Usava molto Gibel il giostrare e di ciò ne prendea molto diletto, ancor cosí faceva il bigordare l'ardito, franco, gaio giovinetto. Fa a molti cavalier selle votare, che della piazza lor facea far letto. Cosí si mise un dí ad una giostra (per quel che 'l libro qui chiaro mi mostra),
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ov'era molta gente di valore, conti, baroni e molti cavalieri. Ciascun procaccia di avere l'onore, e similmente fanno gli scudieri: quivi si mostra chi ha valenza o core, vitando forte ognuno i buon destrieri; qual va per terra e qual rompe la lancia, chi fier nell'elmo, non fier nella pancia.
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Gibel giunse alla giostra ardito e franco, colla grossa asta in man, punge 'l destriere, in un scontrossi, che 'l ferí nel fianco per farli a terra votar le groppiere. Ma 'l buon Gibello non parve giá stanco, e fiere lui in tostane maniere: a terra il traboccò isconciamente, e videl ciaschedun ch'era presente.
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Poi ferí un cavalier, ch'avea giá vinto la maggior parte del torniamento, e del ben far e' non s'era giá infinto, per quel che da ciascun per vero i' sento; diègli nel petto, ebbelo in terra pinto con grande sconcio, di ciò non vi mento. Pur si rizzò quel cavaliere, e disse queste parole pronte, aperte e fisse:
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—Noi non sappiam di cui se' imparentato —diceva 'l cavalier falso ed astioso:— da' mercatanti qui fosti portato, però non esser contro a noi argoglioso.— Udendolo, Gibel sí fu cambiato, e 'l cor suo allegro divenne pensoso: féssi contar per punto e per ragione come non era della lor nazione.
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