SPELA. Perché giá cominciate a fare a suo modo. Le brache saran pur le sue.

GHERARDO. Vanne alla buttiga di Marco profumiere e comprami un bossol di zibetto, ch'io voglio andare in su l'amorosa vita.

SPELA. I denari ove sono?

GHERARDO. Eccoti un bolognino. Va' presto. Io m'avvio a casa.

SCENA V

SPELA servo e SCATIZZA servo di Virginio.

SPELA. Se ad alcuno venisse voglia di racchiuder tutte le sciocchezze in un sacco, mettivi il mio padrone, ché sará fatto a punto quanto e' vuole. E magiormente, or che gli è entrato in questa frenesia d'amore, egli si spela, si pettina, passeggia intorno alla dama, va fuor la notte a' veglini con la squarcina, canticchia tutto 'l dí con una voce rantacosa, ribalda e con un leutaccio piú scordato di lui. E èssi dato infino a far le fistole (che gli venghino!) e i sognetti e i capogirli, gli strenfiotti, i materiali e mill'altre comedie: cosa da far creppar di ridere gli asini, non che i cani. Or vuol portare il zibetto. Al corpo di Dio, che c'impazzerebben le palle. Ma ecco Scatizza che debbe tornar da le monache.

SCATIZZA. Ti so dir che questi padri che fan le lor figliuole monache debbono esser di que' buoni uomini del tempo antico di Bartolommeo Coglioni. E forse che non si credono ch'elle stien sempre dinanzi al Crocefisso a pregare Iddio che facci del bene a chi ve l'ha messe? È ben vero che pregano Dio e 'l diavolo; ma che gli faccia rompare il collo a chi è cagion ch'elle ci sieno.

SPELA. Voglio intender questa novella.

SCATIZZA. Com'io bussai alla ruota, subito tutta la stanza s'empí di suore; e tutte giovane e tutte belle come angeli. Comincio a domandar di Lelia. Chi ride di qua, chi sghignazza di lá; tutte si facevan beffe del fatto mio, come se io fusse stato un zugo melato.