Nella Vita Nuova hanno cercato a che punto della narrazione Beatrice, da Portinari, diventi de' Bardi, poichè, si è detto, «il matrimonio di lei con un altro uomo doveva muovere gagliardamente l'anima del giovine e innamorato poeta.»[135] Io non lo credo: e che l'amore di Dante, «la reverenza che s'indonnava di tutto lui pur per B e per ICE»,[136] sia stato amor di poeta medievale per la donna del pensiero, e non altro, lo stimo asserto da poter sostenere il cimento anche de' luoghi più appassionati di quella psicologica confessione.[137] Del resto, è argomentazione molto probabile quella su tal proposito stata fatta,[138] che Beatrice andasse sposa a messer Simone de' Bardi in giovanissima età: e volentieri questo parentado di Portinari, alcuni de' quali Ghibellini, con Bardi famiglia guelfa de' Grandi, io lo porrei com'uno di quelli che la pace del cardinale Latino, nel 1280, conciliò tra famiglie delle due parti. Similmente, che quello fra Donati e Alighieri, pel quale Dante, sposando la Gemma di messer Manetto, s'imparentò col grande agitatore di parte guelfa messer Corso, sia stato principalmente un parentado di «vicini», nel senso storico di «quasi consorti» che tal parola ci deve da que' tempi richiamare alla mente, è cosa non certa per documenti,[139] ma troppo più probabile del tanto che sul matrimonio di Dante e, povera donna, sulla sua moglie, hanno o ricamato o stillato biografi ed eruditi, dal romanzo del Boccaccio alle bizzarrie presuntuose di critici odierni. Tanto più, che il terribile messer Corso, in maneggiar parentadi di sua casa con mire di parte, fu tale da disgradarne la peggio intrigante femmina, aggiuntovi poi l'audacia e la violenza che per lui principalmente attirarono alla sua famiglia il triste soprannome di Malefa' mi: o si trattasse di strappare al chiostro la sorella bellissima; o a sè medesimo, non più giovine, dare la terza moglie, dopo una Cerchi della cittadinanza guelfa e una Ubertini del contadiname feudale ghibellino, in una figliuola del ghibellino venturiero Uguccione della Faggiuola. Corse voce, intorno a quella prima sua moglie, la Cerchi, che morisse per veleno dal marito stesso propinatole: doppiamente orrendo a pensarsi, se cupidigia di nozze partigiane trascinava quel sinistro uomo a moltiplicarle.[140] E a tutto ciò riflettendo, quanto più cara e pietosa addiviene, là dentro a quelle infauste case de' Malefa' mi, la soavissima figura di Nella! la vedova virtuosa dello scapestrato Forese Donati, compagno a Dante nel breve periodo giovanile, che questi pur ebbe, di vita mondana;[141] «la Nella mia», dice Forese nel Purgatorio,[142] «che piange e prega per me, soletta in bene operare fra quella gente selvaggia dov'io l'ho lasciata». Ad amare di simile affetto la madre de' suoi molti figliuoli, ad amarla in patria, ad amarla esule, io penso che il culto ideale per Beatrice non dovesse a Dante fare impedimento veruno; non più che a Guido Cavalcanti, marito di Bice degli Uberti, la servitù amorosa per monna Vanna. Nè credo, come alcuni interpreti della Vita Nuova han voluto,[143] che la «donna gentile» vicina di casa dell'Alighieri, e che «da una fenestra riguardava molto pietosamente» al dolor suo nella morte della Portinari, fosse appunto la Donati, che di quel tempo gli era forse già moglie.[144] In quella donna gentile altri volle ravvisare la Matelda del Paradiso terrestre: alla quale, meglio che il serto della contessa famosa, meglio che le bende di non so qual monacella alemanna, furon creduti addirsi — poichè ragioni all'accennata identificazione non mancherebbero[145] — lo schietto vestire, il dimestico e natural contegno, di semplice donna fiorentina: le cui più graziose imagini, di donna che coglie fiori, di donna che muove il picciol passo a ballare, di vergine che gli occhi onesti avvalla, ritornano, certamente dai giovanili ricordi, dinanzi all'apparizione di lei, nella fantasia del Poeta.[146]

***

Ma nulla pur troppo di fiorentino potevano i giovanili ricordi ispirare all'altro de' grandi idealizzatori della donna in quel secolo, al Petrarca, a cui dalle maledette fazioni fu conteso in Firenze il nascere e l'educarsi alla vita, come a Dante l'invecchiarvi e il morire. Nè sappiamo se con preparazione e condizioni diverse di vita, la tempera dell'animo suo e dell'ingegno sarebbe stata altra da quella che fu, e sulla quale la realtà de' fatti operò tanto poco, e con tanta poca coerenza d'impressioni, quanto invece fu molteplice e indefesso il lavorio interno dello spirito e l'accentramento nel proprio sè delle percezioni e de' sentimenti a queste congiunti. Checchè potesse esser di ciò, nel Petrarca, quale lo abbiamo, non solamente Laura è donna non fiorentina, ma ell'è la donna semplicemente; e quel che il Poeta le appone è tutto attinto da sè medesimo, dal suo sentimento squisitissimo e alcun poco morboso, pel quale il Petrarca bene è stato detto[147] precorrere in parte ed anticipare i grandi poeti moderni dell'affetto e del dolore universale e infinito.

Se non che una donna fiorentina, Eletta Canigiani, fu pure sua madre; la quale datolo alla luce in terra d'esilio, da Arezzo infante di sette mesi lo portò seco all'Incisa, e poi con lui ed un altro minor fìglioletto segui il marito in Provenza, e morì, che il giovinetto Francesco aveva appena quindici anni, ella non più che trentotto. E trentotto esametri latini il giovinetto consacrò alla memoria materna: nè chi conosce, quale poi si svolse, quella natura isterica d'umanista, si meraviglia di tale aritmetica metrica applicata all'amor filiale. «Porgimi ascolto, o madre mia santa, se virtù premiata in cielo non isdegna altri onori. Anima eletta di nome e di fatto, cittadina del paradiso e quaggiù eternamente memorabile per onestà e alta pietà, dignità d'animo, e castità nel tuo bel corpo da' primi anni continuata sino alla morte, tutti debbono venerarti, io piangerti sempre, chè lasci me e il fratel mio giovinetti nel bivio fra il bene e il male, in mezzo al turbine delle cose mondane: ma teco viene e ti accompagna nel sepolcro la fortuna e la speranza della derelitta casa ed ogni nostro conforto, e a me par d'essere sotto il tuo medesimo sasso». E le promette più lunghe lodi e maggiori, dopo aver pianto sul suo feretro e di lacrime aver bagnate le fredde membra; e che il nome della madre vivrà ne' suoi versi, insieme col nome di lui, augurando, se questo è destinato a perire, che quello di lei sopravviva. Ma tutto questo dolore in latino, misurato in trentotto versi,[148] io dico schietto non valere menomamente, nè[149] quell'ansiosa figura di madre, sebbene appena sbozzata, che è in uno de' suoi tanti sonetti per Laura,

Ne mai pietosa madre al caro figlio....

diè con tanti sospir, con tal sospetto,

in dubbio stato, si fedel consiglio....;

e molto meno quell'affettuoso e virile concetto nell'immortale Canzone agl'Italiani, pel quale amor di patria e di famiglia sono fatti com'una cosa sola:

Non è questo il terren ch'i' toccai pria,

ove nudrito fui sì dolcemente?