e quella servi com' può temperata.

E basti ormai per conchiudere che chi in libro siffatto (nè guari diversa intonazione ha l'altro dello scrittor medesimo, i Documenti d'Amore) non voglia vedere il deliberato proposito, da me sopra indicato, d'ingentilire i costumi popolani con una teorica, poeticamente ideata, di signoril vivere e cortigiano,[169] dovrebbe spiegarci come mai un Fiorentino, e dimorante in Firenze, e vissuto quando gl'influssi poetici provenzali e siculi erano oramai trapassati, come potesse, naturalmente e senza un preconcetto disegno, provenzaleggiare e franceseggiare con tanta e sì passionata intensità, «mescolando» (dic'egli in un luogo,[170] ma troppe volte è piuttosto un sovrapporre o addossare) «il volgare toscano ad alcuni volgari consonanti con esso», e fissare in un tipo così ricisamente foggiato sopra realtà, per lo meno, non immediate la donna che l'etica amorosa del tempo soleva comporre (e ne abbiamo graziose testimonianze) con elementi svariatissimi, ove si mescolavano «la galanteria provenzale e cavalleresca, la sensualità pagana, la prosaicità borghese, l'austerità e ruvidezza ascetica, elementi del Rinascimento che contrastano insieme, e sono sul divenire qualche cosa che non vorrebb'essere nessuno di essi».[171]

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Nè di tali mescolanze, chi sottilmente indagasse, mancherebber forse riscontri nelle realtà della vita d'allora: ma di siffatte realtà troppi documenti, per la loro natura essenzialmente intima, fu inevitabile che di que' secoli andassero perduti. Dirò tuttavia che almeno uno, e assai grazioso, ne possediamo in un carteggio coniugale, di poche e brevi lettere, scritte da una Fiorentina della seconda metà del Trecento, Dora Del Bene, al marito mentr'egli era Vicario pel Comune in Val di Nievole.[172] Ella scrive di campagna, e lo informa delle faccende villerecce, degl'interessi domestici, della salute delle figliuole: i figliuoli sono col padre, avvezzandosi così per tempo, o ne' traffici o nel governo, i giovinetti a imparare la vita operosa in servigio sì della famiglia e sì del Comune, e a conoscere il mondo, in tante parti del quale portavano poi il nome fiorentino e d'Italia. Ora in codesto carteggio, la reverenza affettuosa al marito, che nelle soprascritte è chiamato «savio e discreto uomo, carissimo uomo, reverendissimo uomo», e perfino «venerabile», è accompagnata da certi urbani motti, i quali provano come alle donne fiorentine non isgradisse mostrarsi verso i loro mariti, secondochè ad esse raccomandava un anonimo espositore di Ovidio,[173] «non villane femine, che nulla altra cosa sappiano fare se non lana carminare», ma savie e cortesi, e «mostrare il suo bene e li suoi sollazzi e sue cortesie, tali che il suo marito non possa altra femina trovare, che tanto gli possa piacere o fare suo talento». Scrive la Dora: e premetto che nessuno certamente può chiedere a quelle austere e robuste nature le espansioni fremebonde della nostra età malaticcia. Scrive ella dunque: «Istiamo tutti bene, lodato Idio: ma meglio ci parrebbe istare se fussimo teco. Addio; t'accomando la Dora tua. Salute mille». E altrove: «Tu mi scrivi che non puo' dormire la notte, per pensieri che hai dell'Antonia....»; cioè della figliuola che pensavano a maritare. «Ma l'Antonia non è quella che ti toglie el sonno. Ma quando non potrò più, assalirotti che non te n'avvedrai, e non verrò se non solo per garrire». Scherzi, come si sente, simulanti gelosia; e di quella gelosia che il solito espositor d'Ovidio dice venire «da buono amore, «quando la donna ama il suo diritto signore», e la distingue da un'altra gelosia ch'egli dice venir da «follia». Questo medesimo linguaggio ritroviamo nei rimatori e nostri e provenzali, e in una frase di Dante «il folle amore», una delle molte, che i commentatori non riconoscono, da lui non trovate, ma appropriatesi del comune parlare e sentire del tempo suo.[174] Quelle lettere della Del Bene sono talvolta datate così: «Fatta dì XVIII d'aprile all'Avemaria.... Fatta addì VIII di maggio. Dopo vespro sotto la loggia.... Fatta addì XIX maggio dopo l'avemaria nella loggia;» con ricordo amorevole, al marito e padre, dell'«ora che volge il disio», e del luogo che raccoglieva sulla sera la famiglia a geniale riposo dalle giornaliere fatiche, che infine si conchiudeva con la preghiera. L'ultima poi di esse lettere, quella della gelosia, è sottoscritta: «la Dora tua nimica»; ossia col linguaggio, nè più nè meno, de' rimatori verso le loro signore e tiranne. Questa figura di donna vera non mi sembra scomparire poi troppo, e sia pure men compassata e meno irreprensibile, appetto alle donne modello effigiate da messer Francesco da Barberino.

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Una sola condizione di vita femminile ebbe in Firenze, non cortigiani, ma popolani precetti: la vita coniugale; consacrati in quelli Avvertimenti di maritaggio, de' quali, in prosa o in verso d'ottava rima, ci rimane più d'un testo; formulati in dodici o quattordici regole, con le quali la madre accompagna la figliuola all'altare. Anche i teologi casisti aggravarono di cautele la vita matrimoniale, mettendo in volgare anche ciò che era meglio rimanesse latino.[175] Io qui, volgendomi a quelle altre più gentili e, ripeto, veramente popolane scritture, riferirò da una di esse il preambolo e il commiato materni:[176]

«Carissima mia figliuola, Molto ti prego, e ancora comando, che tu non ti turbi perchè io t'abbi maritata, e convengati partire da me; acciocchè non si adiri il tuo novello sposo al quale io t'ho sposata. Bella mia figliuola, s'e' fosse lecito di starti meco infino alla mia fine, non ti partiresti da me, tanta dolcezza d'amore ti congiunge meco. Ma la ragione il concede, e l'onore nostro il vuole, e la tua condizione e il tempo lo richiede, che tu sii oggimai accompagnata, acciò che il tuo padre e io e i parenti nostri ricevino allegrezza di te e de' tuoi figliuoli, i quali, alla speranza di Dio, avrai. Ora ti traggo dal mio seno; ora escirai della signoria del tuo padre e andra' ne al tuo marito e signore, onde non solamente gli sarai compagna ma serva e ubbidiente. E sopra tutto, acciò che tu sappi come te gli converrà esser serva e ubbidiente, intendi i miei ammonimenti, e ricevili in luogo di comandamento; imperocchè, se bene gli manterrai, in amore e grazia del tuo marito e di tutte le altre genti verrai».

Questo il preambolo. E queste altre poche parole, che paiono sfiorar lievi lievi con tocco d'ala il velo nuziale della vergine, sono il commiato: «Allora la gentil madre e savia donna benedisse e segnò la benigna figliuola e mansueta pulzella, e raccomandolla a Dio, e pregolla teneramente che sempre osservasse i suoi comandamenti, e che sopra tutto avesse cara l'anima sua».

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Cotesti avvertimenti erano legislazione che veniva dal cuore e dalle realtà della vita; non come quella del Barberino, dal paese d'utopia.