GHERARDO. Oh! Poco fa, che noi t'inserrammo con Isabella mia figliuola, tuo padre ed io, non confessasti tu d'esser Lelia? e, poi, credi ch'io non ti conoschi, moglie mia? Va' cavati questi panni.
LELIA. Tanto v'aiti Dio, io arei voglia di marito!
CLEMENZIA. Vanne in casa, Gherardo mio. Tutte le donne fan delle citolezze, chi in un modo e chi in un altro. E sappi che poche e forse niuna ve n'è che non scapuzzi, qualche volta. Pure, son cose da tenerle segrete.
GHERARDO. Per me, non se ne saprá mai nulla. Ma come è fuggita di casa mia, che l'avevo serrata con Isabella?
CLEMENZIA. Chi? costei?
GHERARDO. Costei.
CLEMENZIA. Tu t'inganni, ché non s'è mai oggi partita da me: e, per giambo, s'era testé messi questi panni, come fan le fanciulle; e dicevami ch'io mirasse se stava bene.
GHERARDO. Tu mi vuoi far travedere. Dico che noi la inserrammo in casa con Isabella.
CLEMENZIA. Donde venite voi adesso?
GHERARDO. Dall'ostaria del «Matto», che v'andai con Virginio.