Francesco da Barberino moriva in tarda età nel 1348. Ma la pestilenza che portò via, con tanti altri, anche il precettor cortigiano delle donne fiorentine, doveva ispirare, ben altramente ascoltato, un altro e ben più potente ingegno. Quel furore di godimento che inebriò, come Matteo Villani ci attesta,[177] i sopravvissuti alla strage e al terrore, ebbe il suo interprete in Giovanni Boccaccio: nella cui arte il lussureggiar dei colori, la morbidezza ridondante delle linee, la vistosità degli atteggiamenti, e pur troppo anche la depressione del senso morale, accusano origine siffatta. Poca o nessuna idealità può rinvenirsi nelle sue donne, in quanto idealità significhi attinenza, più o meno visibile, che la figura ha con un tipo vagheggiato dall'artista; ma efficace mirabilmente e profonda è nel borghese fiorentino la rappresentazione drammatica del reale.[178] Non parlo delle sue immaginarie raccontatrici, che Santa Maria Novella non vide mai certamente incontrarsi sotto le sue volte sublimi, a profanare con propositi da brigate la santità dell'infinito, e nessuna delle nostre colline ospitò in ozio vile coi giovani vagheggianti, mentre giù al piano la gente moriva: coteste donne, quelle Pampinee, quelle Elise, quelle Fiammette, non dissomigliano guari, e taluna ha comune anche il nome, alle figure dei suoi giovanili romanzi in prosa od in verso: ninfe o donne, e talvolta un che di tramezzato dell'una e dell'altra, ma sempre, anche quando donne vere come nel romanzo della Fiammetta, figure tirate fuor dell'orbita reale e storica delle cose, in posa, più o men classica, di dolore o d'amore, di sconforto o di gelosia, non mai però sollevate sino a quella regione dove vivono immortali le creature del pensiero, da Beatrice alla promessa sposa di Renzo, da Laura a Margherita, da Erminia e Fiordiligi a Tecla Wallenstein ad Ermengarda. Le figure femminili che il Boccaccio ha propriamente dato all'arte sono le figure operanti nei brevi drammi di quel libro che a buon dritto, in contrapposto al dantesco, è stato chiamato l'Umana Commedia: delle quali forse una sola, che il Petrarca distinse come «di gran lunga dissomigliante alle altre», contiene una idealità preconcetta, ed è quella virtuosissima Griselda, la plebea degnata di nozze e poi sottoposta a prova dal signor feudale; mito di storia e di moralità, come altri ha giustamente rilevato,[179] e onorata di popolarità, nella tradizione e nell'arte. Ma le più vivaci sono senza dubbio quelle che messer Giovanni ritrasse dal vero del costume fiorentino: gentildonne e borghesi, della città e del contado, allegre o maliziose ed anche talvolta nobili figure, che egli o foggiava secondo i viventi modelli o evocava da tombe da non molti anni dischiuse. In queste figure di sul vero, non trasformate da nessun procedimento ideale, non alterate di proporzioni per nessuna simpatia affettiva, si sente che il Medio Evo, l'età mistica e contemplante, l'età dei grandi concepimenti interiori nel seno fortemente travagliato, sta per morire: la realtà mondana trionfa, e offre l'ignudo corpo alle vesti eleganti e sinuose che l'umanismo prepara per adornarla, ed anche per travestirla.

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Ma noi, quando vogliam rivivere l'età de' padri nostri lontane, torniamo, non che volentieri, ma naturalmente e come ricondotti inconsapevoli, al Medio Evo: e le paganità del Rinascimento, che incontriamo per via, potranno sodisfare curiosità acri, lusingare istinti vivaci, avvivare genialità fantastiche di erudita incubazione; bensì il cuore nostro riman chiuso, e insodisfatto il sentimento che ci spinge a ricongiungere il presente col passato. Una pagina di Dante, anche torturato dai grammatici o abbuiato dagli allegoristi, risponderà sempre a più dimande del nostro spirito, acqueterà più intimamente il cuor nostro, che non possano mai la Mandragora o la Calandra galvanizzate co' più squisiti artifizi sulle scene moderne. Di che molte sono le cagioni; e principalissima, che dove troviamo maggiori rispondenze ai sentimenti nostri migliori, ivi l'animo più volentieri si acqueta. Ma io credo altresì, perchè tutta la civiltà della quale siam figli ci ha assuefatti a cercare nelle opere d'arte effigiatrici della vita, cercare e proseguire secondo i concetti spiritualmente umani del Cristianesimo, la idealità femminile, che il Rinascimento (le cui benemerenze grandi non ci debbono far dimenticare i suoi torti e mancamenti) o disconobbe, o non valse a conservare in quelle altezze dove l'avea portata, per tacer d'altri, il grande sintetizzatore poetico del pensiero medievale.

La nostra letteratura ebbe per base un Poema, che da una donna primigeniamente ispirato, tre donne ha, moventi l'azione, le quali dall'alto de' cieli la preparano in terra, da svolgersi pe' regni eterni e ne' cieli far capo: Maria misericordiosa, Lucia veggente, Beatrice lode vera di Dio come specchio e dichiarazione delle opere sue e de' misteri.[180] Se l'uomo, soccombente ai travagli della vita, può, per le vie ardue della contemplazione, incamminarsi a salvezza, sono le «tre donne benedette» che «curano di lui nella corte del cielo»:[181] se Virgilio, dai sacri «luminosi» penetrali della sapienza, si muove in aiuto di quel pericolante, è «Beatrice che lo fa andare»:[182] del nome e delle virtù di Maria tutto il Purgatorio è, per segni visibili o suoni o visioni soprannaturali, improntato:[183] sulla vetta del sacro monte, sede della umana smarrita felicità, egli sogna in Lia e in Rachele le armonie della vita operativa con la contemplativa;[184] e già prima, sognando sè trasportato dall'imperiale aquila, è stato da Lucia di sulla valle fiorita trasferito alla soglia del Purgatorio:[185] nel Paradiso Terrestre è da Matelda iniziato alla misteriosa trasfigurazione degli ordinamenti politici e religiosi della società; da Matelda guidato verso Beatrice; da Matelda, mercè le mistiche abluzioni in Lete e in Eunoè, da Matelda figura di gentile umanità che ai poeti parla «donnescamente», dispogliato dell'uomo antico, e rinnovellato e fatto abile all'ascensione pei cieli:[186] son gli occhi di Beatrice sua, che di questa ascensione gl'infondon virtù:[187] e infine per entro alla rosa de' Beati,[188] le tre donne salvatrici e liberatrici dell'uomo tengon seggio di gloria nella luminosa rappresentanza della cristiana umanità; e a' piedi di Maria divina sta Eva la creatura bellissima, fra il peccato e la redenzione comprenditrici e consumatrici della storia universa. Tanta parte, e siffatta, ha la donna nel fondamental concetto del Poema dantesco! E di su tale libro alzando la mano stanca il Poeta, ben poteva, alla figliuola di Folco che dalle soglie dell'eternità gli accennava aspettante, ripetere con l'esultanza del voto disciolto le estreme parole della Vita Nuova[189] arcanamente promettitrici: «Io ho detto di te quello che mai non fu detto d'alcuna».

NOTE

[114]. Augusto Alfani.

[115]. La Donna fiorentina nei primi secoli del Comune.

[116]. «.... chorda qui semper oberrat eadem» Ep. ad Pisones, v. 356.

[117]. Istorie fiorentine, proemio. E il Gioberti, Rinnovamento, II, 462-63: «Il vivo della storia versando nei particolari, e solo da questi potendosi raccòrre la notizia fruttuosa delle leggi che girano le vicende umane, i racconti speciali sono i soli che giovano; laddove le storie universali, pogniamo che rechino istruzione speculativa e piacere, sono di poco o nessun profitto per la pratica».

[118]. Purg. XXIV, 49-54; II, 91-114. Sul «dolce stil novo», e la sua storia, si vedano specialmente i belli studi di Giulio Salvadori (La poesia e la Canzone d'amore di Guido Cavalcanti; Roma, Soc. ed. Dante Alighieri, 1895: Sulla vita giovanile di Dante; Roma, Soc. ed. D. A., 1901), e quello recente (Il dolce stil nuovo; Palermo, Reber, 1903) di Liborio Azzolina.