non è questa la patria, in ch'io mi fido,
madre benigna e pia,
che cuopre l'uno e l'altro mio parente?
Di aver dati al Petrarca «i cari parenti e l'idioma», il Cantore dei Sepolcri ha esaltata, con versi degni,[150] Firenze: ma che l'idioma appreso sulle sponde dell'Arno rimanesse, nonostante la proscrizione paterna, nonostante l'irrequieto pellegrinare di paese in paese, su «quel dolce di Calliope labbro» ond'ebbe veste pudica l'amore; vi rimanesse potente ad esprimere i più delicati sentimenti, mercè una mirabil signoria delle più fine e riposte proprietà e, direi quasi, fragranze del parlare toscano; quanto merito non ne dovesti aver tu, oscura esule fiorentina, che in quella sua precoce adolescenza, fra una pagina e l'altra di Cicerone e di Livio, in mezzo al gaio intertenersi nell'amorosa lingua de' trovatori, fra le sonorità dell'eloquio cortigiano della Babilonia avignonese, riportasti intermessamente all'orecchio del figliuol tuo le armonie gentili del linguaggio nativo! Che se di tal benefizio, di questa quasi seconda maternità, il laureato capitolino, il conversante coi classici e gli eroi antichi, il dispregiatore di questo anche per sua opera divino volgare, non si accòrse mai dover esserti grato, è vecchia istoria delle madri, che esse non chiedano compenso del loro amore, che esse cerchino il sacrificio, e in quello appagate adagino la bianca testa veneranda, come sul guanciale del loro riposo.
***
La Provenza fu terra ospitale a molti di quei proscritti fiorentini; e uno di essi, Azzo Arrighetti, fu colà il progenitore di una stirpe più tardi famosa, Riquetti de Mirabeau. Paese gentile la Provenza, di clima come il nostro benigno, agevole ai traffici italiani, e, durante poi cotesto secolo, paese papale. Ma le donne nostre che, come la Eletta Canigiani, colà o balestrava l'esilio od altra ventura portava, le mogli de' mercatanti de' notai degli artefici fiorentini, come si saranno assuefatte, e quali saranno esse parse, a quella società feudale, tanto da' nostri reggimenti a popolo diversa? nel paese de' baroni e de' trovatori, de' tornei e della gaia scienza, fra la nobiltà dalle grandi tradizioni cavalleresche, accanto alle dame che anc'oggi piace immaginare atteggiate a formular gravemente i loro giudicati nelle Corti d'Amore, applicando a' casi controversi quello o questo, de' trentuno articoli che ne compongono il codice?[151] Le schive concittadine della buona Gualdrada, che la tradizione esaltava d'essersi pubblicamente ricusata al bacio imperiale di Ottone IV, che cosa avranno esse detto o pensato, assistendo in Avignone a quella festa, che meritò un Sonetto del Petrarca, dove l'altera la castissima Laura porse al bacio del giovane principe, che fu poi Carlo IV, la fronte e quegli occhi, che il Poeta dovè contentarsi d'aver cantati?[152] od anche solamente leggendo in una novella del Decameron,[153] che Pietro d'Aragona, il cavalleresco re de' Vespri, alla giovine fiorentina che in Palermo s'innamora di lui, confortatala invece a savie nozze borghesi, in queste intervenuto di persona, dinanzi ai genitori e allo sposo, «presole con amendue le mani il capo, le bacia la fronte»? Che avranno, di queste baciature imperiali e reali, le nostre care donne pensato? Risponde per loro, e proprio da Avignone, un Fiorentino di due secoli appresso, che da Virgilio ritraeva la poesia dell'Api e da Sofocle e da Euripide la tragedia, il quale agli amici di Firenze annunziava, pieno delle memorie di madonna Laura, che in quel gaio paese «gli erano leciti i baci come costì gli sguardi»; «baci», aggiunge, «senza lo scoppio», de' quali egli stava imparando, insieme col parlar francese, il segreto:[154] «baci», aveva già prima detto il Pulci[155] «alla franciosa», che «ogni volta rimanea la rosa».
La letteratura fiorentina del Trecento ebbe uno scrittore (che fu pure, notisi, per alcun tempo in Provenza), il quale sentì quella semplicità o, come poteva sembrare, rozzezza della nostra donna, della donna del Comune democratico, appetto alla donna gentilesca e addestrata della società feudale, e si argomentò di venirle in soccorso. La utopia (chè altro nome non le si addice) di messer Francesco da Barberino prese forma in due de' più singolari libri di quella letteratura, i Documenti d'Amore e Costume e Reggimento di donna, in forma sentenziosa e di stampo addirittura gnomico: di che è bensì da avvertire, che non in lunga e formata opera, come queste, ma in componimenti lirici, e più specialmente canzoni, come quelle di Bindo Bonichi, il Trecento porge altri notabili esempi.
Il Costume e Reggimento di Donna,[156] specialmente, è un completo galateo femminile, dove, per ciascun grado e condizione sociale, da fanciulla a vedova, da madre di famiglia a romita, da regina, contessa, duchessa, principessa, a borghese, monaca, ancella, balia, fruttaiuola, e persino barbiera, non omesse le treccole e le accattone, si danno ammaestramenti alla donna, e se ne forma un modello ideale, al quale ahimè quante poche rispondenze avrà dovuto trovare, anche dopo la diffusione de' suoi libri, quel buono messer Francesco, fra le allegre gentildonne e le graziose fanciulle e le saccenti comari che per le case e per le piazze di Firenze gli si movevano attorno! E notisi che i doveri femminili della vita regale[157] comprendono ben cinquantaquattro capi, senza contare una dozzina di «cautele» preliminari, e le speciali prescrizioni concernenti i casi di reggenza: complesso di leggi, regole, norme, ammaestramenti, insegnamenti, ammonimenti, consigli, che bastava esso solo a fare strabiliare, salmisìa, non che le donnette spicciole, ma anche le gentildonne, della nostra libera e sciorinata cittadinanza. Il recente storico della Repubblica, signor Perrens, ha certamente esagerato nell'aggravare di volgarità la vita quotidiana dell'antica donna fiorentina, contessendo, con francese vivacità, d'episodietti dai nostri novellieri una serie d'imagini e di fattispecie,[158] che pare uno spoglio, o piuttosto, un inventario, dai romanzi d'Emilio Zola. Tuttavia ci è forza dubitare assai, per modo di esempio, che molte delle leggitrici del Reggimento e Costume di messer Francesco abbiano saputo osservare i precetti co' quali egli si confida regolar l'atteggiamento che la fanciulla dovrà prendere nel ricevere l'anello di sposa:[159] stare con «gli occhi chinati, fermi li membri» (e fin qui pazienza), ma inoltre «sembrar paurosa»; e in questo era lecito a molte non riuscire abbastanza bene. Così alla dimanda fattale del consenso, «aspettare l'una o le due»; e la terza volta, «faccia soave e piana sua risposta»: manco male con l'avvertenza, che e la paura e l'aspettare e la vocina sottile possano essere un po' meno, se la sposa non è delle più giovinette. E sempre dai precetti nuziali:[160] mangiar poco al banchetto; ma perchè lo stomaco non soffra, aver preso innanzi qualche cosa in camera sua: così pure, essersi lavata le mani, per non intorbidar troppo l'acqua al bacino della mensa; e giova ricordare, come di que' tempi la forchetta è, nelle ricerche erudite, un arnese di molto controversa esistenza, e, per gentili e nobilissime che fossero, il cibo solido lo portavano alla bocca le mani. Tutti poi i precetti del Barberino sono corredati di esemplificazioni o novellette, spesso graziose assai, ma quasi tutte di personaggi stranieri, di Provenza, di Normandia, d'Inghilterra, di Castiglia, e cavalieri, conti baroni, re di corona; e spesso alla esemplificazione è premessa qualche sentenza o concetto di trovatore. L'intero trattato è altresì dominato per lungo e per largo da un esercito di figure femminili allegoriche (come nel Romanzo della Rosa), in persona di questa e quella virtù (taluna anche con la sua «cameriera»[161] o col «fante»), Onestà, Pazienza, Castità, Speranza, Cautela, Cortesia, Religione, e poi Voluttà, Penitenza, Eterna luce, ed altre, subordinate tutte a Madonna che è la Sapienza; la cui conversazione con lo scrittore dà come il filo a tutto il libro; ed è cosparso largamente da descrizioni e moralità, il cui colorito mena tinte calde e risentite, e lo stile, a motti e come a sprazzi, in endecasillabi ballettanti i più sulla quarta e la settima, non ha forse riscontro in altra opera dell'antica nostra poesia, e quasi arieggia le moderne riproduzioni a freddo dell'oro e azzurro medievale.
Non vi dispiacerà, io credo, gustarne alcun poco. Una casa principesca in giorno di nozze:[162]
Suonan le trombe e li stormenti tutti;