Salito a capo del governo milanese l'accorto Azzone Visconti ed inimicatosi coi Grassi, tolse a questi ogni podestà, quindi s'impadronì di Lecco, ove gettò il ponte sull'Adda, e finì col sottomettersi tutta la Martesana.
Subentratogli Bernabò, per rinforzare i suoi dominj, fabbricò i castelli di Desio e di Trezzo, compresse le ribellioni della Brianza che era insorta all'appressarsi d'una nuova crociata bandita da Giovanni XXII. nel 1373, vi commise molte crudeltà, nè finì d'opprimerci se non quando, per tradimento di Gian Galeazzo conte di Virtù, fu fatto prigioniero e cacciato a morire nel castello di Trezzo.
Allora tutte le famiglie briantee, che si erano ribellate contro il dominio de' Visconti, ebbero da Galeazzo la liberazione del bando e la grazia di ritornare al possedimento dei loro beni[1].
L'esempio delle discordie de' dominanti avea dato motivo alle discordie de' soggetti. Ghibellini e Guelfi, nomi scandalosi, senza confine, senza unità di pensiero, questi due nomi suonarono funestamente anche nei nostri paesi, dove nappe rosse e bianche distinsero le due parti contrarie. Dapprima queste contese erano suscitate da due o più famiglie prevalenti, dopo non furono che due accozzaglie di gente senza capo, senza rinomanza, che si diedero a fraterni umori, a spogliar chiese, casali, cascine, stalle, castelli, ardere biade e boschi, farsi a vicenda mille insulti e sprezzi, seme di vendetta e di sangue. Poveri tempi! povero senno di chi li rimpiange!
Tornarono però ancora i Guelfi a mettersi sotto l'ombra d'un nome famoso, che fu Pandolfo Malatesta, al quale cedettero il castello di Trezzo; e si posero a scorazzare per la Martesana e per la Pieve d'Incino, rubacchiando, ed ammazzando a tradimento. Ma per astuzia dei Colleoni il Malatesta fu scacciato da quel castello, e si pose in salvezza sul territorio bresciano: e restarono i due nomi a capo delle nostre fazioni di Colleoni e di Visconti.
La nostra storia da quel momento diviene più che mai interessante pei tumulti che vi cagionarono i capitani di ventura. Assedj sostenuti e ribattuti, sangue sparso a tradimento, vittorie e sconfitte funeste ambedue, sono le vicende di quel disastroso periodo quando le terre nostre risuonavano del nome e delle prodezze di Carmagnola, di Gonzaga, di Bartolomeo Colleoni, di Gattamelata, di Francesco Sforza, che più avventuroso di tutti, divorato dall'ambizione di regno, piantò i suoi accampamenti nella Brianza e con un pugno d'uomini sfidò e vinse ad un tempo i Veneziani ed i Milanesi (1447-1450).
Nella villa del conte Giovanni Corio di Vimercate (3 marzo 1450) fu sottoscritto il trattato, che dichiarò lo Sforza legittimo successore dei Visconti. Sotto di lui fu scavato il naviglio della Martesana, colla direzione dell'ingegnere Bertola da Novate.
Poche sono le memorie della Brianza sotto i successori di Francesco Sforza, quando ne eccettui i molti uomini illustri che vi fiorirono e l'istituzione dei feudi di Desio, Mariano, Carate, Agliate, Giussano, Verano, Robiano, Sovico, San Giovanni di Baraggia, e Mulino di Peregallo.
Durante le contese degli ultimi Sforza e de' Francesi, vedemmo le galanterie di questo popolo avvezzare alla immodestia le nostre fanciulle, introdotta fra noi la mollezza, ed anche la versatilità ed instabilità di quella nazione.
La battaglia di Pavia (25 febbraio 1525) tornò insieme col Milanese anche la Brianza in podestà di Francesco II. Sforza, sotto cui il castello di Monguzzo divenne il nido d'ogni ribalderia; poichè Gian Giacomo De-Medici, che per tradimento ne era divenuto castellano, si gittava ad ogni più nefanda perfidezza, rubando, ammazzando, imprigionando i signori da meno di lui, nè mettendoli in libertà se non dopo lo sborso di larghissimi compensi. Non v'è quasi terra della Brianza, che non abbia sentita una volta l'influenza di sì cattivo vicino.