Il re i suoi baroni ha domandato, disse:—Che ve ne par del cavaliere? Voi 'l dovete saper—ebbe parlato— forse che in suo paese egli ha mogliere, e non mi par di cosí gentil stato, ched a noi si confaccia tal mestiere, benché sia prode e pien di gagliardia, a noi non par che convenente sia.

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Ma, se per nostro senno si dee fare, ordinarete che ciascun si vanti, e dopo il vanto, senza dimorare, ognun il suo ne provi a noi davanti.— E l'altro dí si fece ritornare in su la sala i baron tutti quanti, ed ordinò che ciascun si vantasse, e poscia il vanto innanzi lui provasse.

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Chi si vantava di bella mogliere, chi si vantava di bella magione, chi di caval corrente e buon destriere, chi di gentil sparviero o di falcone, chi di palazzi o di gran torri altiere, chi si vantava di tal condizione; e, quando ciaschedun si fu vantato, messere Liombrun fu domandato.

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Dissegli il re:—Perché non vi vantate?— E Liombruno sí gli respondia: —Sacra corona, ora mi perdonate.— Ed ei rispose:—Perdonato sia.— E Liombruno disse, in veritade: —Ed io mi vanto della donna mia; piú bella donna non si può trovare, ed infra venti giorni il vo' provare!—

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—Termine mi domandi venti die— rispose il re—ed io te ne vo' dar trenta.— Liombruno all'anello disse lie: —Donna Aquilina presto m'appresenta!— E quella donna, perché a lei fallie, non vuol venire, acciò ch'egli si penta. E passò trenta giorni senza resta, alli trentun dovea perder la testa.

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