CLEMENZIA. Oh! Buon dí, Virginio. Se Dio m'aiuti, ch'io mi venivo a stare un pezzo con voi. Ma voi vi sète levato molto per tempo. Voi siate il ben venuto.

VIRGINIO. Che dicevi cosí fra' denti? Pensavi forse di cavarmi di mano qualche staiuol di grano o qualche boccal d'oglio o qualche pezzo di lardo, come è tua usanza?

CLEMENZIA. Sí certo! Oh che liberalaccio da cavargli di mano! E forse che fa massarizia pei suoi figliuoli?

VIRGINIO. Che dicevi adunque?

CLEMENZIA. Dicevo ch'io non sapevo pensare quel che si volesse dire che una gattina bella, ch'io ho, che l'ho tenuta quindici dí perduta, questa mattina è tornata; e, poi ch'ella ebbe preso un topino nel mio camarin buio, scherzando con esso, mi riversciò un fiasco di tribiano che me lo aveva dato il predicator di San Francesco perch'io gli fo le bocate.

VIRGINIO. Cotesto è segno di nozze. Ma tu vuoi dir ch'io te ne desse un altro, è vero?

CLEMENZIA. Cotesto è vero.

VIRGINIO. Or vedi s'io so' indivino! Ma che è di Lelia, la tua allieva?

CLEMENZIA. Eh! povera figliuola, quanto era meglio ch'ella non fusse mai nata!

VIRGINIO. Perché?