Ma chi dovette trovarsi a disagio, proseguiremo noi, furono quelli «ufficiali forestieri», deputati dal Comune all'applicazione della legge, ossia a combattere per essa contro il malumore e l'astuzia delle donne fiorentine, congiurate per la difesa del loro abbigliamento. Delle tante grottesche figure, in cui la gaia novella borghese ha atteggiato quei poveri potestà e capitani, cavalieri e giudici, notai e famigli, che le città guelfe di Lombardia e delle Marche mandavano per rettori a Firenze; e sui quali si motteggiava proverbialmente: «Se tu hai niuno a chi tu vogli male, Mandalo a Firenze per ufficiale»;[87] non ve n'è forse nessuna così argutamente comica, come quella disegnata da Franco Sacchetti[88] d'uno «iudice di ragione» (de' suoi tempi die' egli, ma al dabben giudice non mancarono di certo predecessori anche in questa tribolazione, e Statuti suntuarî fiorentini ne possediamo fin del 1306, e testimonianza di essi fin dal 1290),[89] il quale messosi di buona lena, egli ed un suo notaio, ad eseguire certi nuovi ordini, al solito, «sopra gli ornamenti delle donne», l'effetto n'è, e i cittadini ne fanno le giuste meraviglie presso i Signori, che «l'oficiale nuovo fa sì bene il suo oficio, che le donne non trascorsono mai nelle portature, come al presente fanno.» Or ecco la risposta di messer Amerigo al rimprovero de' signori Priori: «Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato per apparar ragione; e ora, quando io credea sapere qualche cosa, io trovo che io so nulla: perocchè cercando degli ornamenti divietati alle vostre donne per gli ordini che m'avete dati, sì fatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come sono quelli ch'elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni. E' si truova una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il cappuccio. Il notaio mio dice: Ditemi il nome vostro, perocchè avete il becchetto intagliato. La buona donna piglia questo becchetto, che è appiccato al cappuccio con uno spillo, e recaselo in mano, e dice ch'egli è una ghirlanda. Or va' più oltre, truovo molti bottoni portare dinanzi. Dicesi a quella che è trovata: Questi bottoni voi non potete portare. E quella risponde: Messer sì, posso, che questi non sono bottoni, ma sono coppelle: e se non mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo; e ancora, non c'è niuno occhiello. Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice: Che potrà apporre costei? Voi portate gli ermellini. E la vuole scrivere. La donna dice: Non iscrivete, no; chè questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi. Dice il notaio: Che cosa è questo lattizzo? E la donna risponde: È una bestia.» I magnifici signori Priori, che conoscevano le loro donne meglio di messer Amerigo da Pesaro, dicono l'uno con l'altro: «Noi abbiamo tolto a contender col muro. Me' faremo attendere a' fatti che portano più. Chi vuole il malanno se l'abbia.» E infine esclama uno, dicerto il più dotto della orrevol brigata: «Io vo' che voi sappiate, ch'e' Romani non poterò contro le loro donne: che vinsono tutto il mondo; ed elle, per levar gli ordini sopra gli ornamenti loro, corsono al Campidoglio, e vinsono i Romani, avendo quello che voleano». E cita Tito Livio, e vi dissertano sopra. E a messer Amerigo dicono, faccia quello ch'e' può, e tiri via, e lasci correre le ghirlande e le coppelle e i lattizzi; e così, d'allora in poi, narra il novelliere essere stato fatto, conchiudendo che l'uomo propone e la donna dispone, proverbio (come sentite) assai antico, e che le donne fiorentine, senza studiare giurisprudenza, hanno saputo portare le loro fogge a dispetto delle leggi e de' dottori di queste.

Del resto, quelle severità suntuarie di cui possediamo documenti bellissimi per la storia sì del costume e sì della lingua;[90] le quali limitavano la misura de' corredi nuziali, o come dicevano delle «donora», che la sposa portava al marito; e proporzionavano alla dote il longobardico morgincap, o dono del mattino, che questi faceva a lei la mattina dopo il matrimonio; e frenavano, com'abbiam sentito, il lusso e l'abbondanza delle feste e dei conviti; sarebbero oggi per noi violazioni di libertà individuale e quasi di domicilio. Eppure un alto concetto democratico animava anche coteste disposizioni, in quanto si voleva per esse, che il festeggiare de' cittadini fosse il più possibilmente pubblico anzichè privato. «Un sentir comune voleva comuni piaceri: le spese del ricco dovevano sempre avere qualche cosa di popolare; fatte a pubblico benefizio e spettacolo, dovevano essere un godimento per tutti. Nei palazzi, ciò che poi furono i salotti, allora era, aperta alla vista di tutti, la loggia. Per tal modo un paio di nozze rallegravano l'intera città: il ricco pagava le feste al povero per goderle insieme con lui: i giovani armeggiavano, le donne ballavano, sulle piazze, all'aria aperta, non al fumo di candele, nell'uggia de' salotti». Queste cose, di quella età democratica del Comune fiorentino, scriveva nel 1836 un giovine patrizio; il quale doveva poi da vecchio, a tutta Italia anzi alla civile Europa venerando, essere il degno storico della nostra Repubblica: il marchese Gino Capponi.[91]

Altra materia, che di siffatte osservazioni morali, non è da aspettarsi ci offra, intorno alla donna, come già dissi, la storia fiorentina di quel secolo: non la storia de' fatti politici, per le ragioni che vedemmo; non la storia della cultura, in tempi ne' quali i limiti di questa erano tracciati così rigidamente, che la denominazione di uom colto era «cherico», e gran mercè se alla donna rimaneva posto fra il laicato. La Compiuta Donzella, se è, come pare, «non ombra, ma donna certa», rimane un'eccezione, come tutte le regole hanno la sua: nè della cultura della donna in Firenze dal Due al Trecento altre testimonianze sapremmo indicare, all'infuori di qualche volgarizzamento dal latino che vedesi fatto a loro istanza, come quello delle Eroidi d'Ovidio (che chiamavano «Libro delle donne»), a istanza di madonna Lisa Peruzzi condotto da ser Filippo Ceffi notaio;[92] o, più spesso, i volgarizzamenti che religiosi o altre persone spirituali, pure ad istanza di donne, facevano di testi sacri od ascetici.[93] E dovremmo poi dire che il precettor cortigiano che la donna fiorentina di quella età ebbe in Francesco da Barberino, mostra evidente che di qualunque virtù più che di cultura preme a lui che la sua donna ideale si addobbi; fino a porre in dubbio (tutto ben considerato, anche i pericoli) se sia bene o male ch'ella sappia «lo leggere e lo scrivere», ancorachè sia di grande condizione; e sole eccettuando, manco male, le destinate a monacarsi.[94] Ma oltre la storia politica e la storia della cultura, noi possiam pure interrogare una storia, le cui pagine, scritte senza intenzione d'arte anzi non per un pubblico qualsiasi, a null'altro quasi hanno servito sin oggi che a documento di lingua, e sono le Croniche o Ricordanze domestiche: ed una di queste,[95] che proprio comprende nel suo bel mezzo il Trecento, offre al nostro studio, non geste e imprese di certo, bensì più d'una fisionomia femminile.

Le parole di messer Donato Velluti, che io riferirò testuali e dal manoscritto suo autografo, vi faranno qui rivivere coteste donne, quali egli, nella casa propria o de' consorti, le vide: «care e buone» le più; testimonianza affettuosa, e troppo in quelle schiette sue pagine frequente,[96] cosicchè io non debba ripeterla, anche a compenso di giudizi sulla donna, e del Trecento e dell'Ottocento, non sempre benigni. Sceglierò tipi diversi. E prima, poichè abbiamo avuto testè a parlare di fogge e mode, sia d'una alla quale l'avere il capo ben assettato giovò a qualche cosa. «Monna Diana fu una bonissima donna, e molto amore mi portava...., e assai mi teneva a Bogoli quando era fanciullo. Portava molto in capo: intanto che essendo una volta al palagio vecchio de' Rossi, dirimpetto a Santa Filicita, ove oggi è l'albergo, e cadendo d'in sul palagio una grande pietra, e cadendole in capo, non la sentì, se non come fosse stata polvere venuta giù per razolire di polli: onde ella, sentendosi, disse: — Chisci, chisci; — e altro male non le fece, per cagione de' molti panni ch'avea in capo». Resistente, del resto, e gagliarda, era soprattutto la fibra, non meno di quelle donne, che degli uomini loro; e sentite come guardavano in faccia la morte: «Sopravvenne la mortalità del 1348: ed essendo già morti il detto Gherarduccio e sua figliola e le serocchie, et essendo il detto Cino», l'ultimo rimasto di tre fratelli, «e sua donna in contado al detto podere dal Poggio, infermarono; et essendo infermi, deliberarono di venire», cioè alla città. «Ed essendo presso i fratelli della moglie, gli feciono fare testamento.... E poi si partirono: e la donna ne fu recata in istanghe, e giunta l'andai a visitare; e egli ne venìa a cavallo in sella, e uno gli era in groppa. Di che dopo la detta visitazione, essendo io ito in Borgo San Iacopo a la sepultura di Bernardo Marsili, il quale era morto essendo de' Priori,» (e lo stesso, di morire essendo de' Priori, in Palagio, toccò allo scrittore ventidue anni appresso) «e tornando, essendo in capo del chiasso, vennono due a una ora, e l'uno disse: — Monna Lisa è morta; — e l'altro disse: — Cino è morto a l'Olmo da San Gaggio, a cavallo, venendo di villa. — Fecili sotterrare.....». Ritratto di due buone ragazze, invecchiate in casa co' fratelli: «Le dette Cilia e Gherardina non si maritarono: stettono un grande tempo pulcelloni, con speranza di marito; poi fuggita la speranza per non potere, si feciono pinzochere di San Spirito. Guadagnavano bene, e francavano la loro vita, e più, dipanado lana; sanza che, non fece mai bisogno a' detti fratelli tenere fante. Erano amorevoli molto, e grandi favellatrici. Morirono per la detta mortalità del 1348, essendo ciascuna d'età di quaranta anni e più». Ma ben altra donna una madonna Gilia, che in casa dei fratelli ritorna da vedova, e piena d'affari e di brighe, e «consumò molto in piatire, nel quale molto si dilettava, però che era et è molto astuta e rea; e tanto vi consumò, che non vogliendo vendere delle possessioni, vilmente vivea e vestiva, tutto dì cercando Firenze....., e oggi vive in mendicume». Ma ecco qua due figure simpatiche: di una donnina da casa, «monna Lisetta, piccola della persona, ma savia e buona donna», che dopo la morte del marito rimane in casa co' figliuoli, onestamente vivendo, e governando i detti suoi figliuoli», che le muoion giovanissimi, ed ella pure nella mortalità del 1363; — e di una bella sposa, di quelle che, guardate negli affreschi o nelle tavole de' nostri maestri, ci fanno non solamente ammirare ma pensare, «monna Ginevra Covoni, più bella e maggiore di niuna sua serocchia, e sanza vergogna delle altre, fu delle vertudiose savie e facenti donne che io vedessi mai, e quella che per l'amorevolezza sua e piacevolezza e bontà si facea volere bene a ogni persona». Finalmente la madre del cronista e la moglie: «Monna Giovanna, mia madre, fu savia e bella donna, molto fresca e vermiglia nel viso, e assai grande della persona onesta e con molta virtù. E molta fatica e sollecitudine durò in allevare me e' miei fratelli; considerato, che si può dire non avessimo altro gastigamento, e spezialmente di padre, però che quasi del continuo nostro padre stette difuori: per la qual cosa ella fu molto da lodare, e lodata fu, di sua onestà e vita, essendo bella, e stando il marito tanto di fuori. Di carnagione e freschezza fui molto somigliato a lei. Fu grande massaia; e bisogno ebbe di ciò fare, avendo nostro padre poco come avea, poi si divise da' fratelli, e avendo grande famiglia.... E la cagione della morte sua fu, che essendo nostro padre in Tunisi, avendo noi ricevuto in pagamento.... uno podere...., e essendovi ella andata a stare là di state, tornando poi qua, e essendo salita a cavallo..., si mosse il cavallo, e corse un pezzo, e gittolla in terra; di che si sconciò la gamba. Soprastette alcuno dì là su, e non si fece trarre sangue; e poi essendo recata in Firenze in stanghe, si rincannò la gamba: e stando così uno dì di San Martino nel letto, ed essendo con lei molte donne, e favellando e cianciando, subitamente dicendo O me!, passò di questa vita. Iddio abbia la sua anima; chè così dovè essere, essendo buona e cara donna, e essendosi confessata il dì dinanzi....». E la moglie, monna Bice Covoni: «La quale fu piccola e non bella; ma savia, buona, piacevole, amorevole, costumata, e d'ogni vertù piena e perfetta, e la quale si facea amare e volere bene a ogni persona: e io molto me n'ò lodare, chè me amava e desiderava con tutto quore. Era bonissima dell'anima sua: ed è da credere che Nostro Signore Iesù Cristo l'abbia ricevuta nelle sue braccia, faccendo buone e ottime operazioni, limosiniera e d'orare e visitare la chiesa.... Vivette meco in santa pace, e accrebbe il mio assai di grazia onore e avere.... Ebbe grandissima infermità per la mortalità del 1348, e campò di quello che non ne campò una nel centinaio. Fu grazia di Dio e in iscampo di me, chè di certo ho per opinione, che s'ella fosse morta, io non sarei scampato, per gli accidenti m'avvennono, che che di quella infermità non sentissi.... Morì di luglio 1357: sì che vivette meco da diciassette anni. Iddio abbia la sua anima.»

VI.

Tale, nella realtà dei fatti, la donna che i Fiorentini dei primi secoli ebbero compagna della vita, a tutto il periodo schiettamente democratico del Comune; fermandoci sul declinare del Trecento, quando, sfuriati i Ciompi, l'aristocrazia borghese piglia campo, e paladini del popolo, pericolosi paladini, si fanno avanti i Medici. Tale la donna di quella antica Firenze: austera e gentile figura, che a sè dice della gloria di cotesta età tanta parte esser dovuta, quanta fu quella ch'ella prese nella operosità, nei dolori, ne' virili propositi, ne' luminosi concetti, ne' passionati traviamenti, d'un popolo forte, d'una democrazia degna veramente di tal nome, perchè senza declamazioni operante con gagliardia e per sentimento di cose grandi.

Se non che la realtà è solo un aspetto della storia nè sempre il più agevole a risapersi e a ritrarsi; e che anche quando si dà a divedere con sufficiente larghezza, lascia pur sempre luogo da un lato alla leggenda, dall'altro alle idealità dell'arte, trasformatrice quella, imitatrice questa, del vero, di cui la realtà è la identificazione. Ma se vasto è il campo nel quale la donna fiorentina potrebbe considerarsi, in relazioni più o meno strette, più o meno dirette, con le idealità della poesia e delle arti nei secoli iniziali della moderna cultura, altrettanto angusto, è, come in ogni altro ordine d'idee e di fatti fra noi, così anche in questo, il dominio della leggenda. È già stato osservato da parecchi, che la fioritura leggendaria, nelle età che l'avrebber portata, scarseggiò in Italia; e ciò perchè, lo dirò con le parole d'un critico tedesco,[97] «gl'Italiani avevano dietro a sè un'epoca di grande cultura nell'antichità, le cui traccie non si erano mai interamente perdute, essi non uscirono da un tempo di barbarie: e quindi mancavano loro appunto.... tradizioni, la origine delle quali risalisse a tempi oscuri e mitici». Siffatta condizione storica rivolse verso fonti oltramontane il naturale appetito delle plebi al maraviglioso, originando quella poesia romanzesca, la quale solamente fra noi doveva inalzarsi a creazioni d'arte grandiose e squisite; siffatta condizione storica, anche per altri o cicli tradizionali, o temi individui di leggenda, fu causa che il remoto e l'esotico apparissero quasi essenzial condizione perchè un soggetto addivenisse leggendario. Ciò premesso, sembrerà piuttosto troppo che poco, trovare circonfusa del nimbo della leggenda qualche figura di donna fiorentina, e non dai due primi secoli del Comune, sibbene da quelli della sua piena maturità.

Al secolo XIV sembra invero appartenere, se si considerano le circostanze dei fatti, il soggetto della novella, fin dal XV popolare, e tale conservatasi, specialmente nella sua forma metrica, fino a' di nostri, di Ippolito e Lionora;[98] una delle tante versioni sotto le quali si è perpetuata la leggenda dell'amor contrastato, da Piramo e Tisbe agli amanti veronesi che Guglielmo Shakspeare e Vincenzio Bellini hanno resi immortali. Ma nella leggenda fiorentina mancano e la catastrofe tragica, conchiudendosi l'amore con lieta fine, e quasi la forma stessa di leggenda, alla cui scarna semplicità subentrano le forme tornite e conversevoli della novella. Ippolito de' Buondelmonti ama la Lionora, o Dianora, de' Bardi, e n'è riamato, nonostante la nimicizia che, sebben guelfe ambedue, divide le loro famiglie. Disperato del proprio amore, il giovane si consuma e ne inferma; e alla madre, che piangendo lo interroga, rivela la segreta cagione del suo languire. L'amore materno spinge le donne, non avvisando altro mezzo, a pregare una zia di Lionora, abbadessa nel convento di Monticelli, che procuri di far trovare insieme i due amanti. Il che avuto effetto e giuratasi fede di sposi, e stabilito come rivedersi con maggior agio nella casa di Lionora, nel recarvisi Ippolito nottetempo, è fermato dalla famiglia del Potestà. Egli, per salvare l'onore della donna amata, si dà per ladro, e tale persiste a dichiararsi, nonostante l'onta e la desolazione de' suoi; tacendo, a quel che sembra, le donne, per ispavento che, risapendosi il vero, le due famiglie e respettive consorterie non s'arrovescino l'una contro l'altra, e prima vittima sia lo stesso Ippolito. Il giovine generoso, condannato a ignominiosa morte, prega, per la salvezza almeno dell'anima, «che vi piaccia, nel mandarmi alla giustizia, che io faccia la via alla casa de' Bardi, acciò che gli possa domandare perdono dell'odio che io come inimico ho portato loro»; ma in realtà, «solamente per vedere una volta Lionora, prima che morisse». Gli è concesso; e il lugubre corteggio, a suon di trombe e con lo stendardo della giustizia alla testa, s'incammina: Lionora si fa alla finestra, e gli sguardi de' due sposi s'incontrano: allora ella «come furiosa discende la scala, a malgrado di tutte le donne di casa...., si gitta fuori della porta, afferra per la briglia il cavallo del cavaliere del Potestà, e grida: Finchè la vita mi starà nel corpo, tu non menerai Ippolito alla morte, la quale lui non ha meritata.» E si gitta nelle braccia del condannato. Il cavaliere non sa che si fare, la gente romoreggia; la Signoria chiama a sè i due giovani: «Ippolito, legato con la corda intorno al collo, e Lionora scapigliata e piangente, seguendoli gran copia di popolo». La giovine si fa innanzi e domanda ragione: «cioè, che voi mi rendiate il mio marito e sposo; altrimente io appello a Dio ed al mondo, chiamando vendetta di tanta ingiustizia, pregando Dio che con i suoi giusti occhi riguardi le vostre inique sentenze e malvagi giudizi.» La Signoria, verificati i fatti, chiama i padri de' due sposi: «li quali intendono la cosa per dritto modo, e quivi in presenza de' Signori e del popolo, fermano il parentado. E dove già duecento anni i Buondelmonti e i Bardi erano stati inimici a morte, divennero amicissimi per il parentado che tutti parevano d'uno sangue.» Vedete, o Signore gentili, che la leggenda ha pur voluto dare la sua eroina a Firenze, e l'ha chiesta all'amore.

Amorosa pure è la leggenda della sepolta viva; che il suo rozzo cantastorie quattrocentista riferisce al 1393. Ginevra degli Amieri (Almieri, per corruzione popolare) è amata da Antonio dei Rondinelli, ma dal padre sposata invece a Francesco degli Agolanti. Infermatasi e tramortita è, in que' sospetti di morìa, creduta estinta, e la seppelliscono da Santa Reparata. Ritorna ai sensi dentro la tomba, si accorge dell'atroce suo caso, si raccomanda alla Vergine, e guidata da un debole raggio di luna che trapela da uno spiraglio del sepolcro, sale una scaletta, riesce a smuovere la pietra testè murata; ed ecco la sua bianca figura, che rasente al Campanile, pel chiasso che poi da lei si vorrebbe essere stato chiamato della Morte, incamminasi alla casa del marito. Batte, ed è il marito stesso che si affaccia alla finestra;

Chi è la? chi batte? — Io son la tua Ginevra.