qualia viventis patuerunt ora puellae,

candida nec turpi commaculata situ.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

An quoque te livor carpit, Venus aurea, divam,

et premit invidia pectora sancta gravi?

Sic est: heu carae nocuit pia forma puellae,

invidia superas nec caruisse deas.

[334]. Decameron, Introduzione.

[335]. Non disdico quanto scrissi. È bensì vero, che nel medioevo, e suoi strascichi, la carità pubblica parve quasi respingere da sè la pietà femminile, relegata, spesso crudelmente, nei chiostri. Nella peste del 1630 e 33 in Firenze, l'uso che gli Ufficiali della Sanità facevano delle donne era di «rinchiuderle», cioè vietar loro d'uscire di casa, salvo che potessero andare in carrozza loro propria. E una di esse, che anche era una brava donna, se ne sfogava nientemeno che con Galileo: «Qua si fa la quarantena per noi altre povere donne, per la quale sono passati già venti giorni: e questa mattina è andato il terzo bando per altri dieci giorni, con speranza che S. Giovanni ci scarceri e dia libertà; ma purchè giovi: e sia fatta la volontà del Signore». Lettera de' 14 maggio 1633; la 2507 nel Carteggio galileiano (Edizione nazionale, to. XV, 1904, pag. 122): cfr. i n. 2477, 2479, 2503, 2511, 2534.

[336]. Nel Saggio di Rime di buoni autori ec.; Firenze, 1825.