vincemus pariter, pariter memorabimur ambo.
Sin aliter fors dura parat, morsque invida nostram
extinctura venit fragili cum corpore famam,
tu saltem, tu sola, precor, post busta superstes
vive, nec immerito vocent oblivia Lethes.
Versiculos tibi nunc totidem, quot praebuit annos
vita, damus; gemitus et caetera digna tulisti,
dum stetit ante oculos feretrum miserabile nostros,
ac licuit gelidis lacrymas infundere membris.
Per le questioni che si sono fatte sulla madre del Petrarca (riassunte e conchiuse da G. O. Corazzini, La madre di Francesco Petrarca; Firenze, 1903, seconda ediz.), ha in questi versi molta importanza la interpetrazione, alla quale nessuno ha posto mente, della frase «Pythagorae in bivio» nel v. 17. Cotesta frase, nel linguaggio del tempo, significava nè più nè meno che l'età di quindici anni; e così ci è dichiarata da un dugentista, frate Salimbene da Parma, il quale nella sua Chronica (pag. 10), rimpiangendo la morte immatura d'un giovinetto «qui, cum pervenisset ad bivium pythagoricae litterae, ultimum diem clausit», soggiunge: «idest finitis tribus lustris, quia tria lustra complent cyclum Indictionum»; dal che sembra che l'indizione s'indicasse anche con la lettera Y, nella qual lettera biforcata aveva Pitagora simboleggiato il bivio delle due strade che si aprono, sul cominciare della giovinezza, verso il bene e verso il male. Dunque il Panegiricum matris fu scritto dal Petrarca a quindici anni, nel 1319; nel quale anno, di lei trentottesimo (vv. 35-36), morì la madre sua Eletta Canigiani (nata dunque nel 1281) prima moglie di ser Petracco, che in seconde nozze sposò Niccolosa di Vanni Sigoli.