresentava l'illustre Ariberto da Intimiano, che prima d'essere metropolita milanese era stato custode di questa chiesa. Chi può dire di chi siano quelle pitture? Credo nessuno; nulladimeno avuto riguardo ai tempi in cui furono eseguite ed al loro merito, per quanto rozze ed inarmoniche, si potrebbe conghietturare fossero di pennello greco, sapendo che dipintori greci erano a Venezia anche a' tempi della nostra totale ignoranza. Pochi passi a sinistra di questa chiesa vi è l'antico battistero, girato nell'interno dalla solita ringhiera, a cui mettono due scale, destinate ai curiosi ed ai devoti, che traevano alla cerimonia del battesimo. La chiesa di Galliano fu capo pieve fino ai tempi di San Carlo Borromeo.

Al nord di Cantù è Intimiano, patria del già citato arcivescovo Ariberto, nato secondo alcuni in un castello, sulla cui area fu costruita la casa Luraschi. I suoi abitatori hanno la singolare abilità d'intrecciare cappelli di paglia, ed erigere archi trionfali di paglia, giunchi e mortella.

Una linea che tira a sud-est da Cantù guida verso Mariano. È tagliata a Pozzolo da un'altra strada, che venendo da Alzate passa per Vighizzolo, poi intercide la strada per cui percorriamo, indi guida a Figino, poi a Novedrate, una delle delizie de' conti Taverna dove, nella chiesa di San Donato, si vedono due angioli scolpiti dal meritissimo Gaetano Monti, per commissione del conte Giacomo Taverna. Il Seveso, che nasce nel piano Bassone sul Comasco, divide questa terra da Carimate. Mariano, posto quasi a piedi della placida collina su cui si raccolgono i vini migliori del distretto di Cantù, è distinto per l'ampiezza della sua estensione, per la vastità della piazza comunale, pel palazzo Passalacqua e molte altre case di villeggiatura. Ha un'aulica chiesa di Santo Stefano con alta e antica torre, ed un vetusto battistero che sorge alla sinistra della parrocchiale. Un mercato settimanale stabilito nel 1512, molti setificj, e l'operoso esercizio d'agricoltura, d'arti e di mestieri danno agli abitatori di Mariano quell'agiatezza che non viene mai meno all'attività. Di qui fiancheggiando la Roggia vecchia per un lungo rettifilo di strada si viene a Cabiate, dove sale la vista alla bella e deliziosa villa Paduli, indi per un altro rettifilo si giunge a Meda, nota pei mobili di stanza che vi si fabbricano, e circa un miglio dopo si arriva a Barlassina sulla strada da Milano a Como. Da Mariano si viene poi a Paina per una via a sud-est, radendo per qualche tempo la Roggia Borromea.

Ora, prendendo l'alta strada più corta, bisognerà che da Erba ci rechiamo a Pontenuovo, ascendiamo la riva di Nobile e ci portiamo a Lurago, arrestandoci ad ammirare il degradante pineto e il vago giardino che adorna la vistosa villa Sormani. Il maestoso concerto delle campane di questo villaggio non vuol essere taciuto, trattandosi d'una materia di tanta importanza, di tante guerre, di tante liti fra gli abitatori di campagna. Qui sono molte fornaci di mattoni e di tegole fatte con argilla plastica comune, cavata in luogo. Alla sua sinistra è Lambrugo, posto sul ciglio della valle del Lambro, dove la famiglia Galli possiede una casa di delizie, sostituita ad un pacifico romitorio di vergini. Chi cammina pedestre, miglior modo di esaminare accuratamente tante bellezze, può discendere a vedere minutamente il burrone del Lambro, che procede ricco d'acque e con ripido corso alla volta di Monza. Però anche una leggiera osservazione al letto di questo fiume persuade come una volta accogliesse maggiore dovizia d'acque, onde alcuni conghietturarono che servisse di sfogo al Lario, prima che l'Adda si fosse aperto il suo corso.

Procedendo sulla strada principale, poco dopo Lurago, ecco presentarsi il vaghissimo Inverigo ove giganteggiano la moderna Rotonda Cagnola, e l'antica delizia Crivelli. L'una e l'altra vogliono essere accuratamente vedute.

L'aspetto imponente del grandioso edificio con cui l'illustre marchese Cagnola richiamò fra noi i superbi monumenti della greca splendidezza si presenta in forma quadrilunga sulla cima d'una amena collina, colla facciata principale rivolta a tramontana, ciò che fa temere non possa essere di danno ai fregi di cui è decorata. Alla solidità esterna, bellissimo contrapposto a quella smilza architettura che rassomiglia a cadaveri ambulanti, risponde benissimo la parsimonia degli ornamenti, del pari lontana dalla grettezza, che qualche volta si scambia col nome di semplicità, e dalla turgidezza, che sì mal corrisponde alle leggi dell'occhio e del buon gusto. Presenta nel mezzo un'ampia sala circolare, illuminata da un lucernario superiore, onde tutto il palazzo è volgarmente detto la Rotonda. Ha lateralmente due edificj, ad oriente l'oratorio, ad occidente il triclinio, i quali sono al di fuori abbelliti dall'egual colonnato che adorna la fronte del palazzo. Dal pianerottolo della porta d'ingresso si cala al livello della collina per un ampio scalone, sotto i due lati del quale si entra a vedere i grossi tronchi di colonne che sostengono il pavimento della sala di mezzo. Un altro scalone, come il primo maestoso, conduce dalla porta d'ingresso meridionale egualmente al livello della collina, che cadendo qui precipitosa, rese necessario che si facesse dopo l'ultimo gradino una balaustrata sostenuta da grandiose cariatidi lavoro di Pompeo Marchesi. Una scala interna, dapprima agiata e che poi si va ristringendo e rimane chiusa nella grossezza del muro, conduce sulla cupola della sala, a vagheggiare un estesissimo orizzonte. La casa Crivelli distinta per la singolare estensione de' suoi cipressi serba tutti i vestigj della potenza feudale. Un ampio giardino pendente si stende a settentrione del palazzo, e ad oriente ed occidente lunghissimi filari di cipressi, che danno a questo palazzo una originale vaghezza.

A manca del palazzo sorge sur un altopiano un Ercole colossale, offeso ma non ruinato dagli anni, notissimo per queste terre col nome di Gigante. Ivi è luogo di mattutine e vespertine gite, di allegre collazioni e merende, e di là poco discosto è un fecondo paretajo (bressanella), a cui si va per una lunga galleria di carpani. L'argilla d'Inverigo presenta caratteri alquanto diversi della solita; facilmente s'impasta coll'acqua, è morbida al tatto, masticata sotto i denti fa, al pari di quella di Nobile, sentire alcune parti silicee. Con essa si fanno buoni mattoni e tegole in grandissima quantità. Due cave, quasi esaurite, una di proprietà Crivelli e l'altra della chiesa parrocchiale d'Inverigo, producono durissime pudinghe (ceppo), grossolane nella parte superiore, ma compatte nell'impasto inferiore e legate dal solito cemento calcario. Un'altra produzione minerale sono i tufi calcari, d'un colore grigiastro, leggiero e molto poroso, misto di sottili cilindri stalattitici, che s'intrecciano in tutte le direzioni. Ad Inverigo sedette il pretore feudale, del quale ora non rimane che l'abitazione convertita ad altro uso e lieta d'un ameno orizzonte. A Santa Maria della Noce, luogo di mercato settimanale, vedrai nella chiesa buoni quadri, ed è uno de' luoghi ove si stabiliscono i prezzi de' bozzoli; al Lavello la chiesa è ricchissima di pitture forse un po' grotesche, ma non prive di merito; all'Orrido, la natura congiunta coll'arte creò un luogo di romantica bellezza, sebbene le acque che vi dovrebbero essere accolte vengano deviate pel vantaggio d'alcuni mulini. Era una di quelle sere di autunno in cui il tumulto della città corre a dar vita alla pace delle campagne, e fra l'incanto delle agresti canzoni tornano dai campi le montanine bellezze a ritrovare il ristoro della cena e del riposo. Io affacciato ad un verrone di casa Crivelli mirava la sottoposta valle sepolta nella quiete solenne della notte. M'apparivano di fronte il maestoso monte di Canzo seminato alle falde di paeselli, indi correvo coll'occhio dentro nella Vallassina, fin sul faticoso Castelmarte, raffigurava il pineto di San Salvadore che mi richiamava la pace, onde quell'asilo era lieto, prima che si desse il nome di progresso e di lume alla distruzione de' cenobj e de' cenobiti, poi rialzava lo sguardo alla Colma; a manca vedeva lo zaffiro nel cielo piegarsi sulle montagne comasche; a destra di tratto in tratto i lucidi serpeggiamenti del Lambro sottoposto ed il rimanente della Brianza, una fuga di colline a cui facevano cornice i monti maestosi che assecondano il corso dell'Adda! Poco dopo tutto era quiete, non isplendevano che i fuochi de' casolari, intorno alle frugali cene degli allegri contadini. Intanto sorgeva la luna. Oh qual nuovo spettacolo! come soave era il suo raggio propagato placidamente sul liscio piano dei laghi, sui vitiferi colli, sugli elevati campanili, sulle croci benedette de' camposanti! Quella sera mi dura ancora fissa nel cuore, come la ricordanza soave del primo, dell'unico amore!

Il vallone dell'orrido, col mulino solitario che lo ravviva, inspirava la seguente bellissima poesia inedita.

IL CONGEDO MILITARE

MELODIA ITALICA