SPELA. Altro volevan che la pastura! Piú presto il pastorale. Tu non le conosci bene.

SCATIZZA. Le conosco meglio di te, cosí gli venisse il cancaro! Vo' che tu vegga. Chi mi domandava s'io ne sto male; chi s'i' la torrei per moglie; chi diceva ch'ell'era in molle in dormentorio, che s'asciugava; chi ch'ell'era in soppresso nel chiostro. Un'altra mi disse:—Tuo padre ebbe figliuoli maschi?—Oh! Io fui per dire:—Ebbe un ca…cameto.—Tanto che pur m'accorsi che m'uccellavano, ché non volevano ch'io le parlasse.

SPELA. Tu fosti un da poco. Dovevi entrar dentro e dir che la volevi cercar tu.

SCATIZZA. Cancaro! Entra dentro solo! Va' lá, va' lá: tu mi conciaresti! Oh! Non c'è stallone in Maremma che ci regesse col fatto loro, solo. Monache? Cancaro! Ma io non posso star piú con te; ché ho da rispondere al mio padrone.

SPELA. Ed io ho a comprare il zibetto a quel pazzo del mio.

ATTO II

SCENA I

LELIA da ragazzo sotto nome di FABIO e FLAMMINIO giovene innamorato.

FLAMMINIO. Gli è pure una gran cosa, Fabio, che, in fino a qui, non abbi potuto cavare una buona risposta da questa crudele, da questa ingrata d'Isabella. E pur mi fa creder il vederti dare sempre grata audienzia e l'accoglierti sí volentieri ch'ella non m'abbi in odio; però ch'io non gli feci mai cosa, ch'io sappi, che le dispiacesse. Tu ti potresti accorgere, ne' suoi ragionamenti, di ch'ella si dolga di me? Ridimmi, di grazia, Fabio: che ti disse ella, iersera, quando v'andasti con quella lettera?

LELIA. Io ve l'ho giá replicato vinti volte.