LELIA. Or hai pur, misera te, con le tue propie orecchie, dall'istessa bocca di questo ingrato di Flamminio, inteso quanto egli t'ami. Misera, scontenta Lelia! Perché piú perdi tempo in servir questo crudele? Non ti è giovata la pazienzia, non i preghi, non i favori che gli hai fatti; or non ti giovan gl'inganni. Sventurata me! rifiutata, scacciata, fuggita, odiata! Perché serv'io a chi mi rifiuta? perché domando chi mi scaccia? perché seguo chi mi fugge? perché amo chi m'ha in odio? Ah Flamminio! Non ti piace se non Isabella. Egli non vuole altro che Isabella. Abbisela, tenghisela; ch'io lo lasciarò o morrò. Delibero di non piú servirli in questo abito né piú capitargli innanzi, poi che tanto m'ha in odio. Andarò a trovar Clemenzia che so che m'aspetta in casa; e con essa disporrò quel che abbi da essere della vita mia.

SCENA VIII

CRIVELLO e FLAMMINIO.

CRIVELLO. E, se non è cosí, fatemi impicar per la gola; non tanto tagliar la lingua. Vi dico che gli è cosí.

FLAMMINIO. Da quanto in qua?

CRIVELLO. Quando voi mi mandasti a cercar di lui.

FLAMMINIO. Come andò? Dimmelo un'altra volta, perché egli mi niega d'averle oggi potuto parlare.

CRIVELLO. Sará buon che vel confessi! Dico che, aspettando io di vedere s'egli dava di volta intorno a quella casa, lo vidi uscir fuore. E, volendosi giá partire, Isabella lo richiamò dentro: e, guardando se fuore era alcuno che gli vedesse, non vi vedendo persona, si baciorno insieme.

FLAMMINIO. Come non vider te?

CRIVELLO. Perch'io m'era ritratto in quel portico rincontro, e non me potevan vedere.