già per urlare avrian le bocche aperte;

chè, se l'antiveder qui non m'inganna,

prima fian triste, che le guance impeli

colui che mo' si consola con nanna.[76]

Se non che gli spiriti, al cui vaticinio confidava Dante i rammarichi e le ire dell'ingiusto esilio, non antividero che quella esaltazione di guelfismo, nella quale i Neri avevano trascinato il Comune, e da cui i più onesti e temperati fra i Guelfi, come esso l'Alighieri, avevano rifuggito, anche a costo di perder la patria; doveva ormai' quella esaltazione guelfa, rimanere durevol forma del concetto politico a cui avrebbe seguitato a ispirarsi, pe' suoi settant'anni di secolo XIV, il Comune democratico, e in quella la perpetua «inferma» dell'Alighieri «trovar posa in sulle piume» del letto suo doloroso.[77] Così fu; nè qui accade discorrerne le varie e molteplici cagioni: fatto sta, che la storia fiorentina del Trecento, nel cui ultimo scorcio l'oligarchia prevalse, non offrì quelle fortunose vicende di reggimenti e di fazioni, di disfatte e di esilî, di vincitori e di vinti, per le quali la continua mutabilità dello stato rese alla donna così procelloso e malfido il porto della famiglia durante il secolo XIII: dagli esodi alternati di Ghibellini e Guelfi fra il 48 e il 67, all'ostracismo di Giano della Bella nel 95 sbandeggiato co' suoi compresavi la figliuola Caterina;[78] dai disfacimenti vandalici di mezza la città sotto il piccone de' Ghibellini,[79] alle sillane proscrizioni bandite dai Guelfi Neri contro i loro stessi compagni di Parte condannati a divenire «ghibellini per forza».[80] Gli uomini del Trecento raccolsero da que' feroci contrasti la tradizione democratica artigiana, che atteggiò la vita interna del Comune a una progressiva espansione verso la plebe; espansione inefficacemente combattuta dalle Arti maggiori, e che fece capo al governo de' Ciompi: — ne raccolsero la tradizione guelfa francese, che in quello stesso secolo finì con l'attirare sulla libera città l'abietta e sconcia tirannide del Duca d'Atene, e dispose incorreggibilmente la Repubblica a una parzialità lusinghevole e pericolosa, i cui estremi danni sentì Firenze nel 1530, quando a ripararli non si era più a tempo: — ne raccolsero infine la sola forma di magistrato fiorentino che abbia avuta durata ferma, i Priori e il Gonfalonier di Giustizia, la cui insegna popolare piantata da Giano della Bella, trasmessa dall'una all'altra di quelle mani gagliarde, fu, dopo quasi due secoli e mezzo, il vessillo della patria nelle ultime battaglie della libertà.

V.

Il Trecento, adunque, è nella storia di Firenze, comparativamente all'età che lo precede, secolo di confermamento e di stabilità. «Nuovo popolo», come dicevano, non si fa più. Non mancano le grandi commozioni, i grandi pericoli, i grandi rovesci eziandio: la città è assediata da Arrigo VII; minacciata da Uguccione, e più gravemente da Castruccio; stremata del suo miglior sangue nelle battaglie di Montecatini e dell'Altopascio; le calate imperiali del Bavaro, di Carlo IV, mettono alla prova il senno e la borsa de' suoi mercatanti; questa è munta gagliardamente dai sovrani quasi di tutta Europa; i reali di Francia e di Napoli vengono a spadroneggiarci in casa; un loro venturiero crede di essercisi insediato signore e duca; la travagliano, con le armi e con le cupidigie, Scaligeri e Visconti, i Papi Avignonesi e le Compagnie di ventura; le epidemie, ed una sopra tutte spaventevole, la disertano; la tirannide guelfa turba l'equilibrio delle Arti, e provoca gli eccessi della demagogia: ma lo Stato rimane pur sempre saldo a tutti questi urti, fra tutte queste burrasche; saldo tanto, che il rivolgimento verso l'oligarchia si compie senza mutazioni, nè di forma nei magistrati, nè di sostanza nella politica del Comune. E così può Firenze, durante questa età gloriosa, svolgere nelle forme più ampie e sino a' più alti gradi la civiltà sviluppatasi faticosamente dalle tenebre dei bassi tempi; d'industrie e commerci alimentarla, afforzarla, propagarla nel mondo; farle ministre le arti del bello figurato, che Arnolfo, Giotto e l'Orcagna, maestri e operai del Comune, improntano di quella gentil compostezza che d'ora innanzi si chiamerà toscana; ai dispersi elementi dell'eloquio latino, che di regione in regione italica vennero atteggiandosi a lingua di popolo, dare Firenze la forma, farne il verbo della nazione, anzi già il valido istrumento d'una letteratura, che, intorno a un altro grande triunvirato fiorentino, si afferma italiana.

Di questa vita, tanto più spirituale e civile quanto meno agitata e procellosa, la donna, resa quasi ad aere più spirabile, partecipa, com'è naturale, e ne gode largamente. Nella istoria di lei, il dramma fa luogo alle contingenze, or liete or tristi, del familiare e cittadino consorzio; è finalmente ai tesori della bellezza e della tenerezza sua, ispiratrici, ricomposto il nido domestico, com'era a tempo delle avole buone, ma ora la ricchezza e l'arte gareggiano in adornarlo: e i mercatanti di Calimala e di Por Santa Maria, quasi a consolarla de' lunghi abbandoni, serbano a lei le primizie de' panni che recarono d'oltremonte, e che trasformati e triplicati di pregio rivarcheranno le alpi ed il mare.

Ed ella non sarebbe donna, se di quella ricchezza, di quelle appariscenze, che son poi infine lieto testimonio della forza e della prosperità del Comune, la non si compiacesse, e non se ne circondasse volenterosa. Ed hanno un bel gridare i religiosi dal pergamo; e Dante anche questa voce del tempo suo (e quale gliene sfugge?) ha raccolta; hanno un bell'ammonire e minacciare e interdire, e aggiungere le «spiritali» alle altre «discipline»,[81] che correggono e frenano i mondani splendori e il trascorrere nelle pompe e nel lusso.... Ma sono così belli, sotto il raggio meridiano del sole di primavera o ne' rosei tramonti autunnali, quelli svariati colori, quegli arienti, quell'oro, su quelle teste bionde, intorno a que' candidi colli, a prova con lo scintillare di que' neri occhi pensosi! paion fatti apposta que' fini broccati per disegnare le vite snelle e flessuose che aspettano di essere abbracciate pel ballo! quelle perle e pietre preziose, e i segni e lettere nella cui forma sono disposte, che significato e qual valore avrebbero, se fossero risparmiate a que' petti esuberanti di giovinezza e d'amore?

Ed ecco che il Comune, rigido ed inflessibile mantenitore de' proprî diritti, arma l'Esecutor della legge, di capitoli e statuti suntuarî[82] severissimi «contra i disordinati ornamenti delle donne di Firenze»; le quali piegano crucciose il capo, e di mala voglia obbediscono: siamo nel 1324. Ma son passati appena due anni; e tolta occasione dalla venuta del duca di Calabria, chiamato al solito esercizio di signoria angioina sulla guelfa repubblica, le donne si fanno attorno alla duchessa sua moglie, che è una francese, Maria di Valois; e ottengono sia loro reso «uno loro spiacevole e disonesto ornamento» (è la borghesia che brontola per bocca di Giovanni Villani)[83] «di trecce grosse di seta gialla e bianca, le quali portavano in luogo di trecce di capelli dinanzi al viso...., ornamento disonesto e trasnaturato....: e così il disordinato appetito delle donne vince la ragione e il senno degli uomini». Una corte ducale,[84] quel codazzo cortigiano e francese, operano, ne' pochi anni che Firenze se li gode, il proprio effetto: e i Fiorentini, per calen d'aprile del 1330, «tolgono tutti gli ornamenti alle loro donne», e, si può ben dire con una parola di stampo adatto al caso, le disabbigliano da capo a piè. Sentite![85] «Essendo le donne di Firenze molto trascorse in soperchi ornamenti di corone e ghirlande d'oro e d'argento, e di perle e pietre preziose, e reti e intrecciatoi di perle, e altri divisati ornamenti di testa di grande costo; e simile, di vestiti intagliati di diversi panni e di drappi rilevati di seta, e di più maniere, con fregi e di perle e di bottoni d'ariento dorato ispessi, a quattro e sei fila, accoppiati insieme; e fibbiati di perle e di pietre preziose al petto, con diversi segni e lettere; e per simile modo facendosi conviti disordinati per le nozze delle spose, ed altri, con più soperchie e disordinate vivande; — sopra ciò si provvede e si fanno ordini, che niuna donna non possa portare nulla corona nè ghirlanda, nè d'oro nè d'ariento nè di perle nè di pietre nè di seta, nè niuna similitudine di corona nè di ghirlande, eziandio di carta dipinta; nè rete nè trecciere di nulla spezie, se non semplici; nè nullo vestimento intagliato nè dipinto con niuna figura, se non fosse tessuto; nè nullo addogato nè traverso, se non semplice partita di due colori; nè nulla fregiatura, nè d'oro nè d'ariento nè di seta, nè niuna pietra preziosa, nè eziandio ismalto nè vetro; nè potere portare più di due anella in dito, nè nullo scheggiale nè cintura di più di dodici spranghe d'argento; e che d'ora innanzi nulla si possa vestire di sciamito, e quelle che l'abbiano il debbano marcare, acciò che l'altra nol possa fare; e tutti i vestiri di drappi di seta rilevati sian tolti e difesi; e che nulla donna possa portare panni lunghi dietro più di due braccia, nè iscollato di più di braccia uno e quarto il capezzale; e per simile modo siano difese le gonnelle e robe divisate a' fanciulli e fanciulle, e tutti i fregi, ed eziandio ermellini, se non a' cavalieri e a loro donne; e agli uomini tolto ogni ornamento e cintura d'argento, e' giubbetti di zendado o di drappo o di ciambellotto. E nullo convito si possa fare di più di tre vivande, nè a nozze avere più di venti taglieri,» (che val quanto non più d'una quarantina di convitati) «e la sposa menare sei donne seco e non più; nè a' corredi di cavalieri novelli più di cento taglieri di tre vivande; e a corte de' cavalieri novelli non si possano vestire per donare robe a' buffoni». Sopra i detti capitoli, continua la cronica, feciono uficiale forestiere a cercare e uomini e donne e fanciulli delle dette cose diviete con grandi pene. E impongono norme e tariffe alle arti e allo spaccio delle derrate: e curano insomma l'interesse e la masserizia delle famiglie, senza darsi pensiero del danno che ne sentono specialmente «i setaiuoli e orafi», costituenti una medesima Arte, «che per loro profitto ogni dì trovavano ornamenti nuovi e diversi». Conchiude la cronica:[86] «I quali divieti fatti, furono molto commendati e lodati da tutti gli Italiani; e se le donne usavano soperchi ornamenti, furono recate al convenevole: onde forte si dolsono tutte, ma per gli forti ordini tutte si rimasono degli oltraggi» (cioè da quelli eccessi); «e per non potere avere panni intagliati, vollono panni divisati e istrangi i più ch'elle poteano avere, mandandogli a fare infino in Fiandra e in Brabante, non guardando a costo. Ma però molto fu grande vantaggio a tutti i cittadini in non fare le disordinate spese nelle loro donne e conviti e nozze, come prima faceano; e molto furono commendati i detti ordini, perocchè furono utili e onesti; e quasi tutte le città di Toscana, e molte d'Italia, mandarono a Firenze per esempio de' detti ordini, e confermargli nelle loro città».