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E, preso l'arme lor, vogando forte, detter de' remi in acqua, ed alla nave giunson, dove eron l'altre genti accorte, dove fia la battaglia iniqua e grave. Cerbino allor, per far parole corte, parlò, dicendo a quelle genti brave: —O voi mi date 'l padron prestamente, od io farò ciascun di voi dolente!—

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Eran certificati e' saracini chi fussin questi e perché tale impresa avessi fatto Cerbin co' messini: onde son tutti armati alla difesa, e cominciaron con aspri latini a voler dichiarar questa contesa. Tutti, pien d'ira e di sdegno e dolore, chiamon Cerbin villano e traditore,

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dicendo:—Ah, vil poltrone e disleale, che fai contro alla fede del tuo re e l'avo tuo, Guglielmo, naturale, el qual la sicurtà buona ci die'! Or tu ci assalti; ma forse tal male potrebbe ancor ritornar sopra a te: ché ben sappiamo a punto il tuo pensiero; ma verrá invano ogni tuo disidèro.—

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E, per chiarezza piú, mostrarno el guanto del re Guglielmo, el qual per sicurtá mandò al re di Tunizi; e pertanto negando che Cerbin mai nulla ará che in sulla nave fussi, ma che tanto potrebbe far, se la conquisterá; che, per battaglia vinti, allor potrebbe pigliar la donna e quel che gli parrebbe.

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Ma Cerbin, che la dama avea veduta sopra la nave piangendo sedere, assai piú bella sendogli paruta che non pensava, onde n'ha gran piacere, e cogli occhi guardando la saluta, e pargli el ciel, non che la terra, avere; poi che si vede presso el suo disire, intra se stesso incominciò a dire: