Non con diverso intendimento; se a Dante atteggiato di vergogna e di pentimento dinanzi a lei, là sul verdeggiante ripiano della sacra montagna, ella rinfacciava, con quelle parole, d'averla dimenticata e, o per altre imagini di bello e di buono, o per realità mondane, sconosciuta e postergata;[205] e se a noi, che ci trasciniamo faticosamente dietro alle imagini o alle parvenze del passato, seguendo la tormentosa ricerca del vero, ella volesse (pentiti o no che la critica, sola ormai nostra, ahimè! poco amabile, «donna», ci permetta di essere) rimproverare di non aver saputo nella figura della donna e dell'angelo riconoscere la Bice che nacque de' Portinari e andò sposa nei Bardi.[206]
II.
Tutti sanno che questa identificazione risale al Boccaccio, e che da lui l'accettarono e fecer propria altri antichi. Ciò che nei soavi e sfumati adombramenti della Vita Nuova è semplice «apparimento» di fanciulla «in giovanissima etade», primo incontro di quell'«angiola giovanissima»,[207] addiviene, sotto l'abbondante colorito del gran novelliere,[208] il calendimaggio festeggiato nelle case d'un vicino degli Alighieri, «uomo assai orrevole in quei tempi tra i cittadini»: e quest'uomo è Folco Portinari. In quel calendimaggio del 1274, Beatrice apparisce al garzoncello Alighieri, «non credo primamente», dice sempre analitico, il geniale biografo, che pensa e provvede a tutte le possibilità storiche dell'argomento propostosi, ma la prima volta che fosse «possente ad innamorare».
Nella Vita Nuova, «alli occhi di Dante appare per la prima volta la gloriosa donna della sua mente», il cui nome è Beatrice anche in bocca di coloro i quali «non sanno che si chiamare», cioè non sanno che cosa chiamino, ignorano quanto ad essa si convenga quel nome, quanto ella abbia in sè di beatitudine, a quale e quanta ella sia riserbata. La fanciulla è «vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto, sanguigno, cinta ed ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenía»; è «quasi dal principio del suo anno nono», e Dante quasi in sulla fine pur dei nove anni, cioè nel 1274. D'allora in poi, Amore «signoreggia l'anima sua», e più volte, pure in quella sua puerizia, gl'impone di «andare cercando di lei»;[209] finchè, passati altri nove anni, nè più nè meno, «questa mirabile donna appare a lui vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili donne di più lunga etade», gli appare «passando per una via», e «lo saluta molto virtuosamente», tanto che a lui «pare allora vedere tutti li termini della beatitudine».[210] Da quel momento, — il quale, secondo la cronologia che Dante stesso ha incardinata sul mistico nove, appartiene all'anno 1283, — secondo novennio, incominciano i pensieri e i turbamenti amorosi, le fantasie, le visioni.
Nella narrazione del Boccaccio,[211] «Dante, il cui nono anno non era ancor finito, siccome i fanciulli piccioli, e spezialmente ai luoghi festevoli, sogliono li padri seguitare», va col padre, in una splendida giornata di primavera fiorentina, al calendimaggio dei Portinari. «Avvenne che quivi mescolato tra gli altri della sua etade, de' quali così maschi come femmine erano molti nella casa del festeggiante, servite le prime mense, di ciò che la sua picciola età poteva operare, puerilmente si diede con gli altri a trastullare. Era infra la turba de' giovanetti una figliuola del sopraddetto Folco, il cui nome era Bice (comecchè egli sempre dal suo primitivo nome, cioè Beatrice, la nominasse), la cui età era forse di otto anni, assai leggiadretta e bella, secondo la sua fanciullezza, e ne' suoi atti gentilesca e piacevole molto, con costumi e con parole assai più gravi e modeste che il suo picciolo tempo non richiedeva; e oltre a questo, aveva le fattezze del volto dilicate molto e ottimamente disposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta vaghezza, che quasi un'angioletta era reputata da molti. Costei, adunque, tale quale io la disegno o forse assai più bella, apparve in questa festa.... agli occhi del nostro Dante....». E a siffatte premesse corrisponde il rimanente di questa parte della boccaccevole narrazione fino alla morte di Beatrice; massime in questo, dico o ripeto, che quanto è nella Vita Nuova delineato a man leggiera, e quasi paurosa della materia che tocca, quanto ivi è per imagini spiritualissime affigurato, con accenni sfiorato appena, velato con perifrasi, sollevato e quasi alienato dalla vita reale tanto che talvolta è lasciato addirittura che se ne interpretino o controvertano le relazioni con questa; invece nel Trattatello, come il Boccaccio altrove lo chiama,[212] in laude di Dante, è lumeggiato e colorito sensibilmente, con le realtà della vita mescolato e coordinato, e per giunta moraleggiato in sentenze sul bene e il male di questa correlativamente alla vita dell'Alighieri.
«Passioni ed atti» è, nella Vita Nuova, frase piena d'idealità, sotto la quale Dante omette i particolari di quel primo novennio amoroso, all'«esempio» del già narrato, cioè dello apparimento, riferendoli tutti come a suo tipo. «Puerili accidenti», con frase ben altramente positiva, li chiama il Boccaccio, e ancor egli li omette; omette, che dobbiam dire? di raccontarli quali fossero accaduti, o di inventarli quali egli avrebbe, certo ingegnosissimamente, saputo? Subito appresso, nella Vita Nuova, si travalica all'83, all'episodio del saluto, al sonetto della visione di Madonna addormentata fra le braccia d'Amore, e da lui pasciuta del cuore del Poeta.[213] E da quelle prime visione e rima (la quale, fra tutte le dantesche, ha, forse più che alcun'altra, del trovadorico e occitanico) si dipartono e succedono, con altre visioni e rime intessendosi, gli episodî dell'amore di Dante: episodî, con tenue filo congiunti alla realtà esteriore, e questa (sia essa o una via della città, o la chiesa, o il mortorio dell'amica di Beatrice, o uno sposalizio, o il mortorio del padre[214]) è fuggevolmente accennata, descritta non mai; alle occorrenze poi della vita civile dell'Alighieri una volta sola, per quanto io vegga, collegati, della quale dirò or ora espressamente. Molto più franco e sicuro e meglio informato il Boccaccio, il quale non ha certamente agio di fermarsi in particolarità e molto meno in formali episodî; ma per le generali e molto ricisamente sa dirci, non solamente questo: che «con l'età multiplicarono le amorose fiamme, in tanto che niun'altra cosa gli era piacere o riposo o conforto, se non il vedere costei»; ma quest'altro ancora, che Dante «ogni altro affare lasciando, sollecitissimo andava là dovunque potea credere vederla, quasi del viso e degli occhi di lei dovesse attignere ogni suo bene ed intera consolazione». Segue una digressione morale sugl'inconvenienti che reca l'amore nella vita, specialmente degli studiosi; inconvenienti, osserva il Boccaccio, che nel caso di Dante, alcuni vogliono siano stati ammendati dallo avergli l'amore per Beatrice ispirate le rime: ma, soggiunge, «l'ornato parlare» non è termine o mèta di eccellenza assoluta, non è la «sommissima parte d'ogni scienza»; nè ad altro che a «ornato parlare» fu incitator di Dante l'amore per donna: or le cose «leggiadramente nel fiorentino idioma e in rima, in laude della donna amata, fatte da lui», compensano esse il danno che possa essergliene venuto «alli sacri studi e all'ingegno»? Parole, per quanto sonore, tuttavia d'incredibil grettezza, chi ripensi alla parte che Beatrice, la Beatrice pur della Vita Nuova, ha in quel Poema, la cui grandezza il Boccaccio mostrò nel Comento di sentire e pregiar degnamente.
III.
E qui fermiamoci alla frase «ogni altro affare lasciando». Secondo la quale, la giovinezza di Dante, dai diciotto anni ai venticinque, o sarebbe tutta trascorsa in un assiduo corteggiare la donna desiderata, e a tutte le cose del mondo, anche alle doverose, anteposta, proprio com'uno de' volgari femminieri del Decamerone; o, poichè il Boccaccio stesso si affretta a dichiarare che «onestissimo fu questo amore» e scevro d'ogni «libidinoso appetito», dovrebbe la narrazione de' patemi amorosi, appartenenti alla nuova vita di Dante, essere accettata siccome positiva e puntual narrazione di fatti estrinsecatisi proprio ne' termini in che vengon posti; ossia dovremmo credere effettivamente, che e' passasse quelli anni dal saluto alla morte di Beatrice, che è quanto dire dal 1283 al 90, in visioni, in lacrimazioni, nello scrivere il giorno quel che sognasse la notte, in soliloquî, in languori, sottraendosi del tutto alla vita civile fiorentina, la quale appunto in quelli anni dal cuore e dall'opera de' cittadini migliori attingeva al suo spirito artigiano la più vigorosa espressione che mai abbia avuta un reggimento democratico. Potremmo noi, vorremmo, concepire siffatta la giovinezza di Dante? abbandonare non ai nobili silenzî, alla severa solitudine, d'una meditazione feconda, ma agli ozî isterici d'una passione che sarebbe stata fine, e vacuo fine, a sè stessa, gli anni della sua vita più vigorosi e più caldi? Tutta la metafisica medievale sulla precellenza della vita contemplativa alla vita attiva non salverebbe dal ridicolo il Dante amoroso della Vita Nuova interpetrata alla lettera, cioè diversamente da quel che debba interpetrarsi un libro d'amore non pur del secolo XIII, ma altresì (e la Fiammetta equivale, sotto questo aspetto, alla Vita Nuova[215]) del XIV.
Ma v'ha di più. Io ho poc'anzi accennato, e vediamo ora quanto preziosamente faccia al caso ed assunto nostri, quel collegamento che una sola volta, com'ebbi a dire, ma una volta è pur fatto, in una pagina della Vita Nuova, tra le idealità amorose e la realtà della vita civile di Dante.
In tale interpetrazione, dopo averne diversamente opinato e dubbiato,[216] mi fermo oramai di quel passo dove il Poeta accenna ad una sua cavalcata da Firenze, lungo un fiume, fatta in compagnia di molti, ma di mala voglia pel «dilungarsi da la sua beatitudine» verso un luogo di non grande lontananza, e, pare, essendo egli su' venti anni, cioè nel 1285. «Mi convenne» egli dice[217] «partire de la sopradetta cittade,» (gli convenne: andata, dunque, doverosa ed imposta) «ed ire verso quelle parti» (nelle parti di Valdarno, di Casentino, di Romagna, di Lombardia, era la frase usuale e costante a designare andate o militari o politiche di cittadini in servigio del Comune[218]) «verso quelle parti», prosegue, dove trovavasi una gentildonna fiorentina, alla quale altresì era, come ha scritto poco innanzi,[219] «convenuto partirsi de la sopradetta cittade», ma per luogo assai più lontano, e donde non sarebbe tornata per un pezzo: Dante invece mostra di porre a breve distanza di tempo la propria «ritornata»;[220] parola, anche questa, della quale, come del suo correlativo «andata», l'uso militare è negli antichi frequente.[221] Io non dubito che, spogliando del solito adombramento i fatti che in questi due luoghi si accennano, i fatti sian questi. Una gentildonna fiorentina è stata condotta dal proprio marito in una delle città d'Italia, più facilmente in una città guelfa: potevano essere Perugia, Orvieto, Bologna, Lucca, Genova, od altra alla quale meglio si adatti la designazione, che è nel testo, «paese molto lontano» da Firenze. Invero non sempre la donna di que' mercatanti «era per Francia nel letto deserta»;[222] talora ella seguiva in que' venturosi commerci il marito: oppure, come qui crederei più probabile, alcuna volta, e fosse pur raramente, «menava seco la donna»[223] il cittadino che, con licenza del proprio Comune, andava Potestà o Capitano di alcun'altra città,[224] per trattenervisi almeno un semestre, e spesse volte un anno, e dunque per «non rivenire a gran tempi» (cioè per lungo spazio di tempo, per un pezzo), come della gentildonna scrive, a confronto dell'andata propria in quella cavalcata, il Poeta. Verso quella stessa città, ma per fermarsi ad assai minor distanza da Firenze, è diretta la cavalcata, della quale «è convenuto» far parte a Dante; il quale, pochi capitoli appresso,[225] è da osservare che assai men determinate parole appropria ad altro suo, com'ei dice, «passare per un cammino», fuori della città, «lungo il quale correva un rivo chiaro molto»: e questa può essere una semplice passeggiata a diporto, o per cagion di poco rilievo e tutta personale. Là invece si tratta di una vera e propria «cavalcata»:[226] la quale se, come dalla cronologia della Vita Nuova par che resulti, fosse da riferire al 1285, avviciniamo un poco il testo dantesco ai documenti, ossia ai Consigli fiorentini del 1285 (e si noti che, come di quell'anno, così potremmo ai Consigli di altri anni), e al documento chiediamo la interpetrazione del testo dantesco.